mercoledì 9 maggio 2018

L'Etrusca Disciplina

L’Etrusca Disciplina e il temenos di Gonfienti                                   
di Giuseppe Alberto Centauro


Si racconta che un fanciullo d’origine divina, di nome Tagete, insegnò in un sol giorno l’arte divinatoria agli Etruschi che, di generazione in generazione, la tramandarono insieme ai riti accadici e anatolici delle origini  (culti ilozoisti); in queste arti gli Etruschi furono maestri tanto da porre quegli antichi saperi al centro del loro modo di essere, di porgersi nei confronti del quotidiano e, imparando da essi, affinarono indiscutibili capacità tecnologiche e metallurgiche. Strabone racconta che fu Tarconte, fondatore di Tarquinia (Tarchu-na in lingua etrusca), insieme al fratello Tirreno a introdurre tali riti in Etruria nel corso della prima migrazione dalla Misia. Verrio Flacco e Aulo Cecina ci tramandano che fu proprio Tarconte ad iniziare nel IX sec. a.C. l’esplorazione dei territori a nord dell’Arno, spingendosi in Val Padana fino alla pelasgica Spina. Oggi, dai ritrovamenti di Villanova a Castenaso (BO) e in mancanza di più precise cognizioni, indichiamo come Villanoviani quei primi colonizzatori confondendoli con le popolazioni aborigene ed altre con le quali i Rasenna condividevano ataviche usanze. Gonfienti è al centro di queste epiche reminiscenze con le quali concludiamo questo ciclo di storie. E’ stato già detto come gli assetti delle città etrusche fossero ben pianificati, ordinati secondo un rigoroso schema matematico derivante dall’osservazione dell’Universo [“CuCo”, 253, p. 13] e dall’arte divinatoria che si esercitava attraverso i codici haruspicinifulgurales rituales. Analizzando gli antichi insediamenti, pur non conoscendo le arcaiche liturgie,  si hanno conferme di quelle “speciali” attitudini nel costruire le “città dei vivi” e le “città dei morti”, a cominciare dalla mai casuale dislocazione dei santuari che etruschi e pre-etruschi (dalla Cultura del Rinaldone in avanti) fondavano coi principi della  «geografia sacra». Tale disciplina si basava sulla conoscenza e l’utilizzo dell’energia creatrice della Terra, seguendo gli orientamenti astrali (o delle divinità cosmiche) duplicati nelle cavità sotterranee  (o delle divinità ctonie). Il bronzeo “Fegato di Piacenza” (IV-III sec. a.C.) ci mostra la suddivisione della volta celeste nel mondo etrusco nella maglia di partizioni teocratiche geo orientate alle quali gli aruspici si rapportavano. Il microcosmo etrusco ruota alla ricerca dell’Armonia, simbiosi tra natura e artificio, per riprodurre in Terra quello che si muove in Cielo e che si rigenera nel grembo della Madre Terra. L’Etrusca Disciplina era in grado di captare le fonti energetiche e di imbrigliarle entro precisi confini fisici (inter amnes, nelle paludi e nei bacini lacustri, intorno alle sorgenti delle alture coniche e biconiche o “lunate”, nelle sinuosità di fiumi, laghi e coste marine) e,  laddove tale energia rischiava di disperdersi,  si erigevano terrapieni, recinti circolari in modo da contenere i flussi energetici endogeni, catturando quegli  esogeni  nell’alternanza del giorno e della notte, della luce solare diretta e lunare riflessa.  L’ager bisentino di di  Gonfienti è da questo punto di vista un luogo emblematico.  La morfologia, l’orografia e l’idrografia di quel territorio rendono percepibili  le connessioni esistenti, qui amplificate dai fenomeni carsici che omologano l’azione dell’uomo a quella della natura e viceversa  (doline, grotte, anfratti come vie cave, recinti murari, acquidocci ecc.).  In tutta l’Etruria continentale ci sono  solo due luoghi, pur nelle diverse dimensioni, che lasciano intravedere il modello archetipo che riflette il cielo sulla terra: il Fanum di Bolsena, conclamato santuario di Voltumna, con le isole Bisentina e Martana, “sacre aiuole” della Dea Madre, emergenti nelle acque del cratere vulcanico; e il naturale enclave, ancora tutto da esplorare, della “magica” conca di Travalle dove, al centro di una radura sottratta da secoli alle acque, spicca una motta gradonata detta Castellaccio e Castelluccio (castrum sive castellare). Per la diffusa presenza di strutture megalitiche, di allineamenti, coppelle e spartitoi l’intera vallecola non può che essere il temenos dell’Offerente: un’area inusitata che si estende dal crinale del Camerella fino all’acropoli di Poggio Castiglioni, disegnando un’ampissima cornice circolare interrotta, a sud est, dalla stretta di poggio dell’Uccellaia che la separa dalla Chiusa di Calenzano e dal massiccio del Morello. Il focus areale è posto laddove le acque del Marinella e del Camerella (deviato ad hoc) confluiscono insieme ad altri ruscelli e ad acque risorgive verso la collinetta artatamente modellata, fatta di  terreni e pietre di antico riporto, sostenuta da cortine di alte muraglie già datate del IV/III sec. a.C. (fig. 1). L’amena altura, ingentilita oggi da strette balze di ulivi, delinea una sorta di ziggurat  che si eleva per poco più di 20/22 mt. dal piano mediano di campagna, per una larghezza di 120 e una lunghezza di 240. Stupisce il tracciamento a terra delle redole e delle profonde canalizzazioni di drenaggio che la spartiscono in precise porzioni geometriche che si aprono a raggiera nelle direzioni cardinali della volta celeste (fig. 2), proprio come nel rituale fegato ovino (v. Carta).  Nelle occultate viscere pare materializzarsi  il mito del labirintico mausoleo del Re d’Etruria, citato ma mai visto da Varrone, descritto tra le fabulae Etruscae da Plinio il Vecchio: “sepultus sub urbe Clusio, in quo loco (Porsina) monimentum reliquit lapide quadrato quadratum …” (Naturalis Historiae, lib. XXXVI, 91). In questo sito sono stati trovati innumerevoli reperti litici e ceramici d’epoca etrusca e romana, questi ultimi da porre  in relazione ai resti di una villa rustica d’epoca imperiale rinvenuta nei pressi della vicina Villa-fattoria di Travalle dall’esoterico giardino; pur tuttavia, nonostante questi seri indizi, la curiosità della scienza resta ancor “sospesa” perché niente ancora si è  fatto per approfondire,  per essere in grado di svelare verità nascoste.

 Articolo pubblicato su Cultura Commestibile n.261: http://www.culturacommestibile.com/


Fig. 1_ Riprese a volo d’uccello della motta di Travalle (foto di G.A. Centauro, 2003)    

Fig. 2_ La motta di Travalle vista da Poggio Castiglioni

Il disegno del “Fegato di Piacenza” perfettamente coincidente con la conca di Travalle e la Valdimarina nei caratteri orografici e morfologici spartiti nelle regioni celesti costituenti il pantheon etrusco (montaggio di G.A. Centauro, 2003)

Il Fegato di Piacenza

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