martedì 24 marzo 2015

Prato: l'asse dei tralicci e altre storie del degrado cittadino

Alla mia domanda, fra le altre, di quando nasce l'asse dei tralicci a Prato e altro -io ricordo verso la metà degli anni Novanta del secolo scorso- , mi si risponde:

"La tua domanda è legittima perché effettivamente i tralicci nascono prima (n.d.r. del 2000), almeno una parte di questi, della tangenziale sud; le previsioni urbanistiche sono attribuibili al piano Secchi del 1996, ma la realizzazione dell’arteria stradale, conseguenziale a quelle, è successiva all’adozione. Oggi, in compenso abbiamo conquistato con legge regionale l’urbanistica partecipata, “meglio se questa avviene dopo avere fatto le scelte” … infatti stiamo tutti aspettando l’aeroporto, l’inceneritore, la bretella Prato –Signa,  il nuovo casello di Calenzano e tante altre nuove infrastrutture, intanto per la crisi  la falda cresce a livelli pre Anni Sessanta, quando si dismisero le gore, e la città a sud vive praticamente sulle palafitte, con i sottopassi quasi a fungere da collettori  .
Tu pensa che stamani, come tutti gli altri giorni oramai, ho impiegato quasi due ore per entrare a Firenze, e pensare che, nel 1970, con lo stesso carico demografico di oggi, impiegavamo con il pullman ben 25 minuti; si tratta di una bella conquista non c’è che dire! La metropolitana langue … ci sarà da divertirsi nel prossimo decennio.
Un vecchio amico di studi scrive queste reminiscenze urbanistiche, dicendo che prova un sentimento contrastante, una “tenerezza” che ha il sapore della rabbia, nel  leggere e nel constatare che al “peggio non c’è mai fine”. Per dimostrare tutto questo pesa negli scritti dell’ “illuminato” redattore del Piano dei piani pratesi, l’ing. Bernardo Secchi che attratto dal  mito della “mixitè”,  in occasione del libro Laboratorio Prato PRG del 1994, ebbe a  sentenziare.:  
“ A differenza di Siena, di Bergamo, di Venezia, Prato non è preceduta, per chi giunga dall’esterno, da un’immagine urbana forte che si rappresenti in icone memorabili. Sono poche le persone in Europa e nel nostro paese che al suo nome associno un paesaggio, un luogo, un edificio rimasto indelebilmente impresso nella memoria. Il visitatore distratto, anche se non incolto, trova spesso Prato “bruttina”; in modi non totalmente scorretti la associa all’immagine di una grande “periferia” industriale ed è sorpreso di trovare ad un certo punto del suo percorso un centro antico; ma anche le qualità di questo gli appaiono tali da meritare la posizione marginale che esso ha nell’immaginario europeo. Prato per chi non è pratese è associata ad altri miti: alla lavorazione della lana, agli “stracci”, a Malaparte e ai “maledetti toscani”, a Ronconi e al suo Fabbricone, a Braudel e alla sua “Storia di Prato”, al primo ed unico Museo d’Arte Contemporanea del nostro paese, ad una villa e ad una famosa quanto privata e riservata collezione di arte visiva, a Poggio a Caiano, al Pontormo, ad alcuni vini e olii ..”
Ed, infatti, così profetizzando (...) abbiamo perduto, in ordine sparso: una città etrusca di 40 ha., la Fattoria Medicea, di un tal Lorenzo Il Magnifico, gran parte delle Ville (leggasi frazioni storiche) del contado, ed ancora il bel convento della Sacca e il suo spettacolare collegio, mettendo poi a rischio persino i monumenti in città, a cominciare dal Castello dell’Imperatore (non certo considerato tra le emergenze architettoniche e tra le “bellezze” da recuperare), ma anche gli affreschi del Lippi (poi per fortuna restaurati nel decennio successivo), la stessa basilica di S.M. delle Carceri, il Duomo, le piazze e tutti i colori della città storica (ndr. che rimasero dimenticati come le piazze ancora per un decennio). In compenso abbiamo ereditato  il retaggio di un idolatrato Macrolotto 0,  quale quartiere antesignano del co-housing (ndr. di certo servito a fare della città periferica un vera “cinatown” a dimensione europea), ma soprattutto un’urbanizzazione selvaggia “a macchia d’olio”, ideologizzata col mito perduto degli standard, così da far rabbrividire persino le peggiori speculazioni degli anni del boom economico, dando involontariamente (si capisce) spazio agli unti del dio denaro che trovano nel riciclaggio un bel profitto, facendo di Prato, l’unica e sola “città fabbrica” della new economy!

 Colui che è nato al tempo della Città di Chandigarth"

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