sabato 23 novembre 2013

I post sessantottini stanno bene

Genova, con il suo sciopero a oltranza dei mezzi pubblici, rappresenta una piccola speranza di lotta per il cambiamento. I tromboni della Sinistra, arrivati tardi e male, sono stati fischiati.
Ai lavoratori  che combattono per evitare la privatizzazione dei mezzi pubblici va tutta la mia solidarietà.

Nella mia triste città, invece, non ci sono speranze di cambiamento, e i protei stanno già lustrando a nuovo la loro faccina per presentarsi alle prossime elezioni comunali, sostenuti da tromboni, blogger o pseudoagitatori feisbucchiani post sessantottini massoncelli.

Ci avete fatto caso? Coloro che 'combatterono' o meglio, cavalcarono la protesta nel '68 ( erano, per esempio, in Lotta Continua, Servire il Popolo eccetera) sono stati tutti o quasi sistemati bene nella loro vita lavorativa, svolgono ruoli importanti, sia a livello locale, nazionale, che internazionale, non sono né sono stati... PRECARI!

Basta guardare in Parlamento; oppure fate una breve ricerca fra i maggiorenti della vostra città.


venerdì 22 novembre 2013

Cenni contemporaneo

Mentre al Pecci si stanno licenziando dipendenti, e non si sa ancora, dopo anni e anni di non-sense artistico, il senso, non si conosce la strada di quel museo - eppure si amplia e si costruisce il nuovo con la benedizione degli architetti costruttori - , ecco l'ultima trovata del nostro sindaco: "Contemporanea", mega manifestazione artistica che coinvolgerà, sembra, tutta la città. Mi chiedo con quali soldi si debba svolgere questa contemporaneità.
Con questa marketing-contemporaneità pre-elettorale il sindaco sembra voler cancellare il passato e quello che non è stato fatto in questi anni.
(Tra l'altro usa un titolo di un'altra 'Contemporanea' teatrale, ed evidentemente la cancella o la ingloba, chissà).

Da Il Tirreno
Cenni lancia “Contemporanea” e non rinuncia alla Torre del vento
Prato, la manifestazione che spazierà dalla musica al teatro, dalle arti visive all’economia, sarà anticipata a febbraio. Nessun passo indietro sul monumento di Karavan"
PRATO. Non a maggio, ma a febbraio apre “Prato Contemporanea”, coinvolgendo tutta la città con eventi per tutto l’anno. Il programma è tutto da stilare, siamo solo alla quarta riunione fra tutti gli enti coinvolti dal sindaco Roberto Cenni: Centro Pecci, Museo civico, Museo del tessuto, i vari Musei diocesani, Metastasio, Magnolfi, Officina giovani, Camera di commercio, Prato futura, Ordine degli architetti e degli ingegneri, Fondazione CariPrato, Confartigianato, Unione industriale, ma saranno possibili adesioni “in progress”.
La contemporaneità di Prato non sarà quindi solo per le arti visive, ma anche nella musica, nel teatro, perfino nell’enogastronomia, ma soprattutto in campo economico con una serie di eventi con partecipazioni qualificate. Nel frattempo cambierà anche l’aspetto “esterno” della nostra città col trasferimento e la ricollocazione in spazi più idonei delle istallazioni del Pecci, come la “Mezza luna” di Mauro Staccioli e la Colonna spezzata dei Poirer.
Il sindaco conferma anche la Torre al vento di Dani Karavan, «visibile soprattutto di notte», ricordando a questo proposito che le antenne sulla collina di Poggio Castiglioni sono molto più alte, così come la zona è degradata da rifiuti e da ruderi abbandonati «di cui finora stranamente nessuno si era preoccupato».

Riguardo alle ripetute presenze del critico Vittorio Sgarbi nella nostra città, Cenni non esclude un suo possibile coinvolgimento in “Prato Contemporanea”, mentre la vitalità culturale di Prato desta interesse in altre realtà vicine e lontane dato che il sindaco nei giorni scorsi ha incontrato i responsabili del Museo dell’Opera di Santa Croce di Firenze, così come per la prossima apertura del Museo del Novecento del Comune di Firenze è stata chiesta la collaborazione del Centro Pecci per quanto riguarda il contemporaneo. Infine il sindaco sta lavorando per allestire una grande mostra sulle collezioni del Museo civico e di Palazzo degli Alberti di proprietà della Popolare di Vicenza."


P.S. Riguardo alle assunzioni al Pecci, il sindaco dichiara che non ci saranno più assunzioni clientelari. Bene: tuttavia mi sembra che ancora questo problema NON sia stato risolto, certamente non nel campo in cui opero io, il teatro.

(Comunicato del Comune) Pecci, no alle clientele e ai vecchi metodi di selezione
Cenni: "Il Pecci esercita il proprio ruolo da anni. Entusiasti della sfida della Regione"
In merito al bando per il nuovo direttore del Centro per l'Arte Contemporanea "Luigi Pecci", il sindaco Roberto Cenni afferma quanto segue:
"Il Centro Pecci, contrariamente a quanto apparso su alcuni organi di stampa, non deve ritrovare un ruolo perché lo esercita da molti anni. Un Centro che si è dimostrato entusiasta di fronte alla sfida lanciata dalla Regione Toscana di trasformare il Museo in un vero e proprio centro per l'arte contemporanea. Da parte nostra, per ovviare ad un sistema che privilegiasse l'assunzione di amici degli amici abbiamo deciso di presentarci con un bando per il nuovo direttore aperto alla ricerca di specifiche e alte professionalità. Un direttore che avrà la possibilità di incidere sulle scelte future del Centro, che troverà terreno fertile e apertura verso idee innovative e certamente non mancheranno i mezzi per la realizzazione degli obiettivi che il Centro si porrà. Inoltre, di fronte a funzioni ampliate, sarà più facile per il Centro Pecci individuare e reperire risorse per il conseguimento di tali obiettivi. Ciò che più conta per questa Amministrazione è la garanzia di accesso a questo come ad ogni altro bando pubblico per chi intenda cimentarsi in questa attività. No agli amici degli amici o qualsiasi genere di clientela. Ad oggi sono state numerose le manifestazioni di interesse per questo bando ed è presto per dire se queste si trasformeranno o meno nella presentazione di curricula. Di certo rimarremmo sorpresi se di fronte ad una tale apertura da parte di un ente di questa portata si avesse nostalgia di vecchi metodi di selezione". 

Il seminarista

Sono andata alla prima del film del regista pratese Gabriele Cecconi, "Il Seminarista, tratto dal suo libro "Oltre il cancello". Il film è un racconto di formazione di ragazzi in un seminario, ambientato negli anni '60. Guido, un bambino che è affascinato dall'idea di diventare sacerdote, nel seminario troverà una realtà ben diversa da quella immaginata.

Il film è prima di tutto troppo lungo. E molto ripetitivo. Sarebbe stato opportuno tagliare alcune scene, o forse metterne altre per evitare inutili tautologie.

Poco convincenti tutte le scene esterne, che si situano a Prato.
Tanto per esempio, il passaggio delle auto: i tempi dell'attraversamento sono sbagliati, si capisce che tutto avviene dopo il 'ciak'.

Troppi primissimi piani dei protagonisti: si sa i primissimi piani sostengono la carenza di capacità recitativa, ma sono veramente troppi. Perché così tanti? Si pensava a uno sceneggiato televisivo?

Si dà infine troppa enfasi alle problematiche sessuali dei giovani seminaristi, e alla fine non c'è una vera storia, se non quella di Guido che poi non diventerà sacerdote.

Il film si anima solo in alcune scene, in particolare attraverso del ragazzo meridionale, Pugliese, che risulta davvero l'attore non attore più bravo.

Il film è al maschile; l'unica donna che si ricordi è la ragazza di cui si innamora Guido, il protagonista.

I tagli che sono stati fatti rendono, in alcuni punti, confusa la storia, in particolare in merito allo scandalo  della omosessualità e pedofilia: il ragazzo-santo che muore si innamora di Guido, ma questo è tagliato e non si capisce la scena del foglietto dove il ragazzo scrive la sua poesia.

Il film, che ha certamente ha il merito di testimoniare un passato di abusi, violenze, poca cristianità di certi enti cattolici, non risulta convincente nella sua critica alla Chiesa di Roma, che, attraverso la menzione e testimonianza dei vari preti scomodi come don Milani (il Fulvio del film è Fulvio Silvestrini, ma  Cecconi alla fine non l'ha rivelato: forse perché davvero scomodo e ancora in vita?) è salva e perdonata.

E' resa evidente l'impossibilità di fare un buon film con tutte quelle autorità i cui nomi scorrono nei titoli di coda.

Presentazione di "Faccine" (2)

Bella atmosfera, ieri sera, alla presentazione di "Faccine" presso la Biblioteca Lazzerini di Prato, nonostante il nubifragio non abbia certo aiutato l'afflusso di pubblico.
Presentazione introdotta dal Direttore della biblioteca Franco Neri, che ha subito individuato il genere letterario del libriccino, il pamphlet, e da Michele Faggi, che mi poneva le domande, esperto di social network e direttore di Indie-Eye (http://www.indie-eye.it/).

Preparata e ben agguerrita la giovane rappresentanza del Circolo di Lettura "P.P.Pasolini", accorsa in difesa - forse d'ufficio e doverosa - di 'Facebook'.

Presto i contenuti della serata, che Faggi ha registrato, dovrebbero pubblicati.

Il Direttore, con la serata, ha voluto certamente smentire una mia definizione, "internettica", data alla biblioteca in uno dei miei passati articoli.(1)

Ma scrivendo che la Lazzerini diventa 'sempre più internettica' non mi riferivo alle intenzioni del Direttore riguardo alla biblioteca stessa, ma al sistema del potere economico che tende a sviluppare e a diffondere certi tipi di biblioteca e certamente non soltanto a Prato.

Ieri sera comunque, abbiamo smentito tutti, anche la Maila.

(1)
http://primaveradiprato.blogspot.it/2012/10/cambiamo-nome-alla-biblioteca-lazzerini.html

giovedì 21 novembre 2013

"Faccine" alla Biblioteca Lazzerini

Stasera, ore 21, presentazione del mio Faccine. La nostra vita su Facebook.

Contrariamente a quanto è scritto da qualche parte, questo non è il mio secondo libro, ma quarto. E' il secondo pubblicato da "Edizioni del TeatrinodiLegno".

http://www.comune.prato.it/appuntamenti/?forward=evento&opera=FACCIN&sala=ISTIT004&data=20131121

Cinque anni di diario

Oggi questo diario compie cinque anni. Cinque anni duri e ininterrotti. Faticosi. Combattivi.

Tante volte sono stata sul punto di mollare. L'hanno offeso variamente, così come era da immaginarsi, coloro che hanno paura di chi non ha partiti o fazioni da sostenere.

Mi leggete, e mi fa piacere.
Lo scrivo per sentire meno la solitudine intellettuale, lo smarrimento politico, l'impossibilità esistenziale.
Però non mi sento legata nemmeno a questi 'seguaci'; anzi, detesto i 'seguaci', questo non è un luogo-non luogo per seguaci, ma solo per lettori di passaggio alla ricerca di spunti di riflessione, provocazioni, tentativi di ricerca della verità. Ma piccole cose.

In realtà il lettore, come lo scrittore, è un altro, non sta qui, è altrove; e credo che lo sappiate bene.

Grazie.

mercoledì 20 novembre 2013

Forno crematorio a Prato

Lo chiamano 'tempietto' crematorio, eufemisticamente, per non ricordare altri tristi forni.
In Inghilterra abitai per un certo periodo davanti a un forno crematorio, che in quella terra si trovano all'interno delle città. All'inizio pensavo che fosse un parco, come un parco della rimembranza dove si potesse andare a passeggiare e a leggere, poi capii e mi confermarono che si trattava di un tempietto crematorio.
L'odore acre era costante, anche da lontano. Fu insostenibile per me restare là. 
Si tratta di un inceneritore vero e proprio, altroché.
Credo che non potrebbe essere costruito alla Chiesanuova, in pianura; e non tanto per un fatto di mentalità nei confronti dei morti,  per la vicinanza a una scuola eccetera, ma proprio per quell'odore intenso che ricordo perfettamente, che in certi giorni staziona in zona come un macigno.
C'è qualcosa di 'commerciale spinto' in questo sposare questa giusta opinione di molti di far cremare il proprio corpo, da indurmi a cambiare idea per quanto mi riguarda.
Il tempietto crematorio, ' con parcheggio e parco' come vogliono fare a Prato, è proprio nello stile della terra di Albione. 
Noi arriviamo sempre tardi, e male.

Una recensione su "Cafiero Lucchesi"

Recensione  su CAFIERO LUCCHESI – Vita e morte fra Mussolini e Stalin  - 16 e 17 novembre 2013, Teatro La Baracca (Prato)

di Eloisa Pierucci

Lo spettacolo CAFIERO LUCCHESI – Vita e morte fra Mussolini e Stalin rappresenta una vera e  propria sfida, tanto per gli attori quanto per il pubblico. Maila Ermini, autrice del testo, regista ed interprete, mette in scena la storia dell'operaio pratese comunista che, fuggito dall'Italia nel 1922 dopo aver ucciso, per legittima difesa, il tenente fascista Florio, trova rifugio e si stabilisce in URSS, dove verrà successivamente perseguitato e infine ucciso sotto il regime stalinista, solo per aver tradotto l'irriverente poesia di Mandel’stam Il montanaro del Cremlino.

La biografia di Lucchesi, ricostruita nelle sue tappe essenziali attraverso l'intrecciarsi di dialoghi e situazioni storicamente attendibili, è il punto di partenza per una riflessione più ampia sui metodi utilizzati dalle dittature per schiacciare qualsiasi tipo di libertà personale, persino – anzi, soprattutto – la libertà di pensiero. E qui viene lanciata una prima provocazione: se nella prima parte della pièce viene mostrata tutta l'arrogante violenza del nascente regime fascista, nella seconda trova ampio spazio la rappresentazione dei sistemi di controllo staliniani, oppressivi e arbitrari, tesi ad eliminare qualsiasi forma di dissenso. Regime fascista e regime comunista, quindi, messi a confronto, risultano accomunati dalla stessa ferocia e dalla stessa sete di repressione: il caso di 
Cafiero, emblematico della condizione di molti comunisti italiani (e non solo) del tempo, mette in luce anche il complice silenzio di alcuni “compagni”, tra cui Togliatti.

Una sfida per il pubblico, dunque, perché con Cafiero Lucchesi siamo costretti a confrontarci con un passato non ancora sufficientemente “metabolizzato” e perché la possibilità di rivivere oggi, nel piccolo teatro, quel passato così oscuro ci porta inevitabilmente a interrogarci su quanto siamo davvero liberi nell'attuale sistema economico – politico – sociale. L'impatto è reso ancora più forte da una particolare scelta di regia: gli attori recitano a pochissima distanza dagli spettatori, che si trovano letteralmente immersi nella scenografia. L'azione risulta così ancora più incalzante ed il pubblico può cogliere ogni minima sfumatura sul volto degli interpreti, quasi come nei primi piani cinematografici (è infatti intenzione della regista quella di dar vita, in questo spettacolo, a una recitazione a metà tra il teatro ed il cinema). 

Le scene si compongono di pochi oggetti, che delineano con esattezza i diversi spazi dove si svolge la vicenda (quasi “luoghi deputati” di una rappresentazione medievale); particolarmente efficace, all'inizio della seconda parte (ambientata in Russia), la costruzione a vista, tramite la sovrapposizione di semplici panche, di quello che sarà il carcere di Cafiero e di altri “compagni” sospettati di “attività controrivoluzionarie”. Complemento essenziale di questo impianto scenografico sono le luci: di volta in volta accese e spente dagli stessi attori, svolgono la funzione di delimitare gli spazi, ma anche quella di scandire il ritmo della drammaturgia.

Anche le musiche ed i costumi sono in linea con la cifra stilistica dello spettacolo, che si concretizza nella scelta di mezzi semplici ma fortemente evocativi. Canzoni fasciste e poi russe collocano l'azione in un tempo e in uno spazio ben definiti, mentre il tema finale ci accompagna in una dimensione aperta e atemporale. Gli interpreti indossano la tuta blu tipica dell'operaio (il modello fu inventato dal futurista Thayaht): su questa base vengono aggiunti alcuni elementi (un berretto, un foulard, una vestaglia) per caratterizzare i diversi personaggi. Infatti due soli attori, la già citata 

Maila Ermini e Gianfelice D'Accolti, si assumono il non facile compito di incarnare i diversi protagonisti e comprimari del dramma, giocando sulla variazione dei toni di voce e talvolta di accento, oltre che sulla fisicità. La prima risulta efficace tanto nella caratterizzazione della malinconica figura della fidanzata Giulia, quanto nel tratteggiare alcuni personaggi maschili, come l'orwelliano e spietato “compagno commissario”, ed i quattro prigionieri russi nella difficile scena del carcere. Il secondo, ugualmente impegnato in vari ruoli, si distingue per l'intensa interpretazione di Cafiero: umano, coraggioso ma mai artificiosamente eroico, quasi incredulo di fronte agli assurdi arbitri del potere. Senza l'aiuto di alcun effetto scenotecnico, D'Accolti riesce a trasmetterci tutto l'orrore fisico e psicologico della tortura, mentre durante il primo degli interrogatori la sua declamazione della poesia incriminata suona come un sommesso e quasi beffardo inno alla libertà.

martedì 19 novembre 2013

Ricandidàti

Non è saggio ricandidarsi a sindaco. Si potrebbe dire che non è una buona mossa, sicuramente fallimentare.

In primo luogo il candidato a sindaco ha già mostrato il peggio di sé, nel percorso elettorale, si è già manifestato nelle smorfie e nelle frasi più assurde e aggressive. Le più bugiarde, spesso.

La gente lo conosce. E' come una vecchia amante che invano tenta di competere con una giovane e 'nuova'. L'amato non giacerà volentieri con lui, le fantasie di un tempo sono state tutte esaurite. In quali nuove posizioni faranno all'amore?

L'elettore sceglie il nuovo, sempre. (Anche se non mancano gli addetti che cercano, come chirurghi plastici, di rifare la cosiddetta vergin-identità...).

Con l'atto di ricandidarsi, poi, il ricandidàto mostra troppo interesse alla corsa verso lo scranno numero uno, e in generale per la poltroncina, e questo, comunque sia, dà una brutta impressione.

Questi sono buoni motivi, sufficienti per non pensare, che ne so, a una mia ricandidatura a sindaco.

Ma questo certo non significa affatto che smetta di fare politica. Tutto il contrario. Diciamo che come base per la politica presente futura ho in mente Simone Weil, che già è un buon inizio.

lunedì 18 novembre 2013

Un "Cafiero Lucchesi" da scandalo

Torno su "Cafiero Lucchesi" perché abbiamo vissuto due repliche particolari, una differente dall'altra rispetto al pubblico. Lo spettacolo è stato più 'sentito', forse anche perché ho deciso di non fare dibattito, e il pubblico non se ne andava, era agitato e in grande difficoltà, soprattutto ieri sera.
Ieri sera, in particolare, lo spettacolo ha dato scandalo a chi non era abituato a certo tipo di teatro e ha sollecitato il dibattito. Sono uscita dal camerino solo per rispondere ad alcune domande sul testo e sulla regia. Alcune anche potevano sembrare banali, ma davano l'idea dello smarrimento.
Il pubblico è stato scandalizzato dallo stare con gli attori, dalla cifra interpretativa, dal tema, ma soprattutto dalla regia.
Trascrivo due commenti.
Puntualizzo che piuttosto che a Zingaretti, Gianfelice incredibilmente è sosia del vero Cafiero Lucchesi.


Cara Maila,

ieri sera eravamo con te e Gianfelice sulla scena di Cafiero Lucchesi, grazie all'idea-trovata di inserire, per così dire, anche il pubblico nella scenografia. Ed è con un pizzico di sussiego che, in quanto pubblico, rivendico la capacità di autodisciplina di quest'ultimo: attento e silenzioso, concentratissimo e partecipe, di sicuro perché travolto dalla vostra capacità di coinvolgimento emotivo.
Che dire di voi due? Sempre più bravi, sempre più affiatati: Gianfelice (a proposito, mi è sembrato  "montalbanizzato", in virtù di una somiglianza con Zingaretti che non avevo notato) così sintonizzato sulla tua stessa lunghezza d'onda da assecondarti in ogni passaggio (credo che, se tu... avessi sbagliato una battuta, lui ti avrebbe retto il gioco...), tu sempre più veloce nel cambiare pelle; entrambi sempre più convincenti in ogni ruolo.
Fate quasi venire in mente le personalità multiple! Bravi davvero.Più che bravi.
Andrea ha apprezzato tantissimo. Volevo dirtelo.
Avremmo molto gradito il dibattito, per inondarvi di domande, perché sì, lo spettacolo fa pensare e induce alla riflessione e... alla condivisione della riflessione.
Grazie per avermi fatto chiamare per venire ad assistere al tuo spettacolo.
Un abbraccio e a presto.

R.Cavaliere


Maila,
non vorrei sembrarti retorica, ma siamo rimasti davvero incantati dal vostro spettacolo, che ci ha coinvolto in modo profondo sia per il tema, sia per la recitazione fortissima e carica di passione, anche l'allestimento scenico oscuro molto suggestivo e giusto.
 Tema storico-politico-sociale-esistenziale, Cafiero Lucchesi mi ha parlato da vicino di una ferita profonda della coscienza storica occidentale, legata al fallimento storico della giustizia politica, storica, esistenziale. un fallimento  che scava nell'abisso della mancanza di speranza  e giustizia profonda per quanto riguarda la vita di Cafiero e dunque per tutti perché non possiamo non sentirci parte dell'eredità tragica storica e politica anche della storia di questo pratese, perseguitato dal potere inteso come dittatura e come mostruosità.
Credo che uno spettacolo così andrebbe promosso come un contributo importante per la cultura e soprattutto per l'educazione delle nuove generazioni, che hanno bisogno da un punto di vista pedagogico di comprendere la complessità della storia anche e soprattutto attraverso la raffinatezza del teatro e interrogarsi così meglio, in modo autentico e anche emotivo, partendo dal sentire e capire la Storia attraverso le piccole storie, che dicono molto, più di quello che si possa immaginare.
Grazie a te e a Gianfelice,
Sylva

domenica 17 novembre 2013

"Cafiero Lucchesi", senza dibattito

Ieri sera ho deciso di non fare il dibattito dopo Cafiero Lucchesi. Di lasciare una volta tanto 'liberato' lo spettacolo, di non occuparlo.

Non so se il pubblico abbia gradito o meno, ma è stato anche per evitare che eventuali arringatori approfittassero, come capita ogni tanto, di questo spazio libero per distogliere dalla riflessione che ogni spettacolo porta con sé.

Questo non significa certo che non faremo più dibattiti, ma che non sarà più una operazione 'automatica'.

Bello e 'pieno'  Cafiero Lucchesi, ieri sera. Si replica anche stasera, domenica 17 novembre ore 21, eccezionalmente.

Riscossa di Prato: trucco e paccottiglia ci sono eccome

Il SOLE 24H dedica a Prato un articolo: "La riscossa di Prato: una provincia senza trucco". (1) Nell'articolo si celebra ...