lunedì 2 marzo 2015

"Bignamino delle donne", recensione

Gianfelice D'Accolti mi manda questa recensione su Il bignamino delle donne. L'aveva già inserita fra i commenti, ma chiede che la pubblichi come articolo, ed ecco qua. Usa parole di elogio per me, che mi imbarazzano. Tuttavia la pubblico, perché da me si sposta per parlare anche del teatro in senso più generale, commentando significativamente, sia dal punto di vista tecnico-recitativo, che da quello sociale e politico. Grazie.

Bignamino, lezione di teatro.


"Maila è capace di interpretare 10 (dieci) personaggi diversi nello stesso spettacolo: la cavernicola barese, la romana mignotta, la strega pistoiese, la rivoluzionaria francese, la suffragetta anglosassone, l’operaia sarda, l’aristocratica italiana, la consigliera comunale, la donna del futuro, la presentatrice. Timbri, tonalità, parlate, ritmi sempre diversi. E non sono macchiette, ma personaggi, in cui si esalta sì il lato comico ma anche quello potenzialmente tragico. Non sono imitazioni alla Crozza. Oggi l’imitazione è il corto-circuito dell’interpretazione per l’attore insipiente. Capace anche di cantare due belle canzoni ‘scanzonate’, e prendere in giro la donna, il femminismo, l’uomo, il machismo con ironia, grazia e comicità. Come sanno fare solo grandi attori e maestri. Sono compiaciuto di poter lavorare con lei dalla quale ho imparato tanto e di cui ammiro le doti creative e la sapienza registica, fondata su un semplice gusto per le geometrie e in cui la scenografia è ancella della recitazione e non viceversa. Insomma, Maila Ermini è “un maestro” perché’ capace di imporre uno stile che sarebbe piaciuto a grandi attori del passato: il teatro è l’attore, e la multimedialità la crea l’attore col suo lavoro sulla voce e sul corpo. Per questo si dimostra il teorema che un piccolo teatro come la Baracca può esprimere grande teatro senza spendere e sprecare. Ma da questo, a volerlo affamare e affondare, ce ne passa: diventa crimine contro l’arte, spreco di risorse, ostracismo con finalità d'esilio, porcheria partitico-settaria. La gente che viene in Baracca, spettatori veri, che scelgono di venire da noi e non sono allettati dal “mi avranno visto? “ dei teatri dei velluti (uno di quelli vale dieci di questi) ci chiede stupita: ma come mai siete così poco pubblicizzati? Ma come mai non vi si vede in giro come meritereste? Ma davvero vogliono chiudere la Baracca, dopo aver letto il tazebao in bacheca? Cadono, ingenui, nell’equazione “notorietà e fama = talento + bravura + merito”; non sanno che spesso dietro quella notorietà c’è il meschino “do ut des”, c’è il mercimonio, l’assenza di idealità e di storia...

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