martedì 23 luglio 2013

Quel pasticciaccio brutto della Galleria degli Alberti

Si fa un gran baccano sul fatto che il signor Zonin, signore della Banca di Vicenza  che ha mangiato Cariprato, abbia portato via una decina di tele dalla galleria degli Alberti.

Il Sindaco sollecita una amabile restituzione in nome della pratesità e dei buoni rapporti. Ma perché non svegliarsi prima, visto che il sindaco è stato signore della Cariprato? E così anche i signori industriali che sollecitano i poveri come noi a togliere i conti correnti dalla banca del signor Zonin!

Tra l'altro, se non mi ricordo male, lo stesso Cenni non era tanto d'accordo a restituire le tele del Brugnoli, che lui aveva regolarmente comprato ma che risultarono rubate, al legittimo proprietario...Come si legge in un articolo del Tirreno del 2009.

Cenni, il pasticcio dei quadri rubati 
Li ha acquistati in buona fede e verrà risarcito dal proprietario... 
Il candidato sindaco del centrodestra al centro di una singolare e annosa vicenda 

PRATO. Roberto Cenni, candidato sindaco del centrodestra, ha comprato a caro prezzo due quadri che poi sono risultati rubati, ma l’accusa di ricettazione è ben presto caduta, e anzi il Tribunale civile gli ha dato ragione nella causa che lo vedeva contrapporsi al primo proprietario delle opere. Quest’ultimo, oltre a non riavere i quadri, dovrà anche pagare 9.000 euro di spese legali al padrone della Sasch. Una storia singolare, sulla quale Cenni non sa se ridere o piangere, ma che di certo non gli fa piacere. La sentenza del Tribunale di Prato risale a qualche mese fa ed è saltata fuori ieri grazie a un articolo del Giornale. Si tratta di una vicenda iniziata nel lontano 1977, quando dalla casa del collezionista umbro Giacomo Baldeschi spariscono due tele a olio attribuite al Brugnoli, pittore di scuola caravaggesca attivo nella seconda metà del Seicento. Due nature morte, per la precisione, 108 per 144 centimetri: la prima raffigura fiori, ortaggi, frutta, tre putti e una fontana; la seconda una caraffa con fiori e una tartaruga.
Sono due dei soli quattro dipinti attribuiti al Brugnoli, di cui si perdono le tracce fino al 1995, quando una soffiata porta i carabinieri a casa di Roberto Cenni. I militari trovano i due quadri e li sequestrano. Cenni cade dalle nuvole. Ma come, protesta, io quei quadri li ho regolarmente acquistati in una galleria d’arte di Modena da Gianfranco Leonardi e non li ho pagati nemmeno poco, 220 milioni di lire. Gli inquirenti non sentono ragioni e portano i dipinti nel magazzino di Palazzo Pitti, da dove pare non si siano più mossi.
Il procedimento penale nei confronti di Cenni ha vita breve, perché non ci sono elementi per sostenere l’accusa di ricettazione. Va invece avanti una causa civile intentata dall’originario proprietario dei quadri, Giacomo Baldeschi, nei confronti di Cenni per ottenere la restituzione delle opere.
La causa si è trascinata fino all’anno scorso ed è finita con una sentenza favorevole a Cenni. Sostiene il Tribunale che l’imprenditore pratese ha comprato i quadri in buona fede, una buona fede confortata anche dal prezzo pagato, e aggiunge che la compravendita di opere d’arte da privati è lecita. Inoltre alla notizia del furto non fu data troppa pubblicità, tanto che ancora nel 1982 una rivista del settore citava i quadri del Brugnoli senza far cenno al fatto che fossero spariti. Dunque il signor Baldeschi dovrà mettersi il cuore in pace: è stato derubato ma non potrà riavere i suoi quadri (non è dato sapere che fine abbia fatto l’indagine sul ladro e sul ricettatore).
Intanto però i quadri, nonostante la sentenza, sono sempre sotto sequestro. «Non li vedo da 14 anni - conferma Roberto Cenni - e non so quando potrò riaverli. Ho una passione per le nature morte, ma questa esperienza mi basta e avanza. Capisco lo sconcerto del proprietario, però non so come avrei potuto comportarmi diversamente. Ho acquistato quei quadri in una prestigiosa galleria, non potevo sapere che erano di provenienza furtiva, e subito dopo il sequestro sono stato rassicurato sulla correttezza del mio operato».
Paolo Nencioni

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