martedì 10 gennaio 2017

Quando scrissi a Zygmunt Bauman

Nel marzo del 2015, in occasione della sua conferenza sulla cultura a Prato, scrissi una lettera a Bauman,  di cui anche  Il Tirreno riportò notizia. (1)
Ora, che è morto, tutti lo citano, nei social, banalizzandolo. E' inevitabile. Io conobbi la sua opera diversi anni fa all'università a Roma, quando non era ancora una celebrità.
Purtroppo, la conferenza del 2015 non fu un gran ché, anche a causa delle domande 'normalizzanti' rivolte al sociologo, che evitarono di porre, fra altre, la questione centrale e sempre attuale dell'artista servo e asservito.
Il fatto è che certi personaggi sono ormai chiamati a parlare e a tener conferenze solo per creare l'evento funzionale alla propaganda, a cui serve il clamore e l'afflusso di pubblico, non certo per approfondire questioni o argomenti.


Signor Bauman, 

so che Lei terrà una conferenza sulla cultura al Museo Pecci di Prato.
Forse Lei non sa che in questo paese, l'Italia, essere artisti o intellettuali sul serio, è sostanzialmente proibito.
Ed è anche proibito dirlo; è tabù.
Si può essere intellettuali solo in maniera asservita.  L'artista 'diverso' e libero non è più bruciato sul rogo, ma in qualche modo la sua esistenza è impedita.  Oltre a essere invidiato, gli si tagliano i fondi, lo si isola, lo si umilia. 
Se della sua arte egli ne vuol fare un mestiere, è costretto alla fine a omologarsi e a omaggiare il potere o il potente. E questo accade oggi con maggior accanimento che nel passato, anche grazie al controllo e al commercio  cui siamo costretti.
Una volta diventato 'cortigiano', l'artista e la sua arte finiscono per avere ben poco senso.
Oggi l'arte è tollerata e così bene commercializzata, usata per il turismo eccetera, perché è come una vespa senza pungiglione.
Infatti il problema che si pone, e proprio nei luoghi dell'arte deputati dove Lei andrà, non è tanto l'ipertrofia produttiva o i troppi artisti; le troppe mostre o  i troppi spettacoli, insomma gli eventi in eccesso, come qualcuno paventa, ma proprio il fatto che l'arte non punga più, e per questo incida ed emozioni sempre meno.
E paradossalmente, proprio per questo, ce n'è invece sempre più bisogno, ove la quantità deve supplire alla qualità mancante.
Dunque fare cultura, essere intellettuali o artisti, oggi, è proprio questo: indossare l'abito della vespa, ma senza pungiglione.

Maila Ermini


Mr. Bauman,
I know you will give a lecture on culture at the Museum Pecci.
Maybe you do not know that in this country, Italy, to be artists or intellectuals seriously, is essentially prohibited.  It is also forbidden to say it; it is taboo.   
You can be intellectual in a subservient way only. The artist who is'different'or  free is no longer burned at the stake, but somehow his existence is prevented.  In addition to being envied, the funds are cut, he is isolated and humbled.

If he wants to do a job of his art, he is forced in the end to homologate and to pay homage to the power. And this is happening today with greater fury than everbefore, thanks to the control and trade of us that we are forced. Once he becomes 'courtier', the artist and his art has no more meaning.

Today art is tolerated and so well marketed, used for tourism and so on, because it is like a wasp without sting. In fact, the problem is, and exactly in the places dedicated to art where you will go, not so much productive hypertrophy or too many artists, too many exhibitions, performances, short events in excess, as some fears, but the very fact is that art does not sting anymore, and for this it affects and moves less and less. And paradoxically, precisely for this reason, there is an increasing need of it, 
where the amount has to make up for the missing quality. So, do culture, be intellectuals or artists today is this: wear the dress of the  wasp, but stingless.

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