venerdì 3 aprile 2015

L'ape alle terme

La piccola ape
era alle terme
e si lavava
con premura,
la bocca
i denti
le antenne,
delicata risciacquava.
La piccola ape
mi guardava
quasi indifferente,
coraggiosa
sul limitare
della casa;
rischiava
che qualcuno,
incosciente,
un bambino
corrente
la buttasse
nell'acqua fonda,
e morisse.
L'ape coraggiosa
sul limitare
della piscina
con l'acqua calda
gioiva.

Le ho detto:
-Ma tu, ehi, tu,
chi ti credi d'essere?
Presuntuosa! -

Lei quasi
mi ha sorriso,
ha parlato,
ma prima
con la zampetta
sulla testa
un po' d'acqua
ha buttato.

-Io, chi mi credo d'essere?
Un'ape, un essere
che come te si lava
e si calma
nell'acqua calda
e si riscalda.
Ora m'asciugo
e ti saluto...
volo, più alto di te,
nell'assoluto.

(M.E.)

giovedì 2 aprile 2015

“Lo Spettacolo della Città … un teatro in movimento” di Giuseppe Alberto Centauro





Lo Spettacolo della Città … un teatro in movimento”

1 APRILE 2015 – Dedicato a mio padre Gabriele (20 marzo 1916 - 1 aprile 1963)

Parte prima
Il 29 marzo 2015 resterà di certo una data storica per il teatro di Prato, con l’esordio di un nuovo, originalissimo, format di intrattenimento. Infatti in questa nuova produzione del “Teatro La Baracca” sono state presentate molte novità, per certi versi “rivoluzionarie”, soprattutto assai convincenti nella formula, nell’esclusiva (per il momento) offerta ad un “pubblico di passeggeri” per “Lo Spettacolo della Città” … teatro in movimento.
Idea pazzesca, eppure straordinariamente efficace, quella di proporre una performance teatrale in autobus, itinerante con fermate e ripartenze, con scese e risalite, con soste a motore spento e narrazioni viaggianti, toccando luoghi e storie del territorio attraversato, completato dal dibattito a termine dello spettacolo.
Una proposta quella di Maila Ermini di pura ispirazione lorchiana (in omaggio al “mitico” Teatro Universitario La Barraca del quale Federico Garcìa Lorca fu artefice e indimenticato direttore).
Le geniali intuizioni e scansioni teatrali di Maila e la bravura di Gianfelice D’Accolti hanno fatto vivere in modo vibrante nelle tre ore di rappresentazione questo teatro itinerante, letteralmente bevuta dagli spettatori/ viaggiatori in una sorta di quarta dimensione, sospesi dentro il mutare del paesaggio urbano di luoghi storici e “non luoghi” contemporanei a comporre la cifra scenica.
Maila e Gianfelice, attori e registi insieme, hanno condotto all’unisono per noi presenti uno spettacolo nello spettacolo. Mentre Maila apparecchiava la storia, Gianfelice recitava, e viceversa. Novelle, racconti, ricordi, ma anche annotazioni puntuali sul passato, sul presente e sul futuro della città, a testimoniare oltre l’impegno civico di un messaggio profuso con misura e piacevolezza. Entrambi hanno restituito la magia del teatro con l’incanto di gesti e parole, scorrendo su e giù per il corridoio dell’autobus, facendo toccare con mano a tutti le personalizzate testimoniare di quest’inedita drammaturgia periurbana, ora sussurrate ora cantate. Pareva quasi che “La Baracca”, in quanto anch’essa luogo fisico, si fosse smaterializzata fuori da quel di Casale, diversamente oggettivata per aree, punti ed ambienti tra loro differenziati lungo un articolato percorso anulare intorno al centro antico della città, ruotando come la Terra intorno al Sole.
Un teatro itinerante che definire sperimentale pare persino riduttivo, non tutto consumato sulle ruote di un bus, mirabilmente “contestualizzato”, concreto, mai astratto o inutilmente “concettuale”. Racconto perdurante che ha avuto il pregio di stupire, mai banalizzare, come le singole trovate approntate dalla musa ideatrice che non finisce mai di sorprenderti nel tirar fuori dal cilindro di un’inesauribile vena creativa e poetica, una dietro l’altra, l’ennesima “prova d’autore”.
Ribaltando un concetto quasi archetipo della novità della messa in scena, ovvero quello di trasformare in architettura scenica ogni qualsivoglia luogo per farne occasione di drammaturgia o di spassoso evento di strada, il “Teatro La Baracca” si è davvero messo alla prova scegliendo il movimento, l’avanzamento,  moving up direbbero gli anglosassoni, opzione non facile e assai rischiosa, cercando e frugando nei meandri reconditi della città metropolitana una dimensione diffusa, talvolta dispersa, forse irrecuperabile, rendendo persino bello, quantomeno interessante il trash urbano, in quella che Maila ha definito “l’estetica del brutto”, si alternano quartieri dormitorio dove prima erano i prati, spazi socialmente alienanti al posto dell’identità del primitivo tòpos. Certo pensando ad un’identità forse perduta di certi spazi urbani, è rimasto evidente il contrasto con lo strappo dell’oggi, ma anche grazie alle espressioni calibrate e sensibili della narrazione, il sapore piacevole delle parole resta a suscitare non tanto il senso di un lontano e nostalgico dèjà vu quanto piuttosto la rigenerazione di uno stato d’animo sopito, latente in ognuno di noi nei confronti del ricordo del tempo che fu, realizzando in una sfera ancora ben percepita nella memoria di ciascuno, il vago rimembrare di un’esperienza veramente vissuta che è stato emozionate far tornare alla mente e nel cuore.

Parte seconda
L’autobus corre coi racconti nello spazio e nel tempo, come nel Ritorno al futuro, senza però avere possibilità alcuna di cambiare le cose, di recuperare le occasioni perse. Attraversiamo, con una consapevolezza critica diversa, le Ville storiche del contado pratese (Capezzana, San Paolo, Galciana, come fossero luoghi ripescati da un immaginario collettivo, monumenti della nostra cultura materiale e della storia popolare, oggi separati tra loro da tangenziali e oscure barriere di cemento. Poi, ancora, quell’incalzare di immagini contrappuntate con garbato dialogo e sapiente regia, incredibilmente sincronica con lo scorrere visivo dei paesaggi che si mostrano dai finestrini tutt’intorno, ci lascia attoniti. La forza espressiva della narrazione, ben modulata, perfettamente connaturata ai tempi di percorrenza del mezzo di trasporto e a quelli canonici del palcoscenico, è di quelle cose che ti restano sulla pelle. Provare per credere! Ma non c’è tempo di sedimentare alcunché perché il viaggio continua, la corsa non si ferma in una comunicazione verbale mai paga, generosa di battute e di aneddoti nell’incedere incalzante di prosa, poesia, musica e canto.
Non si era mai visto niente del genere, vivere un autobus come “casa comune”, mobile ed aperta allo stesso tempo, in un’esperienza da condividere con altri occasionali passeggeri, ormai affratellati spettatori, coinvolti come te in tour dal timbro confidenziale, ricco di sorprese, suadente nei racconti letterari e negli amorevoli amarcord.
Il dialogo fra il malato e il sano di fronte al nuovo ospedale resterà una pagina speciale di questo testo, tanto esilarante quanto graffiante, costruito nella sagacia del “doppio senso” e dell’alternanza, trionfo di un’ironia frizzante che diviene, senza parere, scherno simpaticamente vociato nel refrain di una canzone. Resta la palese denuncia del malcostume che ci avvilisce giorno dopo giorno, senza tuttavia che di questo sgradevole pensiero si abbia in alcun modo fastidioso modo di intendere. Lo spettacolo ci dimostra infatti che non c’è affatto bisogno di polemizzare nell’esplicita saga dei personaggi dialoganti.
Dopo avere spento il motore, per gustare al meglio la scena, quasi fosse questo l’autobus di Harry Potter, si riparte per una nuova meta, in terra incognita.
Questa sequenza di emozioni si è ormai trasformata in un’occasione speciale di riscoperta della città nascosta nella periferia metropolitana, già scolpita nell’esperienza fuggevole del momento e pur ben percepibile oltre gli inevitabili colpi di scena e le suggestioni ambientali, godendo della realtà sommersa della pòlis odierna, il più delle volte invisibile nel quotidiano, di una Prato non evocata ma ben tangibile di fronte agli occhi. Una città, oggi sull’orlo di una crisi di nervi che, al contrario, ha sempre fatto del disincanto e della libertà di pensiero la sua più consona sintonia: gli attori ce lo dimostrano con rime, stornelli e sollazzi vari.  
L’acme del pathos si ha scendendo tutti a terra una prima volta, alla fermata posta nei pressi della rotatoria nord ovest della tangenziale, quella dove è stata collocata l’opera scultorea, in acciaio e vetro, di Italo Bolano, dedicata all’Imperatore Federico II, non certo un pratese doc ma pur sempre un suo lontano estimatore, un’opera visibile al tramonto, del tutto inosservata di giorno, come spesso accade per tanti luoghi “intermittenti” di questa città.
Qui, ben visibile, è un maestoso scenario che si apre ai nostri occhi, dimostrando una bellezza panoramica inaspettata in un luogo davvero sui generis.
Da un lato, rimirando l’inquietante spopolamento arboreo del poggiolo maestro del Monteferrato e il profilo occidentale della Calvana, brulla in testa, selvosa ai fianchi, si ha una sensazione opposta e convergente allo stesso tempo.
Dall’altro, la bella cartolina visiva che si apre a 180 gradi, a ventaglio, realizza un singolare “paesaggio dal basso,” una visione spettacolare che si fa commovente per la grandiosità, quasi sacralità, del profilo montuoso che suscita quella vista.
Qui, Gianfelice D’Accolti sublima le emozioni provate con gli occhi con una performance d’autore, con grande maestria e il piglio del maestro cantore, interpreta un monologo da brividi, tratto dai Maledetti Toscani di Curzio Malaparte, mettendo a nudo la pratesità e l’orgoglio del tempo che fu.  Gli spettatori viandanti, inconsapevoli pellegrini della storia, ascoltano in silenzio, anzi partecipano emotivamente all’unisono con l’attore che in ogni sussulto sembra parlare e muoversi sopra il colle di Spazzavento, dove Curzio riposa insieme alla sua immortale visione ed universale pensiero. Personalmente non ho mai provato un coinvolgimento così forte in pura simbiosi tra spazio fisico e spazio concettuale.
La bravura degli attori, la loro straordinaria professionalità ha di fatto continuato a trasformare il pur non agevole viaggio, tra rotatorie  assurde e una stordente viabilità urbana, in qualcosa di unico, che è trasposto nella curiosità inappagabile di “saperne ancora di più”, con tanta voglia di conoscere e fissare nella mente le storie e i racconti, come quelli fantastici e realistici tratti dall’ Antologia sul Bisenzio, la “spoonriver” pratese di Maila, vivendola come un’esperienza da non dimenticare che, mentre si ascolta, si ha paura di perdere, come se le parole si cancellassero nell’aria per una capacità mnemonica troppo labile.
Come se non bastasse, infatti, ben presto si accorgeranno gli spettatori di essere anch’essi protagonisti involontari di uno spettacolare happening che gli sbalzerà letteralmente fuori dai sedili per scendere tra la gente a mostrarsi in pubblico insieme agli artisti. Curiosa inversione delle parti con gli attori che divengono scudo, nell’ammiccante coraggio di una comune, contagiosa sfrontatezza da esibire in piazze e piazzole pronte ad accogliere l’insolita carovana. Luoghi e facce sempre variate, spazi sempre diversamente abitati, ora solitari, ora affollati, risolti in prosceni di inusitata incisività, pregnanti di significati e popolati di ricordi.
Il meglio si è avuto sulla ciclabile di un frequentatissimo viale Galilei, presso l’aulica fabbrica del notabile imprenditore, Brunetto Calamai, in questo posto è capitato quel che ho detto, tra la moltitudine di gente accorsa nel bel pomeriggio primaverile al mercato straordinario di domenica i viaggiatori agli occhi dei passanti si sono resi attori, involontari protagonisti della scena. “Turisti per caso”, mutuando il titolo di una nota trasmissione televisiva.
Ad ogni fermata e successiva risalita sull’autobus col “Teatro La Baracca” a fare da cicerone si è sempre e comunque avvertita nei 48 spettatori, una progressiva e contagiosa euforia, quasi fosse stata quella una gita tra vecchi amici, resa ancor più festosa per la piacevolezza della compagnia e lo spirito goliardico dei due capigruppo.

Parte terza
Inutile negare che l’aspettativa per questa strepitosa novità teatrale era stata, fin dall’esordio, grande, già al momento della prenotazione dei posti disponibili, niente però al confronto del “coup de théâtre" al quale avremmo assistito ad ogni sosta, ad ogni fermata dell’autobus.
Lo Spettacolo della Città” è un qualcosa che non si può descrivere, piuttosto va vissuto.
Per dirne una non si può rammentare per filo e per segno tutto quel che è successo, anche se tutto ciò è molto riduttivo e non conforme all’esperienza realmente vissuta perché il viaggio è stato intenso. Nella seconda parte del tour, non si può, ad esempio, non ricordare le odi alla natura recitate con il bus accostato sulle sponde del torrente Bardena: quella dedicata al picchio, simbolo del Centro di Scienze Naturali di Galceti; quella della scansonata favola di Trilussa con la morale del cane “bastardetto”. Poemetti contrapposti alla triste storia dell’anarchico regicida, Gaetano Bresci, sopra le limpide acque del torrente che scorre accanto al bus, scopriamo nel racconto snocciolato da Maila e Gianfelice di essere a ridosso dell’amena collinetta dove il Gaetano si esercitava al tiro con la pistola per non sbagliare quel triplice sparo che lo avrebbe dannato.
Bus stop in viale Marconi, all’ingresso dello spettrale parcheggio TIR, giustapposto all’area, oggi in sgombero, del campo nomadi, o meglio dei Rom, ancora carico di immondizia e cartacce svolazzanti tutt’intorno.  Questo è “il luogo non luogo” per antonomasia della città, posto alle porte di Prato in prossimità del suo principale accesso urbano. Un’immagine davvero stridente, da “terra dei fuochi”, che offende il senso comune del sentire e del vivere la natura che, a contrasto con la stesa di asfalto e cemento, appare assai luminosa sotto il verde argine erboso del Bisenzio, ancor più ingentilita dalla vista remota delle ondulate pendici di Poggio Castiglioni.
Questa fermata (non si scende) segna però il punto più alto dello sconforto per quanto è andato perduto nel fresco ricordo di quel che è accaduto con l’obliterazione perpetrata nella barbarie dell’ignoranza, non giustificabile ed insana, del grande insediamento etrusco, scoperto a fine del secolo scorso e seppellito agli inizi di questo per far posto allo scalo merci dell’interporto. Lo straordinario sito archeologico, posto giusto giusto al di là del fiume, in sponda destra è la peggiore vergogna di questa operosa città che certo non avrebbe meritato una vicenda così tanto infamante. La sofferenza che prova è stata acuita nella metafora poetica del racconto che Maila ha proposto, senza alcuna polemica o rabbiosa reazione, che evoca il fantasma di un’immaginaria donna etrusca, regina della grande domus ancor superstite dello scempio: qui per due volte nata e per due volte sepolta, prima dal limo e dalla fanghiglia dell’onda fluviale, poi dal tombale cemento di abnormi piazzali, capannoni e rugginosi binari. 
Quale differenza tra l’orgoglio pratese di ieri, nobilmente narrato da Malaparte, e la stupida cupidigia affaristica del pratese di oggigiorno, politicamente incapace di leggere nella propria storia, valori e sentimenti, e quanto semmai resta ancora di buono della cultura del nostro tempo!
Il lungo viaggio pomeridiano ormai avvia il suo percorso di rientro con l’amarezza addosso che alberga nei cuori dei viaggiatori, prendendo il posto del gusto dell’avventura …  ma il genio teatrale al pari del bus non si ferma, ed ancora una volta viene in soccorso delle menti ora afflitte. Infatti, dopo avere ripercorso la tragedia di un’occasione perduta, aver vissuto un novello “sacco” che squalifica e mortifica tutti coloro che sono stati in qualche modo partecipi di questa orribile vicenda, si riaffaccia la poesia, operando un nuovo miracolo attraverso la lettura dei componimenti lirici di Sem Benelli.
Siamo nel macrolotto industriale e alla vista delle fabbriche rivestite in mattoncini, come le villette della Pietà, si riassapora l’attenzione, anche architettonica, di una filantropia del lavoro, un’etica urbana che pure poco prima sembrava perduta. L’ode al tessitore di Sem Benelli ci ricorda un passato eroico del lavoro in fabbrica, dove i più umili protagonisti sono posti alla stregua degli eroi omerici, tanto il sacrificio, tanta la naturale e semplice bellezza di una vita vissuta nel rapporto autentico e genuino con la propria città.
Questo percorso intorno alla città può dunque completarsi serenamente e riaffermarsi nella corretta sintesi anche antropologica della messa in scena, senza eccessivi squilibri per il verismo mai dimenticato de “Lo Spettacolo della Città”, non prima tuttavia di recarsi con una vena giustamente sarcastica al “Parco Prato”, megastore della contemporaneità più consumistica, ma qui il discorso si farebbe lungo ben oltre i confini geografici del territorio perlustrato. Quasi un segno del destino, il grande centro commerciale si è posizionato in perfetta giustapposizione al Villaggio Gescal di Ludovico Quaroni, quartiere che fa parte della storia urbanistica del dopoguerra, quando l’idea del ghetto sociale non era stata messa alla prova e si sposava con l’idealità della “città giardino”, nel segno di una presupposta adesione del popolo al progetto astratto di un mondo asettico e autoreferenziale, non sussidiario al contesto urbano del centro storico. A quel tempo la stagione dei suicidi per depressione ambientale e dell’emarginazione non era stata ancora vissuta per poi assumere invece i connotati di un dramma “non falso” che sarà piuttosto ricorrente nei quartieri dormitori degli emarginati.
In questo luogo è successo un po’ quello che abbiamo toccato con mano, transitando per il “viale dei tralicci”, vera mostruosità infrastrutturale del territorio pratese, passata come modernizzazione, andando a prendere il posto dell’antica via Cava e dell’attigua via del Ferro che segnavano, con ben altre allusioni,  il confine tra il contado rurale e le aree verdi naturali delle zone umide della Piana a sud di Prato, dove oggi per rimediare ai disastri ambientali si devono scavare “spaventosi” bacini di compenso per le acque esondabili al fine di  ridurre il rischio idraulico e gli effetti della cementificazione selvaggia.
“Lo Spettacolo della Città” è da vivere dunque, a fine del viaggio, non come un evento temporaneo quanto piuttosto come una testimonianza della resilienza stessa della gente che, grazie al “Teatro La Baracca”, ha da ieri un motivo in più per comprendere, per mantenere alta l’attenzione, semmai discutere senza farsi distrarre dalle impietose falsità dell’informazione corrente, il tutto con grande leggerezza e poesia.

Giuseppe Alberto Centauro


mercoledì 1 aprile 2015

"Lo spettacolo della città" - Reportage 4 (Fine)

Ringrazio tutti coloro che mi hanno espresso il loro gradimento, i bei commenti e le lunghe considerazioni  per Lo spettacolo della città.

Evidentemente si è trattato di uno spettacolo fuori dall'ordinario, e ne sono fiera.
Rispondo qui brevemente alle domande che mi sono state fatte dopo lo spettacolo riguardo alla distribuzione del testo e della colonna sonora: il testo, dove non era altrimenti indicato all'inizio della lettura, è mio.  E ugualmente La canzone per Prato e Quando torneranno i re.

martedì 31 marzo 2015

"Lo spettacolo della città" - Reportage 3

La Nazione, Cronaca di Prato, data di oggi


"Lo spettacolo della città" - Reportage 2

Sul Bisenzio
Parco Prato/Case Gescal
Si torna in Baracca




Merenda sul palco della Baracca: finito tutto, tranne l'acqua

Un'altra ipotesi per il disastro della Germanwings

E' una ipotesi, se non altro ben costruita e intelligente, che vale la pena di prendere in considerazione con una letturina.


"Sono le 8:57 UTC del 24 marzo 2015: un velivolo della compagnia low cost Germanwings, appartenente alla Lufthansa, decolla dallo scalo di Barcellona (Spagna), diretto a Düsseldorf, in Germania. Poco più di 40 minuti dopo, stando alla versione ufficiale, si perde il suo segnale radar e l’aereo impatta sulle Alpi francesi. I media riportano la notizia così:

"Precipita velivolo commerciale sulle Alpi francesi. I testimoni ‘Volava troppo basso’. L’aereo era decollato alle 10 di mattina. Fin dall’inizio, la rotta dell’Airbus A320 eraanomala’ rispetto alla norma dei voli Barcellona-Dusseldorf: lo scrive il sito specializzato nel monitoraggio voli aerei Flightradar24. L’aereo sarebbe salito a 38.000 piedi prima di scendere inspiegabilmente. A 6.800 piedi il segnale è stato perso".

Successivamente le informazioni che via via sono diffuse ridimensionano la questione relativa alla rotta, mentre si "aggiusta il tiro" sulla quota, non più definita "bassa". Compaiono i primi grafici che descrivono una discesa lenta e graduale che porta il velivolo da oltre 12.000 a 1.800 metri in circa 8 minuti (Alcune fonti parlano di 18 minuti). 

Sul portale Dailymail si riferisce circa la presenza di due caccia intercettori che scortano il velivolo, prima che esso scompaia dietro le montagne, ma successivamente la notizia viene editata e le righe in questione sono espunte. Non si accennerà più ad unità militari nella zona.


Leggiamo insieme: "Testimoni hanno parlato di un boato come da esplosione di dinamite. Poi hanno visto dei caccia seguire il velivolo della Germanwing. Ciò fa supporre che l'aereo civile fosse in qualche modo scortato da aerei militari".

Inizialmente è esposto che la zona dove si è schiantato l'airbus della Germanwings è difficilmente raggiungibile e che saranno necessari giorni per raggiungere il luogo del disastro, ma le mappe satellitari mostrano l'esatto contrario. Infatti la cima di 2.600 metri interessata dall'incidente aereo è all'interno di una zona percorribile tramite vie di accesso con automezzi e nelle vicinanze sorgono due piccoli centri abitati.

Le autorità dichiarano che sarà arduo ritrovare le due scatole nere, poiché l'aereo "si è polverizzato". Poche ore dopo, però, le apparecchiature preposte alla registrazione delle voci di bordo ed al percorso seguito dall'A-320 fanno la loro comparsa. Il Procuratore di Marsiglia, Brice Robin, che coordina le indagini, dichiara che le scatole nere sono fortemente danneggiate e che sarà difficile recuperare informazioni. La mattina successiva sono, invece, già disponibili le foto del Flight recorder danneggiato e poche ore dopo il Procuratore afferma, in conferenza stampa, che la registrazione del volo è stata recuperata: il responsabile dell'"incidente" è il co-pilota, che intendeva uccidersi. Questione chiusa. 

Che cosa, però, è successo veramente?

In questo caso, così come in altri, molte tessere non appaiono al loro posto e le contraddizioni sono numerose. Vediamo di elencarle in modo sintetico.

LA QUOTA - Il volo 4U9525 D-AIPX, secondo i dati (se attendibili) forniti da Flightradar 24 risultava ad un’altitudine inferiore rispetto a quella regolare, ma questo è noto. Sappiamo che gli aerei commerciali preposti alla diffusione di composti igroscopici ed elettroconduttivi (vulgo scie chimiche) in bassa atmosfera volano spesso su corridoi militari e quindi a quote inferiori rispetto a quelle dichiarate. Quindi l'impatto sulle Alpi francesi, in una zona impervia compresa tra le località di Prads-Haute-Bléone e Barcelonnette, sembra essere una conferma di tale prassi: è chiaro che, se si incrocia a quote non sicure su determinate aree, l'incidente è più facile, in quanto eventuali manovre di emergenza non sono possibili.

LA ROTTA - Come ammesso dallo stesso portale meteoweb.eu, noto per essersi espresso in più occasioni a danno di chi scrive, il velivolo della Germanwings "percorreva un corridoio non diretto, ma che pareva piuttosto turistico".

LE COMUNICAZIONI CON LA TORRE - Stando a quanto riportato dalle autorità competenti, l'A-320 è scomparso dai radar pochi istanti prima della (presunta) collisione con le cime francesi. Inizialmente non si accenna all’interruzione di comunicazioni radio tra torre di controllo e piloti a bordo del velivolo commerciale. In tempi successivi, però, per giustificare la tesi ufficiale del "pilota kamiKaze", si asserisce che la torre ha perso ogni contatto con l'equipaggio, non appena il volo 9525 ha cominciato la discesa controllata e cioè 9 minuti prima della perdita del segnale sui radar. Questi tempi di buio implicano necessariamente l'intervento di caccia intercettori che dovrebbero raggiungere l'aereo civile e verificare "a vista" le condizioni dei piloti, quindi operare di conseguenza, ma nessun responsabile ha menzionato qualsivoglia operazione di "scramble". 

LA SCATOLA NERA - Una sola delle due scatole nere è stata mostrata e cioè quella preposta alla registrazione dei dialoghi a bordo (in cabina di pilotaggio). Senza dubbio l'apparato risulta un vecchio modello, non più installato sui velivoli attuali, ma soprattutto mostra graffi e ruggine, come se fosse rimasta sotto le intemperie o in un ambiente umido per molto tempo. Il flight recorder non è quindi quello del volo 9525, ma con tutta probabilità è un pezzo recuperato da qualche magazzino ed usato allo scopo di ingannare il pubblico avido di chiarimenti.

LA TRACCIA AUDIO - Esiste già una traccia audio (ora rimossa), pubblicata sul portale You-tube e che è stato dichiarato essere la registrazione degli ultimi 60 secondi del volo 9525. Il file audio risulta essere frutto di manipolazione. Alcune parti di quelli che sono spacciati per i suoni in cabina sono ripetute più volte, mentre alla fine è circostanza anomala non udire il sistema di bordo richiamare il pilota con l'avviso "Pull up". E', infatti, lo strumento di prossimità al suolo che avvisa il pilota di tirare a sé la cloche o, come nel caso dell'A-320, il joystick.

IL PILOTA KAMIKAZE - Il Procuratore francese dichiara al mondo che la tragedia ha un responsabile: il co-pilota tedesco Andreas Lubitz. Inizialmente è dipinto un ritratto che non indicherebbe un aspirante suicida, ma con il passare delle ore viene corretto il tiro ed il profilo del povero capro espiatorio è sempre più fosco. E’ evidente come si stia operando a posteriori in modo tale da legittimare il più possibile la veridicità della versione ufficiale e che cioé il ventisettenne abbia voluto deliberatamente distruggere l'aereo ed uccidere sé stesso ed altre 149 persone tra equipaggio e passeggeri, poiché squilibrato. Bisogna chiedersi come sia possibile che il giovane potesse ancora volare, se quanto descritto dalle autorità e dai media è rispondente al vero. I colleghi del pilota, i dirigenti della Germanwings-Lufthansa tacciono. Intanto, però, è curioso che, a seguito dell'incidente sulle Alpi francesi, i piloti della Germanwings si rifiutino di volare. I motivi sono evidentemente da ricercare altrove. Che cosa sanno gli "addetti ai lavori" che noi non sappiamo? Forse sono preoccupati dei ripetuti e sempre più frequenti episodi di "fumo in cabina" legati alla sindrome aerotossica? Noi diremmo di sì. 

Tornando al "suicida" Andreas Lubitz con 630 ore di volo all'attivo, un curriculum di tutto rispetto ed un riconoscimento F.A.A.. Egli approfitterebbe di un bisogno fisiologico del pilota per portare a termine quella che viene definita un'azione preordinata e deliberata. Bisogna domandarsi: come avrebbe agito, se il suo collega non si fosse recato alla toilette?

LA PORTA BLINDATA - Ci è stato “spiegato” che la porta blindata non ha permesso al Comandante di rientrare in cabina di pilotaggio, ma non ci è stato chiarito per quale motivo, pur avendo almeno otto (8) minuti per decidere sul da farsi, nessuno, compreso il Primo pilota, abbia usato il telefono satellitare, posto proprio a fianco della tastiera. Il telefono satellitare permette di comunicare con l’esterno ed in questo caso sarebbe stato possibile avvertire la torre di controllo di quanto stava avvenendo in quei drammatici frangenti. Otto minuti di silenzio? Inverosimile.

I PASSEGGERI - La versione ufficiale vede i viaggiatori rendersi conto del disastro imminente solo negli ultimi istanti. Come è possibile? Le autorità affermano che il Comandante ha cercato di scardinare (con un piede di porco) la porta di accesso alla cabina di pilotaggio. Questa è visibile da tutti i posti a sedere, dai primi sino a quelli posti in coda al velivolo. Per cui è plausibile che nessun passeggero abbia urlato o tentato di mettersi in contatto con amici e/o parenti tramite cellulare? A quella quota ed a quella velocità era probabilmente possibile riuscire ad agganciare qualche ponte UMTS a terra.

IL LUOGO DELL'IMPATTO - Nell'area del supposto schianto non si vedono oggetti più grandi di un paio di metri quadrati. Non si scorgono resti umani né bagagli o vestiti e, soprattutto, non si notano i rottami dei due turbofan che, essendo composti da parti in titanio ed altre leghe resistenti, dovrebbero essere assolutamente (quasi integri) nel sito del presunto impatto. La casistica indica che nel caso di collisioni, seppur violente, il piano di coda ed i motori restano indenni, nella loro struttura principale, ma a Barcellonette di queste parti non è stata trovata traccia! 

CONCLUSIONE - LE NOSTRE IPOTESI - Non esiste una spiegazione univoca e certa, ma possiamo ipotizzare alcuni scenari.

In prima battuta, dato per stabilito che, come dimostrato da questo drammatico evento, gli aerei commerciali volano a quote più basse di quelle dichiarate, semplicemente per assolvere compiti di "geoingegneria clandestina", possiamo congetturare che a bordo del volo Barcellona-Düsseldorf della Germanwings si sia verificato l'ennesimo caso denominato in gergo "fumo in cabina". L'A-320 in questione era già stato coinvolto, in passato, in un episodio simile. In quel caso i due piloti, che avevano perso conoscenza, riuscirono in extremis a riprendere il controllo del velivolo, evitando una tragedia. Tuttavia i casi di "sindrome aerotossica" sono così frequenti che, sebbene le compagnie stiano ancora cercando di nascondere ai più il problema della contaminazione da gas neurotossici in cabina, sarà sempre più difficile occultare la verità. Infatti sono decine i piloti, il personale di bordo ed i passeggeri che si accingono ad intentare azioni legali, giacché è recente la pubblicazione del referto di un coroner che associa con assoluta certezza la morte di un giovane pilota con ripetuti episodi di "fumo in cabina". 

E' il caso di ricordare che nel recente disastro aereo non è da sottovalutare la supposizione secondo cui i piloti, il personale di bordo ed i passeggeri siano rimasti incoscienti per minuti e questo giustificherebbe la dinamica occorsa. Ovviamente una verità come questa sarebbe deflagrante a livello di immagine ed il mercato dei voli civili subirebbe un crollo spaventoso. Anche le operazioni di aerosol clandestine, affidate alle compagnie commerciali, sarebbero in qualche modo compromesse. Per questo motivo è stata confezionata la storiella del pilota sucida alla quale tutti si sono omologati di buon grado. Un errore umano e la faccenda si chiude in fretta. Ciò giustificherebbe anche il silenzio dei dirigenti della Lufthansa che, a loro modo di vedere, preferiscono questo tipo di danno di immagine, piuttosto che dover rivedere la questione di fronte ad una vasta clientela. Gli utenti chiederebbero gli indennizzi per danni subìti a causa dei fumi tossici respirati in cabina passeggeri in questi ultimi 15 anni.

In ultimo... noi pensiamo che l'A-320 della Germanwings sia stato abbattuto ben prima di precipitare sulle cime francesi e ciò spiegherebbe perché delle parti più resistenti del velivolo non esiste alcun rottame. In seguito sarebbe stato ricreato ad hoc un teatro del disastro. E’ una ricostruzione superficiale (quella ufficiale), contraddittoria ed approssimativa, ma più che sufficiente per ingannare un popolino sempre più stupido." (tanker enemy)

lunedì 30 marzo 2015

Lo spettacolo della città - Reportage 1

Lo spettacolo che mi ha dato più emozioni, più di Miriam, mi ha coinvolto e mi ha dato più piacere di tutti quelli che ho fatto in questa stagione teatrale.
Riuscito rispetto al pubblico, in quanto a partecipazione, nel senso completo del termine: parlo di numeri, ma anche di condivisione emotiva. 
Sembrava che lo spettacolo fosse alla decima replica per quanto è corso lineare,  sia dentro il pullman che nelle soste.  

Eppure la costruzione di questo viaggio teatrale, poetico, geografico e storico nel territorio pratese mi è costato le tante camice.
Come spesso mi capita, tante volte mi sono trovata sul punto di tornare indietro, per le difficoltà, il dover districarmi in mezzo una idea e una realizzazione che pur mia, è diventata poi come un 'bambino',  che una volta nato e  cresciuto, s'è dimostrato ribelle e di difficile carattere...

Devo dire grazie a Gianfelice D'Accolti, che mi ha aiutato non soltanto nella sua esecuzione e recitazione - al meglio come sempre - , ma mi ha consigliato sui tagli - avevo raccolto come un libro, fra opere mie, anche scritte per l'occasione, opere altrui, testi letterari e canzoni - di più di ottanta pagine.
Gianfelice è stato anche bravo nell'organizzazione pratica dello spettacolo, e sua l'idea della merenda finale, graditissima.

Grazie poi a Giuseppe Centauro, sapiente, fine conoscitore del territorio pratese, che mi ha consigliato sul percorso, dando suggerimenti, informazioni e, ieri, aiutato nel disporre il pubblico nelle varie soste. 

Ecco, una delle rare volte che sono soddisfatta, incluso del pubblico. 

Qualcuno mi ha raccontato che quando eravamo in sosta sulle rive del Bisenzio a recitare le poesie de "Antologia del Bisenzio",  diversi curiosi si sono avvicinati e hanno detto,  guardando il gruppo di cinquanta persone riunito in ascolto: "Hai visto? E poi dicono che non vengono i turisti a Prato!"

Durante la sosta e merenda in Baracca, al ritorno, ci sono stati i commenti, e abbiamo vissuto un'altra ora di intensa condivisione conviviale. Ho capito che lo scopo del viaggio è riuscito, che siamo 'entrati' nella città, nel territorio profondamente e in modo non consuetudinario o banale.

Fra il pubblico era presente il consigliere comunale Mariangela Verdolini.



Alcuni primi commenti

"Molto bello" (Deanna)
"Piacevole ed interessante"
"Felice di averti conosciuto, se una persona speciale e complimenti per quello che fai, oggi è stato eccezionale (Ornella B.)
"Emozionante e graffiante" (Chiara G.)
"Emozione, riflessione, riappropriazione. Grazie per questa bellissima esperienza" (Chiara B.)
" 'Lo spettacolo della città': fantastico tour nella storia del '900 pratese alla stregua dei più ispirati reportage di Pier Paolo Pasolini" (Beppe C.)
"Grazie per il pomeriggio di divertimento e riflessione. Complimenti per l'ottimo lavoro e avanti così" (Mariangela V.). 
"E' bello e non è noioso poi si impara la storia di Prato divertendosi..." (La bambina Sofia).
"Bravissimi, meravigliosi, unici. Quello di oggi pomeriggio è stata una bella esperienza. La storia della nostra città che si è intrecciata magnificamente con la poesia; dove il passato si è legato benissimo al presente e ci fa riflettere sul futuro. Mi piacerebbe tantissimo che il vostro teatro LA BARACCA arrivasse anche nelle scuole del Comune di Prato e non solo. Soffermarsi a riflettere per prendere coscienza di quello che eravamo e che siamo oggi per cercare di recuperare un futuro migliore. Grazie" (Achiropita N.)

Noticina conclusiva su Lo spettacolo della città in Valbisenzio

Spettacolo della Città in Valbisenzio. Vi ricordate? quello che facciamo col pullman che in diversi hanno tentato di sco...