lunedì 27 febbraio 2017

"L'operosa assenza delle istituzioni"

Voglio condividere questa riflessione di uno dei pochi intellettuali che stimo, Silvano Agosti.
Un artista del tutto marginalizzato, in particolare nel mondo confezionato a non-arte del cinema.
Se penso a lui, per contrasto, mi viene drammaticamente da considerare che i film sono TUTTI uguali, e tutti sfarzosamente POVERI e MEDIOCRI, almeno quelli che la grande mangiatoia della assurda distribuzione dei cinematografari italiani e di tutto il mondo occidentalizzato mostra.
In questo scenario carnivoro uno come Agosti non può esistere.
Vivo, artisticamente, la sua stessa condizione a margine, in un paese che fa di tutto per uccidere la creatività, che invidia chi la possiede, che perseguita chi tenta di pensare (ma è ancora possibile?), con la propria testa.

In questo ultimo tempo, inutilmente presente, si osservano soprattutto esseri ormai come ombre vuote, grasse solo di sé, aggressive, pronte a distruggersi a vicenda in un fondale egotico e scialbo; e senza luce né bellezza. E' con gioia allora che si riescono ancora a trovare queste tracce di umanità in questi giovani vecchi saggi.

"Quando sembra che stia accadendo di tutto, ci si accorge che la sensazione era solo l'aspetto simbolico del nulla perenne che si fa in questo Paese e per questo Paese. La indistruttibile preziosità dell’insieme, degli esseri umani, infatti, è data solo da innumerevoli, sparse e mai premiate iniziative a livello individuale o di piccoli gruppi, che tentano senza alcun mezzo di dare risposta alla propria dignità e alla propria creatività, ambedue sistematicamente negate attraverso un’implacabile burocrazia e l’operosa assenza delle istituzioni.

Un abbraccio a tutti questi, anche se non li incontrerò mai, affinché anche voi proviate lo stesso sentimento". (Silvano)

Pasticceria Betti: un altro...Prato, addio!

La storica Pasticceria Betti se ne va dal centro storico di Prato. "L'affitto è troppo alto, e in questa via non ci passa più nessuno... Il centro non è più commercialmente fruibile, siamo in mezzo al nulla...". 

Il nulla è via del Serraglio. Un tempo una delle vie più vivaci di Prato; ora, la morte civile. 

La pasticceria si trasferisce a...Bagnolo, a Montemurlo.
Certo, le cose cambiano, il mondo muta, ma a Prato, molto in peggio.

Il centro storico sembra ormai l'ombra di sé stesso, e il vuoto e lo smarrimento la fanno da padrone. Quanti negozi hanno chiuso! Pezzi di attività e  memoria cadono senza che nulla si costruisca per il presente o il futuro.

La classe politica non riesce ad arginare il disastro, anche perché troppo affannata a salvare sé stessa o utilizzata come mezzo per sopravvivere e fare un minimo di carriera.

Dentro le sue mura Prato appare una città vuota e sciatta; basta vedere gli hotel del centro di Prato, come sono ridotti, danno la misura del 'turismo' in città!

Sono presenti solo una miriade di localini 'mangia e bevi' (in piedi e in mezzo al sudicio della strada), che assediano quattro vie del centro il venerdì e sabato sera, punto. In realtà il centro è luogo passivo, non più nemmeno commerciale. Men che meno produttivo-artigianale!

Al momento la fuga dal centro di Prato sembra non arrestarsi, e tanti anche dei vecchi residenti.

La vogliono far passare come città dell'arte contemporanea, del Museo Pecci; ma qui di contemporaneo si osserva soprattutto la fuga dei residenti e delle attività commerciali. 

domenica 26 febbraio 2017

"Le ragazze delle fabbrichina" al Teatro La Baracca: una recensione


Ieri sera, a La Baracca, ha debuttato Le ragazze della fabbrichina (nel nuovo allestimento), tratto dall'omonimo racconto di Dunia Sardi (dalla raccolta di suoi racconti La bambina con la farfalla sulla testa, Attucci Editore, prima edizione 2010),  con adattamento e regia di Maura Salvi, e con Elena Cianchi, che recita con Maura, de La bottega delle maschere di Agliana.

Il pubblico era, come non di rado accade alla Baracca, popolare. E con ciò voglio dire composto di persone che solitamente non hanno l'abbonamento agli spettacoli de La Pergola o del Metastasio.

Erano venuti per rievocare un mondo che non c'è più, il mondo della fabbrica, quando il lavoro, dopo la guerra, diventò una certezza, e pur tra mille difficoltà, tutelato.

Quando a Prato, e anche la 'fabbrichina' della vicina Agliana del longevo imprenditore pratese Lorenzo Tempesti, le fabbriche inquinavano senza pietà l'aria e le 'gore', e i giovani erano soliti scommettere di quale colore l'acqua si sarebbe tinta la sera.  Le gore erano tenute bene, qualcuno ha ricordato, ché servivano all'uso!

Il testo rievocava la passione che legava molti operai al proprio lavoro di fabbrica, e addirittura al telaio, nonostante i molti aspetti negativi.

Si potrebbe dire che allora la gente era 'schiava' felice, mentre oggi, con il lavoro precario incerto e ancor meno tutelato, è 'schiava' infelice, e non ama il proprio lavoro, ché non può amare ciò che è incerto, volatile, brutale.

Era una vita che si adattava, che si poteva ancora adattare alle ingiustizie, ché le poteva combattere, perché, esistendo certezze, si potevano coltivare le illusioni e le speranze.

Una bella operazione nostalgia, che ha meriti anche teatralmente parlando.

Infatti, il teatro popolare oggi, realizzato soprattutto dalle compagnie amatoriali o filodrammatiche, è comico, sguaiato, vuole far ridere, vuol riempir la sala (e ci riesce), è vanitoso e, ahimè spesso sciocco. Tanto che, ad alcuni attori che diventano professionisti tramite questa strada, rimane addosso questa specie di volgarità 'amattoriale', come si osserva anche in divi televisivi.

Le ragazze della fabbrichina, invece (come il testo d'origine di Dunia Sardi che ho letto stamani), è una fine opera teatrale popolare, con cui Maura Salvi  offre un esempio, una riflessione 'verace', spontanea e intelligente su un mondo che non c'è più, che, se pure mostra momenti di ilarità, non intende far ridere, non ammicca, non è 'piaciona', non lusinga.

Cosa rarissima, appunto, nel teatro popolare, ormai diventato irrimediabilmente, da popolare, popolano.

Grazie a Maura, Elena (brava, intensa, la Cianchi!), Dunia, e a tutto il pubblico che ha reso 'vera' la serata nel piccolo teatro La Baracca. Come, ha notato Gianfelice, una sera dei vecchi tempi a raccontare, ricordare, rivivere accanto 'a i' foco'. 

Ma i' teatro anche a questo e' serve.

M.E.

giovedì 23 febbraio 2017

Abortire in Italia

Più volte mi sono occupata della legge 194, che viene periodicamente attaccata dalla Chiesa di Roma.
Questa volta il caso vuole che la Regione Lazio abbia fatto una selezione per cercare medici non obbiettori, per garantirne la legge.

La catto-ministra Lorenzin subito ha gridato che la selezione non è prevista dalle norme, e la CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, i vescovi insomma, le hanno fatto eco

Continua il lungo inesorabile assedio alla laicità dello Stato da parte della Chiesa Cattolica.
Altro che dire 'eh, ma ora c'è Francesco!: la Chiesa di Roma non cambia, nemmeno con Papa Francesco (è solo un cambiamento di superficie, semmai),  e averla nel cuore dello Stato è un continuo scontro, ché si intromette senza sosta nella politica italiana.

Questo è uno dei problemi irrisolti di questo paese, da sempre.

Le ragazze della fabbrichina














Sabato 25 febbraio ore 21  al TEATRO LA BARACCA

La Bottega delle Maschere presenta

LE RAGAZZE DELLA FABBRICHINA

Adattamento e regia Maura Salvi - Tratto dal racconto pubblicato nel libro “La bambina con la farfalla sulla testa” di Dunia Sardi - Editore Attucci

Con Maura Salvi ed Elena Cianchi       Riprese video Francesca Lenzi


Il testo presenta uno spaccato di vita della popolazione aglianese dopo la seconda guerra mondiale, visto attraverso l’esperienza di alcune ragazze che nell’immediato dopoguerra iniziano a lavorare in una fabbrica. L’evento segna una svolta economica ed evolutiva,l'apertura al mondo del lavoro fuori dalle mura domestiche soprattutto per le donne.
Un periodo difficile ma gioioso di una realtà locale molto simile a quella di tante altre città o paesi italiani, ma è storia vera, specchio di un periodo pieno di solidarietà e speranze, di doveri e responsabilità, di lavoratori-studenti.
Lo spettacolo aveva debuttato nel 2008, ha vinto un premio alla regia nel 2011 e viene riproposto in un adattamento a due voci, inserito nel progetto  “Quando battevano i telai”, che prevede anche spettacoli nelle fabbriche. E’ “aperto” a confronti, speranze per il futuro, accompagnate da un’armonia del nostro passato: il suono dei telai!
In scena due donne di epoche diverse, che raccontano all’unisono la storia della fabbrica, guardano al passato mirando al futuro, consapevoli di come tutto sia mutabile: il confronto è sul mondo giovanile di allora con il momento attuale, dove non solo non ci sono più le fabbriche, ma il lavoro sembra appartenere a un mondo scomparso e i giovani vivono nell'incertezza e nella paura del domani, come se combattessero una guerra che ha però un nemico invisibile.
La messa in scena, oltre al confronto con l’autrice, prende corpo anche attraverso le interviste fatte alle ex operaie della "fabbrichina": ancora oggi raccontano il lavoro con gioia e ne parlano con il volto illuminato da una luce che non vediamo più brillare sul volto di molti giovani che, purtroppo, non hanno nulla da evocare nei confronti del lavoro, poiché non l’hanno vissuto!
L’idea di dare un tributo all’indotto del tessile, non nasce per guardare indietro con retorica o nostalgia, vuole accentuare il valore di quegli anni, è un elogio a tutti quelli che si sono impegnati per costruire un futuro nuovo e a quelli che oggi tenacemente resistono!
Vuole non dimenticare tutte le fabbriche, i magazzini, gli stanzoni e tutti coloro che hanno fatto crescere l’indotto del tessile: imprenditori, artigiani, operai, terzisti.
Il suono del telaio, un sottofondo musicale che ha accompagnato varie generazioni, che gioia sentirli battere, se la musica si fermava c’era da preoccuparsi: e ora che si fa?
Un suono rassicurante ma scomparso, forse anche a causa delle evoluzioni elettroniche, che li hanno sicuramente resi più efficienti e meno rumorosi, ma anche una forte crisi, un mutamento economico e sociale che ha caratterizzato l’ultimo ventennio.
Non dimenticare ciò che è stato per me significa attingere nuove forze per andare avanti, consapevoli che se quelle ragazze ce l’hanno fatta a risollevarsi dal dolore, dalla fame, dalla miseria, perché non dobbiamo farcela noi!
Il teatro è denuncia, riflessione, incontro e confronto diretto con la gente: uno spettacolo non può dare risposte ma apre sicuramente a nuove domande. Con questo auspicio vi aspettiamo al Teatro La Baracca, uno dei pochi luoghi rimasti “laboratorio artigiano di cultura”! Un posto dove si lavora e produce molto per creare occasioni di arricchimento e confronto su temi di attualità, storici e poetici!  (Maura Salvi)


mercoledì 22 febbraio 2017

Premio di Poesia


Il 18 marzo al Teatro La Baracca celebriamo il quinto anno della Festa della Poesia, ma con una novità: oltre che la consueta carrellata di poeti, è previsto un concorso poetico a tema libero. Il premio è dedicato, come il nostro teatro, a un grande poeta e drammaturgo, Federico Garcia Lorca. Il nostro teatro, col suo nome, s'ispira al teatro "La Barraca" da lui fondato.

Questo il regolamento:

1. Il tema è libero.
2. E' possibile inviare soltanto una poesia;
3. La poesia non può superare due pagine in formato A4.
4. Le poesie possono essere inviate via e-mail, al teatrolabaracca@gmail.com, indicando nome e cognome, e un riferimento, oppure via posta a Teatro La Baracca, via Virginia Frosini 8, 59100, Prato. E' gradito un brevissimo curriculum. Si prega di inviare la poesia in un documento allegato al messaggio in caso di invio elettronico.
5. La partecipazione è libera e nulla è dovuto. 
6. Il termine per l'invio delle poesie è il 15 marzo.
7. Il vincitore sarà proclamato sabato 18 marzo, alle ore 21, nell'ambito della Festa della Poesia.

Si ricorda che l'ingresso alla Festa della Poesia è libero, ma è gradita la prenotazione.

Seguiranno aggiornamenti.

La Sinistra, dove e come?

Nello spettacolo in tournée in questi giorni dal titolo  'Dissoluzione PD', mi chiedo chi e come ricostruiranno in Italia un partito che rappresenti i tanti smarriti della Sinistra, che al momento non c'è.

E poi, quale Sinistra? Sarebbe il caso che qualcuno si mettesse seduto (ma non ai soliti 'tavoli') per chiarirsi le idee su quale partito gruppo movimento di Sinistra vuole.

La Sinistra che vuole l'economia sociale di mercato,  quella pianificata o la nazionalizzazione dell'economia? Posto che ancora, nell'economia globale, si possa ragionare in questi termini.

Glielo vogliamo chiedere, per esempio, a qualcuno dei nostri consiglieri regionali, che idee hanno al riguardo?

Una Sinistra moderata riformista (quella che è o che era la Sinistra italiana) o tendente al massimalismo, la cosiddetta estrema? Su questo punto vedo altre scissioni...

Una Sinistra che abbia le idee chiare su quali rapporti con chi (per esempio la Chiesa Cattolica); su quale cultura intenda promuovere...

Glielo vogliamo chiedere, per esempio, ai nostri parlamentari?

Cosa ne pensano gli 'scissionisti' che intendono fondare un nuovo partito, per esempio l'ancora presidente della Regione Toscana Rossi?

Per costruire una eventuale nuova forza politica a Sinistra di qualche significato in realtà mancano le figure, i personaggi di spicco, di ordine morale e politico, che possono incarnare una qualche idealità, passo essenziale per far convergere più persone in un gruppo. Molti, troppi personaggi ambiziosi, ma senza alcun spessore, testimonianza di politica e vita vera, vissuta. Solo politici di carriera e d'intrigo, e che carriera!

Io ora voglio ricordare alcune, solo alcune, caratteristiche 'storiche' della Sinistra, così, tanto per fare un breve ripasso:

1. Uguaglianza degli individui, in opposizione alle gerarchie.
2. Ripudio della guerra, e quindi fraternità fra i popoli.
3. Stato come produttore di beni pubblici e assistenziali.
4. Controllo del capitale in quanto produttore di ingiustizie.
5. Tutela del lavoratore e della lavoratrice.
6. Parità donna uomo.
7. Tutela e sviluppo del patrimonio artistico e culturale.
8. Tutela dell'ecosistema (concezione più recente, ma ugualmente valida, e fatta propria anche dalla Destra)...


martedì 21 febbraio 2017

La nuova mega-stazione elettrica a Vaiano

Qualche giorno fa Terna ha dedicato un giorno, il 10 febbraio, per spiegare il suo progetto della nuova stazione elettrica alla cittadinanza di Vaiano.

In realtà i cittadini di Vaiano non ne hanno nessun bisogno, bensì Prato e zone limitrofe, e anche Firenze con il prossimo futuro aeroporto.

Costruiranno, insomma, un altro mega elettrodotto.
Ma c'è davvero tanto bisogno di questa energia?

Sulla Calvana, invece della Torre del Vento, ormai progetto tramontato, si vedranno svettare gli elettrodotti?

Mi aspetto che tutto coloro che protestarono contro la Torre del Vento, protesteranno contro le Torri dell'Elettricità, molto più pericolose e nocive.

Per quanto mi riguarda, io che sento da lontano il rumore e gli effetti sulla mia pelle degli elettrodotti (non posso tollerare nemmeno il cosiddetto 'effetto corona'), passeggiare come ho fatto per i colli di Vaiano, sarà proibitivo.

Leggete il documento, se avete un po' di tempo:
https://www.terna.it/it-it/sistemaelettrico/dialogoconicittadini/stazioneelettricadivaiano.asp

lunedì 20 febbraio 2017

Squilla un telefonino? Smettiamo di recitare!

Riporto per intero questo articolo de "Il Tirreno" di oggi. Uno spettatore ha chiesto risarcimento del biglietto al Teatro Metastasio di Prato perché la recita di Casa di bambola è stata disturbata dagli 'Stupidphone' dei ragazzi.
Invito tutti i colleghi a smettere di recitare ogni volta che squilla un telefonino in sala. Basta telefonini a teatro.
Complimenti allo spettatore.


PRATO. Si intitolava "Lo spettatore addormentato" un libro di Ennio Flaiano. Ma Antonio Garganese, l'altra sera seduto al Metastasio, purtroppo è stato tutt'altro che addormentato. Lo immaginiamo molto agitato sulla poltrona a causa del trillio costante degli smartphone. Per questo ha scritto una lettera, indirizzata al presidente del Teatro Metastasio di Prato, Massimo Bressan, al direttore del Teatro Metastasio di Prato, Franco D'Ippolito, al segretario Generale del Teatro Metastasio di Prato, M. Teresa Bettarini, al responsabile Segreteria del Teatro Metastasio di Prato, Maria Bice Angiolini, al responsabile amministrazione del Teatro Metastasio di Prato, Maria Marzia Barni, all'Ufficio Stampa del Teatro Metastasio di Prato, Cristina Roncucci, al responsabile della Comunicazione, Promozione e Formazione del Pubblico, Francesco Marini, al responsabile Attività con gruppi e scuole, Claudio Casale e all'Assessore alla Istruzione pubblica e Pari opportunità del Comune di Prato, Mariagrazia Ciambellotti, per chiedere che vengano presi provvedimenti contro i maleducati che hanno disturbato la recita di "Casa di bambola" e contromisure perché episodi del genere non si ripetano più. Oltre, naturalmente, al rimborso dei biglietti. Ecco il testo della lettera.
"Ero spettatore alla recita di domenica 19 febbraio al Metastasio di Prato di "Casa di bambola".
A tale recita (l'ultima della serie) erano presenti diversi giovani di età scuola secondaria di primo grado (media) e scuola secondaria di secondo grado (scuola superiore). Alcuni certamente accompagnati da docenti (ad esempio nella fila dietro me che occupavo la poltrona 160 di platea), molti altri sparsi nei palchi, particolarmente quelli di vario ordine, in corrispondenza del mio posto (quindi a destra guardando il palcoscenico a metà della profondità sala). Da pochissimo dopo l'inizio dello spettacolo (parte unica di due ore) è stato un assoluto stillicidio di rumori provenienti dai palchi suddetti, per l'uso-peraltro proibito-di cellulari e smartphone, che vibravano e emettevano continui disturbi per digitazione su chat o Internet.
Della cosa si sono accorti e lamentati la maggioranza degli spettatori che hanno cercato di zittire, invano.
Al primo buio di sala, pochi istanti (corrispondente alla fine d'atto, non effettuato nella realtà), sollecitato da altri spettatori, mi sono alzato e alla maschera (una signora) che stava in fondo alla platea (ingresso) ho chiesto se avesse notato la cosa.  Mi è stato risposto di sì e che avrebbe fatto compiere un "giro" nei palchi. Ho avvertito che altrimenti ne avrei riferito alla Direzione.
La cosa di fatto non è rientrata, perché il disturbo è in pratica proseguito ancora (specie nella cosiddetta "terza" e "quarta" parte). Con me a conclusione dello spettacolo si sono uniti nelle lamentele alla maschera suddetta diversi altre parti del pubblico. Ho esposto il mio punto di vista-condiviso da altri-e chiesto di parlare col direttore di sala nel foyer (un signore). La persona in questione mi ha detto di aver "controllato" dopo la segnalazione, ma non esser riuscito (!!!) a capire, sentire, vedere... Ha notato che ogni sera c'erano ragazzi ma "sempre son stati zitti"... Va da sé che lo spettacolo-ossia il prodotto per il quale ho pagato-è stato venduto e fruito in condizioni danneggiate. Se mi si oppone che la responsabilità non è del Teatro, contesto viceversa che il personale di sala (circa un otto persone) avevano il dovere di immediatamente individuare, con ogni mezzo e con ogni mezzo allontanare i disturbatori, arrivando anche alla sospensione dello spettacolo, sentito il direttore di palcoscenico. Si usano le maniere efficaci.



Sono stato docente per trent'anni e ho il doppio all'anagrafe, frequento il teatro da quando avevo 6 anni; sono pure pedagogista e so bene il significato della parola "educazione". I giovani vanno portati a teatro e indirizzati, ma famiglia, scuola ed organismi debbono far la loro parte.
Chiedo:
a) che siano individuate le scuole che hanno partecipato alla serata e notificato alle Presidenze il fatto (se alle medesime stanno funzionari degni del loro ruolo capiranno);
b) che il Teatro Metastasio si attivi senza scrupoli sulla problematica;:
c) dal momento che il suddetto spettacolo-servizio non corrisponde al suo valore di vendita, mi siano rimborsati il costo dei due biglietti (pari a 16,00 e 14,50 euro= 30,50) e/o accreditati due posti di platea per un altro spettacolo a mia scelta della stagione.
Per quanto c) avrei chiesto una replica, ma trattavasi dell'ultima".
(Da Il Tirreno, Prato. Senza firma).

domenica 19 febbraio 2017

"Io e Federico", una nuova recensione e altro (2a replica straordinaria)


Alla seconda replica straordinaria di Io e Federico, Dialogo con l'Imperatore, era presente, non assessori, o  consiglieri o presidenti di commissione cultura, ma  Italo Bolano, l'artista che ha creato il monumento a Federico II che si trova a Prato nei pressi di Galceti, e che ho scelto per la locandina dello spettacolo.
Oggi è arrivata, inaspettata, anche una nuova recensione, a cui aggiungo i commenti della 2a replica straordinaria.

La recensione
"Io e Federico" è uno spettacolo complesso e spiazzante, caratterizzato da molteplici livelli di lettura, e al tempo stesso "leggero" e perfettamente fruibile. Il testo di Maila Ermini trova la sua forza nell'equilibrio fra diversi elementi: l'assurdo di un impossibile ritorno al presente, le riflessioni - incentrate su più temi - in bilico fra storia e attualità, momenti introspettivi, colpi di scena e qualche punta di comicità. All'interno di una cornice smaccatamente metateatrale, quasi brechtiana (l'autrice, vestita da Arlecchino - altro sorprendente e inquietante sfasamento temporale - apre il sipario e si appresta a "intervistare" un poco docile e assai sfuggente Federico II di Svevia), si ripercorrono le tappe salienti della vita del grande personaggio che, a confronto col presente, risulta straordinariamente umano, ambiguo, contraddittorio. L'impero, i viaggi, il conflitto con il papato, le donne, i legami con l'oriente, la corte poetica, i sofferti rapporti con familiari e collaboratori: tutto affiora a poco a poco alla luce dei riflettori. La rievocazione diventa così una sorta di raffinato corpo a corpo, dove autrice e personaggio lottano per guadagnarsi la possibilità di condurre il gioco. Splendida metafora, questa, della complessità e ambivalenza del mestiere di drammaturgo: che succede se una figura "di carta" - frutto della fantasia o, come in questo caso, di ricerche storiografiche e invenzioni teatrali - prende vita e quasi sfugge al controllo di chi l'ha creata?
Medievale eppure per certi versi attuale, colto e feroce, crudele e sensibile, Federico giganteggia, assumendo a tratti la statura di un re shakespeariano, a tratti colorandosi di ambigue sfumature pirandelliane. Merito della drammaturgia e della meravigliosa interpretazione di Gianfelice D'Accolti, capace di passare con naturalezza dal monologo straniante rivolto al pubblico all'incalzante dialogo con l'autrice, dal ricordo doloroso al riso beffardo. Mimica facciale, voce, gestualità (indimenticabile la sua solitaria partita a scacchi): tutto concorre a sbalzare il personaggio dall'appiattita dimensione scolastica dei libri di storia e a renderlo pienamente umano, in perfetta sintonia con l'assunto del testo. Maila Ermini, nel ruolo dell'autrice, per un attimo abbandona i toni pacati e talvolta ironicamente pungenti con cui conduce (o crede di condurre) l'intervista per calarsi totalmente nei panni di Arlecchino: ci regala così una divertente e spiazzante performance di Commedia dell'Arte e allo stesso tempo un godibile momento di teatro nel teatro. Solo attraverso il gioco e lo scherzo il buffone può prendersi gioco del potente, in un ribaltamento di ruoli dal sapore carnevalesco. Così nel duecento di Federico II; così nel seicento di Arlecchino. E oggi?
"Io e Federico" ci lascia con questo e molti altri interrogativi. In attesa della prossima rievocazione." (Eloisa Pierucci).

I commenti:

"Quali sofferenze deve aver sopportare un uomo per diventare un buffone...o imperatore.  Grazie".  (Roberto e Silvia).

"Che bello vivere e rivivere con poco, e molto bello, bravi!" (I.Bolano).

"Complimenti - piccolo - grande gioiello di cultura e di amore. Oltre il tempo. Grazie della bella serata. (Alessandra R.).

"Grazie. Spettacolo originale, soprattutto nella sua struttura, e brillante". (Firma incomprensibile).

venerdì 17 febbraio 2017

Io e Federico, ultima replica alla Baracca

Vi ricordo che domani, sabato 18 febbraio, ore 21 al Teatro La Baracca, andiamo con l'ultima replica, per quest'anno almeno nel mio teatro, di IO E FEDERICO, Dialogo con l'imperatore.

Poi la domenica 19 febbraio, come da programma, lo spettacolo per bambini Dina la vespina, (alle 17!), ormai, per chi ci conosce e frequenta, un classico per ragazzi.
Buon fine settimana.

Casale assediato dai TIR: c'è un'altra verità




Ora, non amo più tanto occuparmi delle beghe locali, ne sono un po' stufa; ma anche nelle piccole cose della lontana provincia, s'annida il lavorio della strumentalizzazione e delle mezze verità. E allora bisogna intervenire.
Stamani leggo l'articolo su la cronaca locale di Prato, il traffico di Casale, "Casale in balia dei TIR"  e mi viene proprio da ridere, perché il consigliere Alberti, in veste anche di 'esperto', non dice tutta la verità.

Il problema fondamentale del borgo, dove anche vanno a finire i TIR che provengono dalla 'Fooditalia', è principalmente uno: che l'uscita del paese per le macchine è, verso Prato, tutta costretta sull'argine del Fosso di Iolo.  E' lì che vanno a finire i TIR, si bloccano là, almeno una volta alla settimana.

Dalla Fooditalia, i TIR, invece che girare verso l'autostrada , prendono via Montessori dall'altra parte, e vanno a bloccarsi appunto sull'argine del Fosso di Iolo, che, ripeto, è una delle uscite principali del paese, quella che va verso Prato in direzione di Tobbiana.

Fu la giunta Romagnoli, complice la Circoscrizione Sud di allora (era Presidente Peris), a imporre questo sistema viario.
Peccato che il giornalista si sia attenuto solo alle parole del consigliere, che mostra di non essere affatto profondo conoscitore, o molto di parte. Perché il consigliere Alberti ha parlato solo di un problema, che non è quello fondamentale! Altri avrebbero mostrato che l'andazzo in paese è ben altro riguardo i TIR - che ormai raramente si comportano come è descritto nell'articolo! Il consigliere non vuole evidenziare i disastri delle giunte precedenti, oppure non vuole dar fastidio a qualcuno?

Parla poi del ponticino sull'A11,  quello che porta al campo di calcio, come se fosse un problema!
In realtà ne parla solo per benedire i lavori della terza corsia dell'A11, insomma fa... il bravo scolaro!

Poi, un altro nodo, è sempre la stessa stradina sull'argine, ma nella direzione verso la frazione di Iolo, che è pericolosa, stretta, e trafficatissima. Ma d'altronde, per andare in automobile verso Tobbiana e Iolo, da Casale, pur vicinissime, è diventato, questo sì, un vero problema! Meglio a piedi o in bici.


CASALE IN BALIA DEI TIR (Da La Nazione di oggi, Prato)

SIAMO in via Borgo di Casale, proprio davanti alla chiesa: c’è il divieto d’accesso ma un’auto lo ignora completamente, fa cento metri contromano e svolta a destra in via Frosini. Succede nel cuore di Casale, in una strada molto trafficata fra residenti, clienti dei negozi e chi è diretto in parrocchia. Questo è uno dei punti critici della frazione: via Borgo di Casale, infatti, in quel tratto diventa a senso unico e fra chi sbaglia perché non è attento ai cartelli e chi fa il furbo, c’è un alto rischio incidenti. Il nostro viaggio alla ricerca dei problemi di viabilità della frazione inizia proprio da qui. Ad accompagnarci c’è il consigliere comunale Gabriele Alberti, profondo conoscitore del quartiere. «Questa situazione di via Borgo di Casale è già all’attenzione degli uffici comunali – spiega Alberti – Purtroppo non tutti si rendono conto che c’è il divieto, mentre altri fanno i furbi e passano lo stesso per accorciare la strada. Peccato però che in questo modo mettano a rischio la loro vita e quella degli altri automobilisti e dei pedoni». Per risolvere il nodo stradale, comunque, c’è già allo studio un progetto.
«L’IDEA è quella di realizzare un’isola pedonale – commenta Alberti – che da un lato faccia capire bene la viabilità della strada e dall’altro che metta in sicurezza i pedoni. Nel frattempo abbiamo illuminato l’attraversamento davanti alle scuole e alla parrocchia, così abbiamo reso più sicuro il passaggio pedonale».
Il nostro viaggio per Casale, continua all’angolo con via Frosini, dove ci sono i negozi e la Pubblica Assistenza. Il marciapiede è molto stretto, gli anziani faticano a passarci e chi è in carrozzina o col passeggino è costretto a transitare nel mezzo di strada.
«IL PROBLEMA è evidente – aggiunge il consigliere comunale – Da un lato c’è bisogno di ampliare il marciapiede, dall’altro va regolata la sosta selvaggia. In tal senso abbiamo già previsto dei parapedonali, ma anche qui ci vuole una piccola isola pedonale per regolare la viabilità».
Fra tanti nodi legati al traffico, alla sosta e alla viabilità, quello più sentito nel quartiere riguarda il transito dei mezzi pesanti, diretti nelle varie aziende di Casale. Decine di tir passano ogni giorno per le stradine strette della frazione, col rischio spesso di restare pure incastrati.
«IL DISAGIO è evidente – prosegue Alberti – I mezzi pesanti arrivano da via dei Trebbi: quelli che conoscono già la zona svoltano in via Borgo di Casale, e vanno a ingolfare il centro del paese. Quelli provenienti dall’estero, invece, seguono le indicazioni del navigatore e finiscono sul ponticino a una sola corsia dopo il campo sportivo del Cf 2001». E qui il problema non è di poco conto. «Nonostante il ponticino sia a una sola corsia – aggiunge il consigliere Pd – c’è il doppio senso di marcia. Camion e auto così si incastrano. E anche qualora i tir riescano a passare, poi rischiano di restare bloccati nelle varie curve del paese. Con danni ai mezzi e anche alle abitazioni».
La soluzione proposta al Comune da chi abita in zona è quella di chiudere il ponticino, rendendolo solamente ciclopedonale. In questo modo i camion sarebbero tutti costretti a passare dal centro del paese. «Quel ponticino con i lavori per la terza corsia dell’ A11 andrà rifatto – conclude Alberti – Il Comune ha già chiesto di non renderlo più carrabile, ma solo ciclopedonale. La mia richiesta, avanzata alla giunta, è quella di non aspettare i lavori e di intervenire subito. Impedendo già dalle prossime settimane il transito carrabile e lasciando solo quello di bici e pedoni».
Stefano De Biase


Siamo ostaggi

Ora, dopo la saga romana del sindaco Virginia Raggi (non ancora terminata), ecco che ci occupano la vita con la scissione del Partito Democratico. 
Ecco la narrazione dei giorni difficili, della lotta interna fra Renzi e Bersani, Renzi e D'Alema, e tutte le loro paturnie e le ansie, in particolare della base...
A molti, diventati miseri italiani, con mille seri problemi, non importa un gran ché. 
Eppure i media insistono, e i giornali, i programmi televisivi ci offrono l'argomento, la preoccupazione del giorno:"Non scindetevi!". E' uno stordimento completo, come se il mondo ne dipendesse alla stregua di un cataclisma imminente.
Cosa cambia se il PD si scinde? Nulla in peggio, a noi; tutto, a loro.
Dobbiamo pretendere ben altro, da questi signori del sistema politico; e anche da chi ce lo racconta.
Bisogna ancor di più: svergognarli senza pietà. Il re è nudo, e bisogna gridarlo.
Se stiamo in queste misere brache, dopo vent'anni di berlusconismo feroce e di Sinistra moribonda, è dovuto proprio ai partiti, e alla corruzione generale del paese.

DI CUI SIAMO OSTAGGIO.

giovedì 16 febbraio 2017

Teatro la Baracca, prossimi spettacoli di febbraio e marzo

Dato che il programma del Teatro La Baracca è un po' cambiato, faccio chiarezza.


Sabato 18 febbraio, ore 21  seconda replica straordinaria di IO E FEDERICO (Dialogo con l'imperatore). 

Domanica 19 febbraio, ore 17, DINA LA VESPINA  (la vespa livornese...).

Sabato 25 febbraio, ore 21 LE RAGAZZE DELLA FABBRICHINA,   adattamento teatrale e regia di Maura Salvi e con Elena Cianchi (da La bambina con la farfalla sulla testa di Dunia Sardi) de "La Bottega delle Maschere" di Agliana.

Sabato 4 marzo, ore 21, IL BIGNAMINO DELLE DONNE.

Sabato 18 marzo, ore 21 FESTA DELLA POESIA.

Sabato 25 marzo, ore 21, CATTIVERIE bis, di e con Gianfelice D'Accolti.

(Segue...).


mercoledì 15 febbraio 2017

Una modesta proposta per abolire il Carnevale...

Un articolo di Ernesto Galli della Loggia, oggi, su Il Corriere della Sera, tuona contro il turismo di massa, in particolare a Venezia, ormai città sepolta proprio dall'orda quotidiana dei turisti che, durante il Carnevale, tocca punte di flusso umano ingestibili.

Abolire il Carnevale a Venezia, e Arrigo Cipriani, dell'omonimo famoso Caffé propose un referendum per farla finita con la barbarie,  sarebbe cosa buona e giusta.

Le città d'arte, vedi anche Firenze per esempio, diventata set matrimoniale per satrapi d'Oriente e magnati d'Occidente, sono ormai solo ombre dell'illustre passato. Io, praticamente, nella Città del Giglio avvizzito non ci vado più, non mi attira più andarci. L'impossibilità di viverla umanamente, l'ha resa, a soli 15 km di distanza, irraggiungibile

Sono anni che scrivo contro il turismo di massa, che va assolutamente contrastato,  e ripeto uggiosamente ormai che bisogna impedire il turismo assassino. E per primi iniziare noi a smetterla con questo gioco stupido e in fondo noioso.

Se le città non sono turistiche, è un bene! Non abbiamo bisogno di turismo, ma di cultura, di cura, di civismo, di sana economia produttiva!

Per esempio: bene che la città di Prato non sia turistica, è la sua salvezza! Peraltro ha già mille problemi. Quando in città si dibatteva su Gonfienti, la città etrusca (ricordate?), molti sostenevano che il parco archeologico avrebbe incentivato il turismo. E io, nemmeno per idea!

E questo insulso Carnevale, ormai sposo del Turismo, (e si celebra solo nei paesi cattolici, ricordo, carnem levare o carnem, vale!), con le orrende sfilate che non hanno più senso, nemmeno più per i bambini, togliamolo di mezzo o, se ne siamo capaci, trasformiamolo in qualcosa di più sensato!
La Chiesa di Roma, che tanto tuona contro la festa pagana di Halloween, perché non dice nulla di questo stravolto consumistico, orrendo Carnevale? Tanto, anche durante la Quaresima, anche i cattolici continueranno a mangiare la carne...Il Carnevale insomma, come molte di queste manifestazioni, non hanno più senso, nemmeno di festa, ché sono diventate brutte brutte brutte. E parlo anche esteticamente.

Mi dispiace per i bimbi, ma quasi quasi io avanzerei una 'modesta proposta per abolire il Carnevale...'.

Le maschere della Commedia dell'Arte (Arlecchino, Pantalone, Balanzone...) ringrazieranno, ché esse non nascono dal Carnevale, ma sul palco, e nelle sfilate e nei travestimenti popolari, state inserite (e rese banali) molto di recente, anche se ormai sempre più raramente i bambini si travestono in una di esse.




L'articolo di Ernesto Galli della Loggia:

I miei articoli 'contro' questo turismo, non si contano; cito solo alcuni:

martedì 14 febbraio 2017

Sanremo, ma il popolo è muto

Il Festival della Canzone italiana, detto di Sanremo, è sempre stato espressione di intrattenimento reazionario della classe dominante. Nessuna novità.

Sarebbe facile mostrare la banalità delle canzoni vincitrici, e rivelarle nella loro insipienza o furbizia attraverso una semplice analisi strutturale. Banalità musicale e semantica, oltre che di forma poetica, o, nel migliore dei casi, 'contenutismo' rozzo e vuoto come nel caso della canzone vincitrice , dove i presunti contenuti 'alti' (il riferimento a Morris, per esempio, o la fagocitazione dell'uomo nel web; in sostanza, nonostante la tecnologia l'uomo resta una scimmia), sono annullati dal mezzo che li trasmette e dalla banalissima musica pop.
Non emoziona nemmeno la tanto lodata canzone di Amara cantata da Fiorella Mannoia, "Che tu sia benedetta", un coacervo di frasi fatte e scontate,  regressive e dolciastre, come si addice a una vera canzone finalista di Sanremo,  che subito qualche rappresentante del Vaticano si è affrettato a benedire come inno alla 'vita'.
Una volta si sarebbe definita una canzone 'democristiana'.

Con il Festival di Sanremo l''industria culturale fa quello che vuole, e accade per altri premi, di letteratura per esempio, e lancia come prodotti di valore canzoni in realtà bruttine.

Piuttosto mi preme però far notare come il Festival di Sanremo e tutto il commentume dei giornali (peraltro ho letto che la canzone vincitrice ha fatto scatenare in un ballo scimmiesco tutta la sala stampa...complimenti),  completino la sepoltura di ogni altra possibilità di espressione canora. Sì, ci sono il Premio Tenco o il Premio De André, ma il 'popolino' non segue quelle manifestazioni, non commenta sui social quelle canzoni.  Che poi, fatte salve alcune eccezioni, non sono molto diverse da quelle che proprina Sanremo.

Ormai il Festival è  'nazionalpopolare' nel senso opposto con cui coniò il termine Gramsci (il popolo che dovrebbe esprime i valori più significativi e duraturi di una nazione),  o non solo più con l'accezione dell'appiattimento e superficialità del gusto, ma è 'nazionalpopolare' in quanto è avvenuto il  'dominio-sul-popolare" : la classe dominante impone definitivamente ormai il gusto al popolo, e il popolo lo segue e lo consuma, amplificandone l'effetto sul web, senza produrre più nulla di proprio. 

Brutalmente: tu, Festival, mi dài la canzone da cantare; io non solo la compro e la canto (come avveniva fino a poco tempo fa), ma la propago, con la mia azione sul social, come un involontario agente commerciale. E tutto gratis, e tutto a favore dell'oscuro (?) committente.

Nessuno più si immagina o canta altre canzoni che quelle propinate dal Festival di questo santo, che in realtà era San Romolo (no, tanto per dire, eh), ed è defunta ogni seria alternativa al dominio culturale ed economico.

La 'comunicatività' ha vinto completamente sulla 'espressività'.

Il senso dei sintagmi 'musica popolare' o 'canzone popolare', 'ricerca musicale', 'ricerca poetica', 'critica militante', 'recensione critica' eccetera, appartengono ormai definitivamente ai manuali di musicologia e si studiano nelle università o nei conservatori. D'altronde da diversi anni è stato distrutto l'humus che aveva fatto sorgere le cosiddette diversità. (Perché è vero che la musica o canzone popolare era spesso ripetitiva e semplificata, ma era comunque autentica, non artefatta e studiata per il suo commercio eccetera).
La canzone è solo 'arte' monopolizzata della e dalla classe dominante e dei suoi commerci, affari e intrallazzi, come accade per altre espressioni artistiche, e gli artisti si lacerano le vesti solo per conformarvisi e salire sui palchi dell'Ariston e diventare famosi.  In quanto il fine dell'artista è la fama (non la gloria, come recita la canzone vincitrice, fama e gloria sono ben distinte!), l'artista è diventato puro strumento, ma non dell'arte, burattino.

Al momento nessuna diversità o eccezione è possibile. Il popolo è muto.


(P.S. I due video: il primo è la versione italiana di "Gracias a la vida" della cantautrce cilena Violeta Parra cantata da Gabriella Ferri; il secondo è una canzone di Herbert Pagani, una riflessione sul mestiere di cantante e un ricordo di Luigi Tenco).





lunedì 13 febbraio 2017

Prendi Prato

Non c'è niente di più noioso scontato disperante che vivere nelle nostre cittadelle italiane.
Prendi Prato.

Ogni anno, la sfilata del capodanno cinese e la questione dell'integrazione, irrisolta. Intanto l'illegalità prospera, e non solo in campo cinese. Anche perché anche la legalità è spesso illegale. Il vero lavoro, quello che io osservo ogni giorno, è principalmente illegale. O non l'ha detto anche santa CGIL? I soldi che contano sono quelli di carta, i cinesi lo sanno bene, come anche sanno le banche. La valle della moda pratese (omamma!) dei cicciobelli benpensanti sarà eventualmente solo così. Dicartaeannero.

Ogni anno, le sfilate dei carri di carnevale nelle località di Paperino e Aiolo (che toponimi irripetibili, da tutelare come il nostro sito archeologico!).  La novità però quest'anno c'è stata: la presenza del sindaco Biffoni al Carnevale di Paperino nella veste di sé stesso. Arcibaci e abbracci.
E' passato il tempo in cui si odiavano le sfilate del carnevale, come ai tempi di Luconi assessore, e per qualcuno quest'antipatia è stato il suo più grande merito. D'altronde il 2018 è vicino, bisogna cominciare a lavorare per il gioco elettorale, e stringere mani, e arcibaci e abbracci, come in un filmetto edificante di provincia.

Ogni anno, le stesse storie. E ciclicamente, le varianti dei periodi elettorali... Potrei ripubblicare certi 'post' di qualche tempo fa. Niente aria nuova, nessuna energia, nessun progetto futuro concreto per toglierci dalla disperazione di un eterno ritorno di certi figuri...(O santi numi mantovani, ritorneranno? I progetti -di fiume di parco di mondi alternativi - si leggono poi solo nei titoli dei menu internettiani, imbanditi a mo' d'antipasto di mare e terra  dall'assessore al sogno -o incubo?- Barberis).
L'aria 'odoreggia' di fritto e rifritto,  non solo da padella cinese.

Il potere sta sempre là dove è sempre stato. Lo si vede bene. E ci sono sempre i suoi mastini guardiani, il bau bau è allo stesso posto. Bau bau.
Bisogna che la città mantenga il suo giusto degrado, il grasso squallore di sempre, e le sfilate con gli innocui insignificanti burattini, altrimenti i bau bau intervengono. Il troppo può stroppiare. E il mediocre servilismo è sempre il benvenuto.
C'è ora qualche fantasista naturista. Dolce e tenero, come il suo nome.
L'assessore Alessi ha annunziato che il fornaccio crematorio non si farà, a Prato no.  I parenti afflitti per ' i tristi viaggi' possono attendere. Non c'è spazio, il rischio di inquinamento è alto, la provincia è..."piccola per noi, piccola per noi, troppo piccolina! ...".
Che bel regaluccio, assessore.
D'altronde il 2018 è vicino,  bisogna cominciare a lavorare per il gioco elettorale,  dire cose sensate, come in un copione di filmetto di provincia perbene. Bene bravo bis.


Il teatro non è più necessario?

Il teatro si dibatte ancora e sempre in una profonda crisi di cui non sembra capire le ragioni. Quali sono le ragioni? Che appunto non è più necessario. E' un teatro 'senza richiesta'. Sembra vivere solo per e da sé stesso. Questo accade proprio nei teatri importanti, paludati, famosi!
Perché non è più necessario?
Perché va dietro alla televisione, per esempio, e fa come quella, è l'amante dei dati 'Auditel'!
Si preoccupa di quanti e quali spettatori. I direttori dei teatri non hanno altra vera preoccupazione.
Il teatro, per tornare a essere necessario, deve scordarsi di competere con la televisione. Purtroppo!
Ai direttori dei teatri dovrebbe essere proibito pensare al marketing
Non che il teatro debba essere elitario, ma non può, nel sistema mediatico così pervasivo e conformista,  direi 'dittatoriale', mettersi a giocare alla televisione. Perde!
Il teatro non deve aver paura di essere solo. Anzi, proprio da questa sua non-popolarità può ripartire, libero, non controllato (anche se poi la Digos manda sempre i suoi finti spettatori...), e ritornare alla sua funzione.
Ma qual è la funzione del teatro? Per esempio, la purificazione dai mali che lo turbano, come scriveva Aristotele.
E questo nostro finto teatro fa tutto fuorché questo, tanto per cominciare. Non vuole affatto turbare, o quel tanto che è sufficiente e dovuto, come negli spettacoli che propinano gli scandali alla moda.
Le volpi del marcio teatro italiano come lo sanno, come mirano alla cassetta! 

Più dei mafiosetti e delle cricche teatrali, sempre le stesse quelle che circuitano, è il teatro 'sconfitto', televisivo, piacione, conformista, paludato che si impaluda, impaurito e contator calcolatore, che distrugge teatro.

Il teatro che non è più necessario.



domenica 12 febbraio 2017

"Io e Federico", replica straordinaria







La critica militante è assente  o va nei teatri paludati, ma il pubblico sopperisce con i suoi commenti,  sinceramente e liberamente.


"La genialità ti contraddistingue...Federico oggi sarebbe proprio così, ma tu saresti davvero a tuo agio, se ciò fosse vero! Stupiscici sempre così". (Silvia).

"Grazie, mi sento più acculturata, mi sento meglio, mi avete commosso". (Cetty).

"Idea veramente originale e ottimamente rappresentata. Complimenti!" (C.Trinci).

"Un viaggio nel tempo che è poi soprattutto nella contemporaneità, attraverso lo sguardo di un personaggio storico carismatico e sfuggente, che affronta dalla sua prospettiva apparentemente straniante le trasformazioni che ha subito il mondo durante la sua assenza, scoprendo in fondo che sotto la superficie tirannie, censure, desiderio di gloria e appetiti di ogni tipo appartengono all'oggi più che al passato, in forme perfino di infide. Ottimamente recitato, con un testo di grande potenza. (S. Manfrida)

venerdì 10 febbraio 2017

La razza esclusa

Vogliono valorizzare il territorio.
I prodotti locali.
Vogliono valorizzare la cultura.
Sorridono.
Parlano di inclusione.
Di dialogo fra le comunità.

Sono a capo o vicino o nei pressi di qualche associazione. Partito.
Assessori. Consiglieri. Cittadinanza attiva. Giovani. Attempati illusionisti.
Fanno del bene.
Fanno politica.
Fanno.

Qua, da venticinque anni, non li abbiamo mai visti.
Io noi siamo andati varie volte. Ad ascoltarli. A guardarli. Anche a chiedere e confrontarci.

Loro mai.
Di quale dialogo parlano? Di quale città inclusiva delle razze e delle diversità?

La nostra razza non è mai stata inclusa.
Perché non serviamo alla loro strumentalizzazione. Non abbiamo soldi da elargire. Vantaggi da prospettare. Non omaggiamo i loro interventi.

Apparteniamo  come a una razza indefinita, ma che si teme; infatti ci tengono lontani, per non contaminarsi, come se avessimo la lebbra.

La nostra razza non si riconosce dalla forma degli occhi, non si riconosce dalla forma delle labbra; dal colore della pelle: è una razza interiore, una razza di opposizione, di contrasto.

La razza esclusa.

giovedì 9 febbraio 2017

Trekking urbano, o dell'inquinamento in città

Basta passeggiare per le strade di Prato, come di troppe altre città,  per rendersi conto di come l'emergenza ambientale sia la prima 'priorità' cittadina.

Il vizio di lasciare il rifiuto abbandonato, prima ancora che le ditte cinesi massivamente tempestassero il territorio con gli scarti tessili per le strade, e anche sulla ciclabile,  è sempre stata usanza di molti.

Pratesi, che ne dite degli scarti dell'amianto che avete lasciato ovunque?
(Con questo certo non giustifico il barbaro comportamento di altre etnie, tutto il contrario!)

Qui vicino a me una stradina di campagna molto pittoresca, via Bigoli, è stata chiusa e si è lasciato che la natura ne riprendesse possesso, perché tutti tutti tutti vi andavano a buttare rifiuti di ogni genere.

Passeggiando lungo la Bardena, quella che poi diventa senza soluzione di continuità il Fosso di Iolo, quando, come spesso accade, non c'è acqua, vi si vede ogni tipo di oggetto che staziona sul letto del fiume. Da molto tempo è così.

Basta poi gironzolare anche per il centro, dentro le mura, per osservare come la pulizia, la cura, l'attenzione per gli spazi comuni non sono mai stati il forte del cittadino pratese. 

Parliamo di piccoli incidenti, inezie. Cacche di cane ovunque. A tutto questo amore per i cani, a questa proliferazione canina, non è seguito un innalzamento della civiltà nei padroni.

E il Bisenzio? Fatevi un giro in vallata, seguite a piedi il corso del fiume. E' da brividi. 
Oltre alla sporcizia, all'incuria e via discorrendo, se vi andate al tramonto, le nutrie vi circonderanno, poverine, come in una insolita danza apache, e non saprete più come uscirne.

Si vorrebbe davvero un progetto di parco fluviale, ma il Comune di Prato non riesce a organizzare altro che quello sulla 'Riversibility' (ma perché perché questo pseudo-inglese nell'italiano?) il che si concretizzerà in un demandare alle associazioni compiti che invece dovrebbero essere propri dell'amministrazione, e senza però risolvere i problemi.

L'acqua, poi, è un argomento delicatissimo: nel Bisenzio ancora qualcuno sversa sostanze inquinanti;, colorandolo com'era uso un tempo;  e l'Ombrone, che segna il confine verso il pistoiese, prende le acque un po' ripulite sì, ma fetide, del depuratore del Calice e di Baciacavallo. Odorare per credere.

L'aria. Prato è salvata dal vento, altrimenti non so. Ma con il progetto dei signori del caro estinto, in compagnia con le varie associazioni assistenziali e misericordiose, di realizzare un crematorio, risparmieranno sì i 'tristi viaggi in altre città' ai parenti del morto, ma lasceranno i vivi con la puzza in città, ora da una parte ora da un'altra, appunto a seconda del vento. Senza parlare poi dell'inquinamento conseguente...

Apro una parentesi: l'idea del farsi cremare è legittima e condivisibile; tuttavia, ultimamente, oltre alla moda, si osserva la tendenza di sbarazzarsi del morto prima possibile; insomma, di trattare gli esseri umani come rifiuti da buttare nella macchina crematrice (ma l'avete vista, com'è?),  e  'non se ne parla più'. Io sono, ripeto sempre, per il lento disfacimento delle carni e delle ossa, per dare, con il mio corpo, un po' di sano e gustoso alimento ai vermi. Insomma, voglio contribuire al virtuoso ciclo della natura.


mercoledì 8 febbraio 2017

Caro Michele

Caro Michele,
una bella, grande lettera ci hai regalato prima di morire!
Hai fatto bene a scriverci, dalla tua morte, e a compiere la tua volontà di andartene nel 'non-essere'.
La tua lettera è vera. Oggi la vita è tutt'altro che 'benedetta', e le speranze per l'umanità, per il suo futuro, sono al momento misere, strette, talmente soffocanti, che darsi la morte può essere sensato. 
Lo insegnano i saggi da sempre, ed è così.
Scegliere di morire è un atto di libertà che nessuno ci potrà mai togliere. L'unico vero atto di libertà in molte situazioni.

E questa nostro presente può essere una di queste, dove l'individuo è nulla, è solo un mezzo nudo, anche se tramite oggetti funzioni e soldi, che sono il vero fine ormai, si figura di esserlo lui, quel fine.

La storia è ferma, stupida, violenta più che in altri momenti del recente passato.
Quelli della mia generazione hanno ancora fatto in tempo a intravedere qualcosa di diverso, illusioni speranze che sembravano concretizzarsi il giorno dopo; per questo sognano che la Storia possa ancora cambiare, volgere al meglio le sorti dell'umanità, e combattono, e sono i più restii a mollare. Ma quelli della tua, no. Essi sono stati privati di ogni strumento per trasformare alcunché, e sono resi sudditi e schiavi di un sistema che li illude di vincite e successi, ma in realtà li usa e getta. E,  in molti casi, è una generazione che smania per entrare nel triste gioco, e sottomettersi.
Grazie per il tuo grande gesto di vita e ribellione.
M.


"Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto."
Michele (n.d.r., un ragazzo di Udine che si è ucciso il 31 gennaio).

Papà

So' diventato papà che te lo dico a fa. So' diventato papà e ce devo pensa' se cambio mestiere. Finora ho fatto er rivol...