sabato 8 ottobre 2016

Come e perché sono stati distrutti i piccoli teatri in Toscana


Buongiorno, cari lettori del mio blog.

Sapete il Teatro La Baracca, dove la prossima settimana si inizia la nuova stagione, non riceve finanziamenti né dal Comune né dalla Regione.

Da tre quattro anni nemmeno più le briciole di Sipario Aperto, il circuito dei piccoli teatri della Toscana, che il governo regionale ha deciso di eliminare in favore di una politica aziendalistica della cultura.

Infatti i teatri finanziati devono essere medio-grandi, e strutturati come una azienda; devono quindi devono portare utili e seguire certi parametri, oltre a essere preferibilmente di regime, e quindi gestiti da persone 'di fiducia'.

Non c'è più niente per le piccole realtà. (Noi anche se volessimo, non possiamo fatturare più di tanto, i posti sono quelli!). Avevo chiesto anche l'interessamento di qualche politico, come il consigliere regionale Ilaria Bugetti, affinché si tornasse a pensare anche al piccolo, al 'basso', che si invertisse un po' la tendenza di questi ultimi anni. Ma in Regione l'ufficio spettacolo gestito dal 2010 da Ilaria Fabbri (ex direttore generale ad interim di ETI dismesso) e con il sostegno di altri come Gerardina Cardillo (ex-presidente del Metastasio, ex assessore della provincia di Prato) non sembrano proprio avere idea di cambiare aria.

E i politici, presi dalle loro 'grand opening',  tutto hanno in mente fuorché pensare a una inversione di tendenza in campo teatrale e culturale (serve ben altro alla carriera politica che occuparsi di questo!) e la struttura del sistema gli va bene così, perché dà a molti la possibilità di mostrarsi sui giornali e sui social, dove è ormai in gran parte che svolgono la loro attività culturale. Se dovessero proprio aiutare qualcuno, lo farebbero solo in campo sicuro, per ricevere poi un qualche contraccambio.

La conseguenza è stata una moria generale di piccole realtà teatrali in Toscana; in alcuni casi i teatri comunali, che grazie a Sipario Aperto qualche compagnia locale gestiva, sono stati affidati alla Fondazione Toscana Spettacolo,  una partecipata regionale,  che ha fatto cappotto in particolare nella Toscana centro meridionale dove non ci sono i 'teatri che contano', con il conseguente  risultato che la programmazione ed il livello si è uniformato. Sì, perché gli spettacoli scelti sono quelli che fanno cassetta o diciamo così, di certe compagnie (spesso le stesse e 'sicure'). Chi controlla la qualità e modi di ingaggio? Nessuno.
Insomma, i comuni, che non possono ovviamente gestire tutto e non essendoci più chi si prende carico, con un po' di soldi, del teatro, hanno preferito dar in gestione tutto all'ente regionale. Non sapevano però cosa avrebbero causato. Anche un piccolo crollo economico, oltre che culturale.

A livello comunale, qualche assessore meno allineato e in vena di sfogo, si è lamentato della pessima programmazione che propinano ( conseguenza? in teatro ci vanno in pochi, se non a seguire le compagnie amatoriali), e ha aggiunto che non può farci niente. Non ha i mezzi per cambiare la rotta. Devono prendere quello che manda il 'convento' Fondazione Regionale Spettacolo.

Perché hanno distrutto il circuito dei piccoli teatri? Perché avevano bisogno di una cultura di immagine, apparentemente 'forte' e si sono inventati, come in altre Regioni, le 'residenze'. Che in realtà sono aziende teatrali. Avevano bisogno di una cultura mediatica, che la piccola realtà non dà. E poi anche di controllare tutto dall'alto o dal centro, che è la stessa cosa. 

A chi interessa tutto questo? Boh. Però vi informo, perché credo che dovrebbe interessarvi. Anche perché questo stesso sistema, mutatis mutandis, è applicato generalmente a tutto il sistema cultura regionale. Tutto sotto controllo e sempre più cultura in grande, 'grossa', che fa immagine e assicura sponsor e carriere politiche. Oppure, a chiazze, anche piccolo, qualche concessione ogni tanto si fa, ma 'garantita'.
Praticamente è un sistema che finanzia se stesso e si perpetua con i vostri soldi, i soldi di tutti. La pluralità è bandita; non si vuole disperdere in mille rivoli soldi che sono sempre meno. Vanno fatti fruttare e a proprio vantaggio!

Così il Teatro La Baracca si autogestisce e non può darvi biglietti gratuiti, ovviamente. Anche perché il biglietto costa solo 12 euro e vedete attori in carne e ossa.

Cosa significa questa assenza di finanziamenti? Significa correre molto e per esempio non poter invitare compagnie da fuori, come facevo fino a quattro cinque anni fa e offrire una programmazione più variegata. Non posso per esempio dare lavoro a qualcuno in maniera continuata, come invece facevo prima.

Perché si continua? Perché la Baracca è la nostra casa, sostiene il nostro lavoro, la nostra ricerca, lo studio e la professionalità, e anche perché è una voce controcorrente, di opposizione vera, libera, e per questo alcuni politici (?) locali vorrebbero proprio che si chiudesse. Sarebbero contenti. Uno in meno a dar fastidio e a pungolare. Magari potranno aiutare ad aprire spazi a qualcun altro, ma non a far vivere noi. Perché il nostro teatro è politico e ne siamo fieri.
Il Teatro la Baracca è uno dei pochi teatri non finanziati e 'pensanti' rimasti in Regione,  e addirittura si trova in periferia. (Quelli che dicono che la vogliono sostenere, questa periferia, e ci fanno i sermoni, in realtà non vengono mai da noi, se ne guardano bene!)  Non è poi un teatro 'alla moda', non lo è mai stato e non ha mai voluto esserlo. Non attira il pubblico con i titolacci in pessimo inglese e non offre 'drink'. Anche se spesso abbiamo fatto mangiare e bere il nostro pubblico. Per tutto questo ci sembra giusto continuare.

Come potete sostenerci? Il modo migliore è venire a vedere gli spettacoli; ma, se volete, anche con piccole donazioni che ci aiutano a pagare le bollette, per esempio.

ASSOCIAZIONE LA BARACCA

IBAN     IT 86 A 01030 21507 000001238870


Distributori che chiudono


-La macchinetta che distribuisce le lattine di bibite si è inceppata. Aiuto, come farò a prendere la mia coca-cola quotidiana? Il vetro si è anche appannato e non riesco a distinguere una lattina dall’altra, sembrano tutte uguali, nonostante che dalla fabbrica siano arrivate con colori, dimensioni, sapori, intenzioni e prezzi tutti diversi. Ho sete e ho già introdotto i miei ultimi spiccioli ma la macchina sembra bloccata. Non esce niente, né la lattina né i soldi. Le do uno spintone, la scuoto, cerco di parlarle e di convincerla, un po’ con le buone un po’ con le maniere forti. Nessun risultato. C’è un numero telefonico sulla targhetta in basso a destra, è il distributore responsabile di questa macchinetta. Faccio il numero, mi aspetto che risponda nessuno o una voce registrata che mi dice che a quest’ora, sono spiacenti, ma non possono rispondere: riprovare più tardi. Invece, no. Una voce calda da basso scuro risponde da chissà dove e sembra contento di parlarmi. Io sono arrabbiato, gli chiedo con energia ragione di questa macchinetta che non funziona e che mi mangia i soldi, è una vera ingiustizia, un sopruso. Ma lui è calmo e accogliente, mi sorride, quando qualcuno ti sorride al telefono tu lo senti, un uomo gentile e disponibile. 

"Qualche tempo fa – mi racconta benevolo – mi occupavo di altro, sa? E’ da poco che sono negli affari della distribuzione automatica di lattine di bibita. E’ un mestiere difficile, perché devi sapere dove poter piazzare le macchinette senza che qualche concorrente venga a portarti via tutto e a sabotarti. I posti per le macchine di distribuzione sono limitati: gli ospedali gli uffici le scuole le industrie le stazioni gli aeroporti i bar , che rappresentano il novantotto per cento del mercato, sono  in mano alle grandi organizzazioni che non lasciano spazio a piccoli distributori come me. Spesso uno deve inventarsi dove mettere le macchinette, come piazzarle, e farlo in modo talmente inaspettato che il cliente è così stupito dalla posizione, dal luogo che hai trovato, che per forza ti infila i soldi nella macchina e ti compra la sua bibita preferita. Così  i migliori piazzamenti li ho fatti dove meno te lo saresti aspettato: un binario morto, una stalla ecologica, un vespasiano pubblico. Ma ora, con la crisi, le grandi organizzazioni danno filo da torcere anche in questi luoghi di nicchia: li scoprono e danneggiano la macchina o te la portano via. Ho deciso per questo di cambiare mestiere, sa? Sono stanco di questa lotta quotidiana dalla quale uscirò sempre sconfitto.". 

"Capisco, - faccio io, convinto dalla bonomia del tipo e dalla sua completa buona fede, perché lo senti quando qualcuno ti dice la verità col cuore in mano – va bene, non si preoccupi neanche dei miei pochi spiccioli, capisco che la sua situazione è difficile e che ci sono forze oscure che sono invincibili e non è il caso di mettercisi contro; storia chiusa. E cosa pensa di fare? Quali sono i suoi programmi?". 

"Mi occuperò ancora di distribuzione, le confesso che è diventata la mia passione, ma cambio genere. Farò il distributore di spettacoli teatrali, l’organizzatore. E’ un mondo serio: gli assessori alla cultura e allo spettacolo spendono gran parte del loro tempo a riceverci, ad ascoltare i nostri cartelloni senza sbadigliare e, se invitati alle prime, non si addormentano mai russando in poltrona. Ci rispondono gentilmente con un sì o con un no, unicamente basandosi sulla qualità dei nostri spettacoli. I cartelloni teatrali non sono decisi a tavolino da fameliche bande di affaristi che fanno circuitare sempre e solo le stesse compagnie - che hanno debitamente passato sotto banco la loro congrua mazzetta restituendo ai partiti gran parte dei finanziamenti ricevuti; ma il talento, la poesia e l’armonia creativa così come la varietà di temi e di modi sono gli unici criteri, e a tutti coloro che dimostrano queste qualità selettive è concesso il giusto e meritato spazio non solo per sopravvivere ma anche per prolungare felicemente e ingrandire la propria attività nel tempo, assicurando gioia e benessere agli artisti, che sono ritenuti le voci interiori della comunità, da ascoltare e meditare nel profondo, e agli spettatori che si fondono con loro in un rinnovato sodalizio. La televisione e il mercato non sono la guida dominante, non dirigono il gusto artistico mortificandolo nella omogeneizzazione e nella ripetitività. Il successo al botteghino non è un criterio e persino il cinema non è più un’industria. Credo insomma di aver fatto una buona scelta, caro signore. Da distributore di bibite e merendine diventerò distributore di idee e di bellezza e, mi creda, andrò a letto tranquillo la sera perché il mondo che gestisce il teatro, dico i suoi consorzi, le sue fondazioni, i suoi enti pubblici, i suoi stabili, i suoi crit crat cip ciop e tric e trac non sono affatto popolati da mascalzoni e incompetenti, ma da gente buona di cuore e sana di mente. E’ un mondo nuovo, sa? Sono davvero felice di entrare a farne parte e sono sicuro che vivrò un grande, rassicurante, proficuo successo. Lei che dice? Ne sa qualcosa del mondo dell’arte? E comunque, mi lasci il suo indirizzo, ché le spedisco indietro gli spiccioli bloccati nella macchinetta. La ringrazio per la sua chiamata, caro signore, e venga a vedere uno dei miei spettacoli quando sarà il tempo perché ho intenzione di essere ben visibile e raggiungibile da tutti con le mie proposte: sono sicuro che i giornali la radio la televisione stessa mi daranno grande risalto e non faranno fatica a mettere, se non in prima pagina, almeno nella pagina culturale, belli grandi, i miei titoli. A presto, caro signore, la aspetto! E’ un mondo nuovo, davvero, mi creda, un mondo nuovo!". - (Gianfelice D'Accolti).

venerdì 7 ottobre 2016

"Stupida", una vita in trappola


Torno a parlare di me e, in particolare, della mia ultima opera, Stupida, che è ormai quasi pronta per il debutto del prossimo sabato 15 ottobre nel mio teatro, La Baracca.

"Stupida" sembra proprio nascere dalle rovine e dagli inganni moderni, è una creatura di questo tempo, che fa una battaglia tutta sua per non restarne soffocata.

Viola, è questo il nome della protagonista di Stupida,  vive in una grande città, e il giorno prima di Ferragosto, poco prima di lasciare la sua casa per andare in vacanza,  rimane chiusa nel bagno.

Non c'è nessuno nel palazzo dove vive, o nessuno la sente. E' questo l'inizio del dramma o piuttosto, della commedia. Invano tenta di destare l'attenzione di qualcuno che non c'è o non arriva.

In questa prigionia improvvisa, proprio nel momento in cui sta per partire, e nel tentativo di uscirne, ella si confronta con se stessa, anche attraverso un buffo, ma evidentemente abituale colloquio con la madre morta, che pure lei, per senso di colpa, tratta come se fosse viva e presente.

Viola capisce l'inganno a cui è stata costretta la sua esistenza, chiusa come in quel bagno, e intuisce che l'umiliazione vissuta, l'essere considerata una 'stupida', l'ha vista complice. Consenziente.

E il colpo di scena, l'elemento inaspettato, che volge definitivamente il dramma in commedia, le dà la possibilità di capire e non esserlo più. O almeno tentare di.

Da tempo non provavo tanto piacere nelle prove, nella creazione di un personaggio che mi fa piangere e ridere, di una storia così semplice e nuova, e mi sembra quasi un miracolo esser tornata ai tempi in cui le tante ore in teatro erano uno spasso.

Non so ancora da che dipenda. Forse è lei, la protagonista, che mi sostiene in scena per 80 minuti. Oppure è questa oscillazione continua fra il dramma e la commedia che la rende viva,  frizzante.

Viola non sono io; non ho messo nulla di autobiografico in lei; ma la sua ribellione, così involontaria e forzata, mi ha presa e conquistata.

Non so poi come andrà il debutto, se la commedia piacerà al pubblico o meno. Può accadere di tutto. Però a me, sì, piace molto.

Voglio lasciar nota di questo momento fortunato.

giovedì 6 ottobre 2016

A Prato parco schiaccia parco: e il Parco Fluviale sul Bisenzio?


Mentre la città di Prato freme e si dibatte commossa sullo svelamento del progetto vincitore per il nuovo Parco Centrale di Prato, che avverrà domani, io mi chiedo: ma non ci siamo dimenticati di un altro parco, di cui fu ampiamente parlato a ridosso dell'estate, il Parco Fluviale, chiamato addirittura il "Parco del Benessere",  quello che, secondo le testuali parole del Sindaco Biffoni diventerà il "punto di riferimento della città come lo è il Mauerpark per Berlino"?

Nella foto, come sarà bello passeggiare e andare in bici davanti all'ingresso degli scavi di Gonfienti. Ora solo buche profonde e abbandono.

A proposito, ricordate che il 16 ottobre organizziamo la "Camminata per Gonfienti" (ore 14,30 partenza da Piazza del Comune).


http://www.notiziediprato.it/news/sulle-rive-del-bisenzio-come-in-centro-bar-sport-e-ristoranti-ecco-come-sara-il-parco-fluviale

http://www.notiziediprato.it/news/presentato-il-parco-fluviale-del-bisenzio-luogo-di-socializzazione-e-di-benessere

mercoledì 5 ottobre 2016

Non più comici, ma testimonial

Benigni che promuove il SI al referendum costituzionale mi permette di fare alcune riflessioni.

Premetto che penso che i comici debbano occuparsi di politica.
Se non pensassi così smentirei me stessa e questo blog.

Ho sempre pensato che i comici, i buffoni d'antan, si devono proprio occupare di politica, che sia il loro mestiere ma, ahimé, questo mestiere lo possono svolgere veramente se non sono al servizio di nessuno.

Devono essere indipendenti.

Altrimenti, che comici sono? Che buffoni sono? Che satira è? La grandezza del comico si misura anche grazie alla sua indipendenza, oltre che alla sua bravura scenica o alle sue battute.

Quindi non basta fare satira per non essere cortigiano. Infatti in televisione si vedono comici che fanno una satira cortigiana, che non è satira; è piaggeria di corte, che solo fa sorridere perché è detta bene, è buffa. Punto.

Certo, i comici possono avere le loro simpatie, eccome; esprimerle, prendere posizione, combattere; ma non devono trasformarsi in cortigiani. Porsi al servizio del signore e delle signorie, no. Altrimenti perdono la loro natura. 

Il buffone può anche lavorare in qualche corte, ogni tanto. Deve certo campare. Ma tra questo e diventare cortigiano, ce ne corre.

Ecco, Benigni, da comico è passato cortigiano.  In realtà egli lo è sempre stato, dai tempi in cui prendeva in braccio Berlinguer. Ma noi ce ne siamo propriamente accorti solo quando Berlusconi è uscito di scena.  

E poi prima le corti erano due; ora ce n'è una sola. E' una corte a campi unificati.

Per me egli non è tanto cortigiano perché ha preso questa posizione per il SI al referendum (è un suo diritto, acciderbola, e voglio pensare che lui ne sia convinto),  ma perché ora lo si vede sempre passeggiare con i potenti. In Vaticano. Nei palazzi del potere romano.  Ai funerali.  Tiene sempre discorsi d'occasione. E' questo che lo rende cortigiano, non il suo SI.
Nonostante abbia fatto uno spettacolo sulla 'costituzione più bella del mondo'.

Il problema però non riguarda solo Benigni. Tutto il sistema dello spettacolo è così, costretto alla cortigianeria, per cui si può dire che non esistono più comici. O meglio, esistono, ma non quelli che vedete per esempio in televisione o nei grandi circuiti teatrali. 

Si tratta di un vero e proprio dramma: se non diventa cortigiano, oggi l'artista non è nessuno. Può essere bravissimo, ma non viene fuori, non lo fanno venir fuori. Ci sono schiere di artisti ad aspettare, disposti a entrare a corte; tanto che la corte può anche fare a meno del bravo e far passare bravo chi non lo è. 
Insomma, se l'artista non entra a corte e vi si sottomette, rischia di morire artisticamente. Non viene più chiamato in televisione, per esempio. E se non va in televisione, non riempie i grandi teatri. Non fa film eccetera.
Solo a corte egli diventa diventa un mito; solo se spalleggia e sostiene una parte, un signore eccetera, può  fare  film, ricevere finanziamenti, diventare direttore di  qualcosa. E via discorrendo. 

Egli diventa famoso; però, allo stesso tempo, si trasforma. Diventa altro. Diventa cortigiano, appunto, devitalizzato, artisticamente morto. Diventa un testimonial. Come ora è Benigni; egli non è più un comico,  ma è diventato un testimonial.

Ma non è il solo. Diventare testimonial è la fine degli artisti più famosi, se vogliono restare sul campo.

La quasi totalità del mondo dello spettacolo e dell'arte conosciuto sui media, il mondo della fama, sta a corte.  A vari livelli, certo. Credo che ci siano solo rare eccezioni a questa regola.
La stessa televisione, forma di spettacolo, è una corte moderna. Una delle più importanti. Ed è anche impostata struttural e scenicamente come tale.

Qui i cortigiani sono quasi tutti  testimonial.  Gli intellettuali, gli artisti vengono trasformati in reclamizzatori di prodotti. In genere prodotti pseudopolitici.

Un esempio semplice: guardate la trasmissione della Lilly Gruber su Canale 7,   8 e mezzo: alla corte della regina arrivano sempre o quasi gli stessi cortigiani. Vi circuitano periodicamente. Certo, lei fa in modo che la corte sia mossa anche da qualche agitatore patentato, perché questo è il gioco dello spettacolo, altrimenti annoia. Ma la sostanza non cambia: chi va lì,  è  autorizzato, sta già a corte. Non ci sono veri outsider. Sarebbe uno sbaglio fatale invitare un vero outsider. Non svolgerebbe la sua funzione di testimonial, per cui esiste lo stesso programma.

Per questo non si vedono, o sono meteore, artisti o intellettuali che arrivano prendere Nobel o Oscar, o semplicemente diventare famosi se non sono di corte. Scordatevelo. Perché, come bene ricordò Sartre che il Nobel lo rifiutò, solo se sei strumento del potere (o puoi diventarlo accettandolo) ti danno quel premio.

Solo se accetti di diventare un testimonial. E' il prezzo da pagare per la fama, il successo, i soldi. Il patto fra Faust e Mefistofele.

I danni politici e sociali, e quindi economici, di tutto questo sistema, a cominciare dalla scomparsa di comici e intellettuali che mettono in discussione il potere, sono disastrosi. Impossibili da calcolare.

Questo dovrebbe essere insegnato nelle scuole e all'università, ma non si può.

Nel passato, dal Dopoguerra fino a trenta quarant'anni fa,  forse per gli artisti e gli intellettuali c'è stato un periodo diverso e ci siamo illusi; ma poi alcuni, con la loro indipendenza e spregiudicatezza, hanno dato fastidio e addirittura sono finiti ammazzati o messi di lato e dimenticati. 


martedì 4 ottobre 2016

O mamma, c'è il sesso anale a teatro! Ovvero, quando il teatro non è più necessario


Carissimi tutti,
che siete scandalizzati o comunque vi definite 'perplessi' per lo spettacolo di teatro-danza che si è svolto a Terni, in cui la danzatrice Florentina ha introdotto un fallo in lattice nel sederino del compagno Vincent durante lo spettacolo "Schonheit's abend" (Sera di bellezza).

Per cui c'è stata anche una interrogazione parlamentare.

Abbiate pietà di questi artisti noi tutti, che non sappiamo cosa fare per attirare la vostra attenzione, tutta presa dagli aggeggi elettronici e le simili diavolerie, dove ormai lo spettacolo vi si svolge senza fine, continuo e costante, con ricchi premi e cotillons, per cui ogni nostro sforzo per catturare la vostra presenza è  reso vano...

Gli artisti dunque, introducendo tanto,  auspicano di poter destare in voi almeno lo sdegno, l'ilarità, insomma, una reazione...Che cosa dobbiamo fare? Voi altrimenti non fate più caso al teatro, alla danza men che meno, e quindi il tutto va urlato, spogliato, va...

E' ovvio che questo NON è teatro. E spiegarlo è anche banale. E' OVVIO che questa è provocazione. Ma dobbiamo dirlo? Gran parte del teatro ormai è così. 

Ma voi, hypocrites lecteurs! non leggete e non siete attratti comunque da questo? 
Non mettete l'occhio solo quando questo accade? E ora gridate che questo NON è teatro?
Non andare, sporcaccioni, a leggere questi articoletti che commentano le porcherie non-teatrali?

O magari fareste una interrogazione parlamentare per capire come funzionano i finanziamenti, per esempio? Per capire come funziona l'ingerenza politica e come travolge e stravolge tutte le direzioni e le programmazioni?

O forse, se non fosse questo pungolo che vi stimola, vi togliereste da codesta sedia su cui siete seduti per andare a vedere uno spettacolo qualunque pur interessante pur bello pur stimolante, pur teatro, pur danza eccetera e basta?

E perché, i critici e i censori zelanti che dicono che questo non è teatro, ma solo provocazione, che scoprono l'acqua calda per lavarsi il viso (ma davvero?) e farsi anche loro pubblicità, e gridano come se qualcuno avesse loro pestato i piedi e insegnano che al sesso si può solo alludere (ma davvero?), in realtà non fanno nessuna vera profonda analisi del perché l'osceno si è introdotto, lui sì, nell'arte, e senza senso.

L'unico senso vero è il marketing. Nemmeno più la provocazione. 
Non ci si chiede che funzione abbia ormai il teatro (e ci metterei anche cinema, musica, e arti figurative, tutto) e a cosa sia ridotto. E se questo poi interessi più a qualcuno.

E' questo il punto.

I teatri potrebbero anche chiudere, e molta gente non si scandalizzerebbe affatto. 


Tra non molto, se non già ora, il teatro, quello 'classico' intendo, non sarà più necessario. D'altronde è stato fatto e si fa il possibile perché questo accada. Non abbiamo bisogno di gente pensante, e quindi sono questi gli spettacoli che vedremo nel prossimo futuro nelle programmazioni che voi, proprio voi, hyprocrites lecteurs!, pagate.
Per poi scandalizzarvi, come da copione, ed emozionarvi un po'.

lunedì 3 ottobre 2016

Roba 'Contemporanea': letti in piazza, ma non all'ospedale


Diciamola tutta: gli organizzatori di CONTEMPORANEA , il festival teatrale che si svolge a Prato, pensavano di destare più scandalo.  O almeno, 'sensazione'.

Voglio dire in particolare della performance urbana dell'argentino Fernando Rubio,  "Todo lo que esta a mi lado", italianizzato in "A letto con uno sconosciuto" (in cartellone in questa edizione 2016), che non ha avuto la risonanza che ci si aspettava.
I letti coperti da candidi lenzuoli con dentro l'attrice che ti bisbiglia chissà quali storie sognanti, be', è stato mediaticamente deludente. Nonostante l'evidente ambiguità sessuale, il piccante a portata di mano. In piazza.

Ora, un festival di teatro così 'contemporaneo' è soprattutto evento mediatico. Risonanza. Altrimenti, a parte il lavoro degli artisti, cos'è? Non c'è stata.
I pratesi poi, non si son 'mossi', fatta eccezione di qualche frase di rito, come mi racconta un amico di cui riporto sotto il commento e sopra la foto, del tipo "Vaìa Vaìa", o di altri che invece si sono lamentati dei soldi buttati.

Certi non vedevano l'ora che i letti venissero rimossi. Ma non per pruderie. La performance non piaceva. Tutto qui.
C'era poi chi si augurava, ironicamente, che i letti venissero portati altrove...

Perché è chiaro, l'accostamento viene, dato che proprio in questi giorni l'onorevole Giacomelli dice che i posti all'ospedale di Prato sono insufficienti. Che mancano i letti. O che l'ospedale è piccolo. (Ma l'ha detto davvero o chi parlava era una controfigura?)
Insomma, qualcuno ha visto questa performance come un paradosso. A dirla in breve: letti in piazza, ma non all'ospedale. E proprio ora che si va a buttar giù il vecchio nosocomio, dove, come sapete, sorgerà un parco condito con diversi metri quadri di cemento e siepi.

Questo di "Contemporanea" è un teatro che vuole stupire.
Punto. Quest'anno c'ha provato invano coi letti in piazza. ( E forse non ha saputo nemmeno comunicare il senso dell'opera dell'argentino).
Cala dall'alto, scandalizza. E' aereo, pirotecnico, acrobatico. O statico, immobile, iconico.
Usa l'inglese come pepe e condimento. Frasi smozzicate. Parole? Meno che sia possibile.
Il giorno dopo tutto deve essere dimenticato. Non ci deve essere 'storia'. Ma di questo senso del contemporaneo, ho già scritto pochi giorni fa.
Un teatro che vuol far parlare di sé anche se non dice nulla. Vuole dissacrare, ma non ce la fa, perché si manifesta in stilemi e cornici conformo-consumistici. 
Il sacro non si smonta così, come un letto dell'Ikea.

Il fatto rilevante è che la città però non s'è stupita che poco, e quindi non c'è stata eco mediatica.  Piuttosto la gente sembrava annoiata. Come a dire: 'Uffa, sempre le stesse cose!".

E, a parte qualche eccezione, il fritto contemporaneo veniva trattato come roba vecchia o noiosa. Infatti, un signore ha commentato: "Contemporanea a cosa, a noi? Noddavvero!".


"Se vogliamo questo è un paradosso tutto pratese quello di assistere, oggi, a questa  performance in piazza , con sei attrici “allettate” e coperte da candide lenzuola  che intrattengono “avventurosi” spettatori alla modica cifra di €. 5, raccontando loro assai intimamente, sotto le complici lenzuola,  chissà quali esperienze vissute … almeno così  dice chi ha partecipato.
Il paradosso pratese sta però tutto nei commenti dei passanti che assistono e rispondono  in vario modo a tale pubblico spettacolo, alcuni  con tendenza voyeristica, altri con il becero “vaia vaia” di nostrana sonorità. Una maschera avverte i più curiosi di non avvicinarsi troppo perché c’è chi recita, e ci mancherebbe!
Basta pagare un fiorino e ti levi la voglia. Esperimento comunque interessante da un punto di vista sociologico più che teatrale.  /.../

E pensare che a Prato, dopo la demolizione del vecchio ospedale, aumenterà sensibilmente il deficit dei posti letto per far posto ad alte siepi di bosso e , soprattutto, a svariate centinaia di metri quadrati di altra ristorazione e altro commercio, naturalmente in spazi polivalenti. (GAC)"



domenica 2 ottobre 2016

Un parco inquietante cambierà la città di Prato?


Il parco che cambierà la città di Prato, secondo le testuali parole del Sindaco Biffoni,  mi preoccupa. 
Per quello che mi è dato di vedere, le immagini che si mostrano (non solo quella che ho copiato qui, ce ne sono altre) non sono chiare e bisognerà certamente vedere bene il progetto; tuttavia...

Mi preoccupa non solo perché mi chiedo dove smaltiranno tutto il cemento e quanto altro dell'ex-ospedale: nel nuovo smaltimento inerti vicino al casello di Prato-Ovest dell'A11?

Per prima cosa: il nuovo parco sarà basato sul 'verde', un 'verde' che Prato non sa gestire.

Basta guardarsi un po' a giro. Percorrere le rotatorie. I giardini. Le ciclabili.

Non solo il verde della periferia (la ciclabile è trascurata e in alcune zone le canne invadono la pista), ma anche quello del centro. La città di Prato deve ancora imparare a gestire l'esistente!

Nel progetto si vedono specchi d'acqua lungo le mura. Mi chiedo, da profana: ma non sono diciamo nocive per le mura stesse? Voglio dire l'umidità, se non dal basso,  può provenire dall'evaporazione dell'acqua.  Sto dicendo una fesseria? O torniamo alle città con i fossati e i ponti levatoi?

Ma a Prato non si riesce a gestire manco le mura antiche. Basta guardare come è tenuto il Castello dell'Imperatore: tra poco ci potremo organizzare la raccolta dei capperi (e che potrebbe quasi servire per la location del mio L'amore è un brodo di capperi...).

Intanto, a Galciana, il laghetto che hanno costruito nella zona proprio lungo la ciclabile, nella zona delle case popolari, è invaso dai ratti e da piante infestanti.

Nel nuovo parco che 'cambierà la città' sono previste delle siepi alte (quanto?), inquietanti. Così a prima vista ricordano le siepi dove Kubrik girò le ultime scene di Shining
Non sono tranquillizzanti delle siepi alte in quel modo! Sono muri!  Che ci facciamo, ci giochiamo a nascondino?

Ci sono pochi alberi, e disposti male. Pini. Non vedo querce, lecci, per esempio. Non vedo ulivi. L'albero comunica, 'parla'. La siepe, oltre a essere un ostacolo che chiude la vista, la devi sempre potare; è un lavoro. E' un costo. L'albero ugualmente, ma con meno frequenza. E poi dipende dagli alberi.

Ma che idea di 'verde' è?  Non comunica serenità un parco del genere! Comunica chiusura, soffoca. Anche se sullo sfondo si vedono ampie 'distese'.
E le torri, anch'esse debordanti di verde, di cui si parla ma non vedo bene, che altezza avranno?

Il parco poteva essere un'occasione, per esempio, per un laboratorio botanico per la città, dove la gente imparava qualcosa delle piante.
Dove si coltivavano orti seguiti da gente esperta, non raffazzonati come si fa in zona, e  con lezioni di ortobotanica.

Tutte occasioni mancate, architetti deludenti e politica che non sa disegnare, immaginare una città migliore. 

Si affidano agli studi di architettura! E i politici non sanno partorire qualche ideuzza, non 'ascoltano' la città per dare eventualmente direttive, suggerimenti, richieste?

Un po' come accade al cinema: questi signori della politica non hanno idee o non le possono avere. Ma se il cinema va in malora, come sta andando per mancanza di idee nuove appunto e di coraggio, non ne va della nostra qualità della vita. O molto meno, rispetto invece a questa realtà che ci attende.

(Ma ci attende veramente?).

Voto al progetto: 4.

Voto all'idea politica, se c'era: 3.


Noticina conclusiva su Lo spettacolo della città in Valbisenzio

Spettacolo della Città in Valbisenzio. Vi ricordate? quello che facciamo col pullman che in diversi hanno tentato di sco...