sabato 31 maggio 2025

Maura Salvi su "La Condizione Weil"

Ho ricevuto questo scritto di Maura Salvi sul mio ultimo spettacolo La Condizione Weil. 

Lei è artista, amica, amante del teatro e sostenitrice della Baracca da sempre. Grazie.


Felice di tornare alla Baracca, felice di vedere Maila, di ascoltarla in teatro, lei dice di non essere un’attrice ma trasmette e in quel teatro si diffonde una sensazione di spiritualità e poesia ormai rare da percepire a teatro! Io torno a casa in una doccia di luce, lavata da tutto il brutto che mi si era appiccicato addosso, in una società che ormai parla di bellezza sempre … la promettono dovunque, ed io la trovo alla Baracca in un non Teatro con una non attrice.
Maila dà voce alla Weil, una voce fragile, di vetro, insicura ma ferma potente, sono due potenze in una: Maila che sceglie di portare la Weil a teatro, nel suo teatro dove esprime liberamente se stessa rispondendo all’essenza della Weil. Trasmette bellezza quella che ha dentro, quella che ha affinato in tanti anni di duro lavoro di ricerca (vera ricerca) di studio, Maila studia e si sente, niente viene a caso! Poi con la sua indole libera porta agli altri quello che ha elaborato: un canto che tocca le corde dell’anima che ti fa venire i brividi, quello di cui c’è bisogno brividi di vera bellezza! Per noi che abbiamo l’opportunità di esserci in questo piccolo Teatro libero intimo è una ricchezza. “Grazie” Maila per tenere in piedi la “Baracca” con le tue potenzialità! Grazie per esserci!! 

 

martedì 27 maggio 2025

Orto pereto 2025

 

Orto-pereto della Baracca. Piccolissimo spazio, piccolo orto, delizioso e fruttuoso.

A noi piace autocelebrarci, com'è noto, senza infingimenti o ipocrisie, perché è tutta farina del nostro sacco, con molta fatica e dedizione.  Weil docet.

Abita qua una talpa cieca, piccola piccola, che ci vede benissimo: tre anni fa mi mangiò i carciofi, e quest'anno s'è pappata la salvia. Senza pietà.  L'ho ripiantata, perché, come alcuni sanno... cur muriatur homo si crescit salvia in horto? 

Se quest'estate vi faremo qualcosa, nel nostro spazio Peri-Urbano, saranno soltanto gli spettacoli che vanno in tournée estiva fuori Prato.

lunedì 26 maggio 2025

La tardona

Consiglio di guardare un film degli anni '70, La tardona, del regista Jean-Pierre Blanc, film originalissimo, con due attori di eccezione Girardot e Noiret.

Lo si vede su quell'inguardabile servizio che offre Rai Play, che ogni tanto concede qualche chicca come questa

La vieille fille (giusta la traduzione italiana "tardona" piuttosto che con il filologico "zitella") vinse l'Orso d'Oro, ma poi del regista, che pure ha girato altre pellicole, non si sa niente, non si può vedere altro.

Nemmeno in lingua originale. 

La storia è apparentemente banale, un incontro fra due tardoni durante le vacanze, ma si sa che i francesi sono maestri di sentimento filmico (1)  e trasformano il prencisbecco in oro. 

Il taglio del montaggio è sorprendente, inaspettato, senza però nuocere all'andamento della storia.  Come la chicca dell'inizio e della fine che si ricollegano eccetera.

E poi: c'è anche una sfumatura di commedia all'italiana,  la penisola peraltro citata anche nel film e testimoniata dai due attori franco italianizzati ecc. ; e le musiche del mostro musicale Michel Legrand, come un motivetto con flauto e violoncello a base di semplici scale cromatiche, deliziosissimo.

Se qualcuno ha notizie di questo genio di Blanc, purtroppo morto presto e di fatto sconosciuto, informatemi. 


(1) Ma anche nella vita reale: sembra che oggi il Presidente Macron sia stato schiaffeggiato in pubblico dalla moglie Brigitte, scandalosamente tra l'altro molto più vecchia di lui. Pensate alla noia italiana: l'ultimo presidente che in questo senso ci fece sognare fu Leone, con la chiacchieratissima Donna Vittoria.

domenica 25 maggio 2025

Foto de La condizione Weil

Alcune foto della replica di La condizione Weil, andato in scena iera sera alla Baracca.  Ringrazio il pubblico che mi ha dato modo di sperimentare questa nuova opera, credo molto significativa e gradita, e che replicherò nella prossima stagione.





giovedì 22 maggio 2025

Le api muoiono

Caro Fulvio,

le api muoiono.

Nella mia casina di montagna ne abbiamo scoperte una marea, morte. S'erano infilate negli interstizi che lascio per aerare, e sono morte.

Sembra che siano i pesticidi. Magari il freddo pure.

Ora qui vogliono seminare cultura, e già stanno spruzzando tanti pesticidi, per fare in modo che queste serre culturali, questi festival che organizzano, vengano pieni di fioroni. Fiori grandi.  Fiori rinomati.

Moriranno ancor più api. Qua ormai sono morte quasi tutte.

Qui nessuno impollina più niente. Chi lo farà?

So che avremmo parlato di questo, nella nostre mattinate al Pereto.

Caro Fulvio,

qui ti hanno dimenticato: dopo aver messo il tuo nome lustrato in una targhetta, hanno sospirato pace all'anima tua. Così hanno chiuso i conti con te. 

Ma io no. Io non ti dimentico, amico mio.

Dài e dài ce l'ho fatta a metter su quello spettacolo sulla Weil, e mi rammarico solo che non te ne ho potuto parlare, che non lo puoi vedere.

Ti scansavano come scansavano lei quando ti vedevano arrivare su per la strada.

Sono al solito le mie cose fallimentari, e dico dal punto di vista economico, ma che poi risultano un enorme investimento nella nostra Banca dell'Anima. A lungo andare. Speriamo di vederne i frutti prima di raggiungerti.

Ma i festival producono cultura? Producono marketing culturale. Entizzano. Quante volte ne parlavamo.

Format vari, ma sempre gli stessi. Spesso con titoli suadenti. 

Così si fa vedere che si fa, ma non si semina niente. Propaganda e fuffa.  E poi noiosi, sempre con quella teoria di personaggini.

Ma no, magari un pochino sì servono.

Tu ogni tanto andavi ai festival e ponevi le tue domande scomode, e gli spettatori sbuffavano. Distribuivi le tue fotocopie.

Io, ti confesso, me la sono sempre spassata quando tu tiravi fuori le fotocopie degli articoli di giornale, perché il pubblico era imbarazzato, non capiva, voleva andarsene.

A volte si creavano situazioni comiche, impensabili.

Proprio come accadeva alla Weil. Per questo lo spettacolo lo dedico a te.

Tu avevi ben organizzato il tuo Giugno con l'Arte, ma non stava in nessun format, e l'hanno potuto distruggere con estrema facilità. Poi tu nemmeno volevi la Multisala, e ti mettesti di traverso con tuo piccolo corpo di antico etrusco!

Avevi ragione tu. Avrai sempre ragione tu. E col tempo si vedrà. Io no. Ci vorrà ancor più tempo.

Forse ci si dovrebbe sforzare di più nell'organizzare questi eventi cittadini, e non solo delegare, o chiamare agenzie, più o meno le stesse, che non fanno altro che sfornare occasioni di richiamo invitando a dire due cosine personaggi di grido o gridolino.

Oggi qua, domani là. Fino a ieri a Pistoia. Oggi, oplà, te li ritrovi a Prato. 

Il pubblico accorre numeroso. Gratis gratificante.

Ti ricordi quando organizzavamo il programma culturale insieme alla Circoscrizione? Quando andammo a Cinecittà con il pullman? che bellezza, che viaggio pieno di allegria. Che cinema della migliore qualità!

Allora qualche volta discutevamo, perché  io mi arrabbiavo con te, tu non capivi che ti avrebbero buttato a monte tutto, tu eri fiducioso. Sei sempre stato fiducioso. 

Seminare idee? Ma dove, come? Seminare è faticoso. Ci vuole il seme. Bisogna poi aspettare che sbocci il fiore e ancora il frutto. Ci vuole tempo. Amore. Dedizione. Fatica.

Ma poi, che saranno queste idee? E' di questo che abbiamo bisogno?

Così finisce che non nasce niente, il campo non viene arato a dovere, e, ancora una volta, bisogna cospargere di pesticidi il terreno.

Perché poi quelli che stanno a guardare, malevoli sempre, potrebbero chiedere: e allora, che fate? Qui si spendono soldi e non nasce niente, non arrivano i turisti, non ci sono i numeri...Le solite macerie.

Le api muoiono, amico mio, e nessuno mi dà più una fotocopia.

Pasolini e le "imprese spaziali"

Sembra che la città di Prato ospiterà la sede dell'Agenzia Spaziale Italiana nell'ex-area Banci.

Mi piace qui copiare un estratto di un articolo di Pasolini poco ricordato, al solito imbarazzante, sulle imprese spaziali (ne scrisse anche altri, tutti poco amati e tenuti celati più possibile): allora la "conquista del Cosmo" era arrivata solo alla Luna, ma il senso delle sue parole è ancora valido.

 

Un grande fatto storico

(...). L'uomo che raggiunge la luna e ci cammina sopra è indubbiamente un grande fatto storico. Come mai non interessa realmente quasi nessuno? Come mai è divenuto un oggetto quasi esteriore di semplice curiosità e di bisogno di essere pari con l'informazione? Io in questi giorni sto lavorando a un film (21): non sono dunque solo: passo l'intera giornata con almeno una sessantina di persone che lavorano con me, tutto il giorno vicini: inoltre, lavorando all'aperto (in questi giorni, a Grado) vedo dozzine e dozzine di altre persone, comparse, curiosi, guardiani, carabinieri, proprietari dei luoghi dove giro, amici che capitano lì a trovarmi, ecc. ecc'. Vivo, insomma, per almeno quattordici ore di seguito in piazza. Ebbene, in tutti questi giorni, mai nessuno che abbia parlato della conquista della luna; e quando dico mai, intendo proprio dire letteralmente mai. Io stesso alla mattina spesso dimentico di comprare i giornali, e, per quel che riguarda la luna, leggo solo i grossi fastidiosi titoli. La stampa stessa mi pare impegnata in una impresa enfatica. Essa infatti gonfia gli avvenimenti, come per un dovere, una deliberazione aprioristica: andare sulla luna è enorme, facciamo dunque titoli e articoli enormi. Eppure si sente che, di tale enormità, non c'è richiesta. (...).

Perché gli uomini (almeno in Italia) - me compreso, del resto - provano questa resistenza a lasciarsi implicare sentimentalmente, e quindi con la passione che crea le identificazioni, dall'impresa dell'Apollo?

Quanto a me, alcune ragioni le so: mi infastidisce, tanto per cominciare, il nome "Apollo", ridicolo e retorico residuo umanistico - pesantemente ipocrita - a fare da "segno" a un oggetto prodotto dalla più avanzata civiltà tecnologica; provo una strana antipatia per i tre astronauti, tipi di uomini medi e perfetti, esempio di come si deve essere, inestetici ma funzionali, privi di fantasia e passione, ma spietatamente pratici e obbedienti - assolutamente privi di ogni capacità critica e autocritica, veri uomini del potere; sento una sgradevole repulsione per il background piccolo- borghese di questi tre uomini, quei figlietti biondi, così carini e già così contrassegnati dal loro futuro completamente condizionato, quelle tre mogli che giocano con tanto spudorato candore il ruolo che viene loro richiesto: Penelopi, sì, Penelopi fedeli e un po' brusche, che sanno ridurre tutto, al momento opportuno, al caffè e alle tartine da offrire (con in cuore la qualunquistica e rassicurante speranza che il loro uomo ritorni e smetta di fare l'eroe) alle vicinedi casa; detesto poi tutta l'ufficialità americana che c'è intorno all'impresa, con in testa quell'Agnew... Sono, tutte queste, idiosincrasie mie, di intellettuale eternamente scontento, viziato da un buon gusto che non ha più senso, amareggiato delle sue illusioni politiche irrealizzate? (...). Ciò che rende resistenti ad amare l'impresa lunare è che essa è una impresa del Potere. (...). Le imprese spettacolari del Potere tendono a ridurci a uno stato infantile. Il Potere compie (finanziandole) le più grandi imprese, e noi tutti lì a bocca aperta ad ammirare. É chiaro che non vogliamo tornare troppo bambini, che non vogliamo essere ridotti eternamente allo stato di figli. Perciò detestiamo anche tutti i mascheramenti del paternalismo più feroce della storia (perché indubbiamente il più potente): la falsa democrazia, la demagogia populistica, il sentimentalismo famigliare, la spaventosa retorica dell'obbedienza.

Devo aggiungere ancora un'osservazione. Fingiamo di essere vissuti negli anni dell'impresa che tutti i giornali di questi tempi ricordano: il viaggio di Colombo verso le Indie e il suo sbarco in America. É una finzione, che propongo, il che implica il giudicare ipoteticamente quell'avvenimento con la nostra mentalità – almeno liberale e illuministica - o almeno dotata di quell'umorismo che era privilegio delle élites - oppure dei poeti, come Cervantes o l'Ariosto.

L'impresa di Colombo, che è poi diventata un'impresa dell'umanità, era, in quel momento, una impresa della monarchia spagnola: era cioè finanziata dal Potere. Dunque la grande impresa "umana" di Colombo non è stata, nel momento storico in cui si è attuata, che il "via" a una serie di atroci imprese colonialistiche. Ma mentre, nel caso di Colombo, c'è evidentemente una dissociazione tra l'uomo singolo, o eroe, Colombo, e il Potere finanziatore - dissociazione che sdoppia il fatto bruto: da una parte la grande impresa umana, dall'altra la feroce impresa commerciale e colonialistica - nel caso degli astronauti, questa dissociazione non c'è. L'eroe di questa impresa non è l'astronauta - che è in sostanza un semplice robot - ma la tecnica . Non c'è più dissociazione, dunque, perché la tecnica non è la moderna personificazione di Colombo, che approfitta del finanziamento del Potere, per compiere, quasi su un piano metastorico, la sua scoperta, ma è l'aspetto operativo e pragmatico stesso del Potere.

Dunque, la conquista della luna non è una impresa umana che alla fine scavalcherà e supererà il potere storico e particolaristico che l'ha finanziata: ma sarà un dato permanente e inscindibile del Potere. Perciò quello che accadrà in seguito alla conquista della luna ci è estraneo, perché estraneo ci è l'operare del Potere, con le sue finalità militari ed economiche che ci coinvolgono passivamente, e quindi con violenza.

(...). È chiaro che la storia non sarà d'ora in avanti più storia di nazioni, cioè di poteri nazionali: ma sarà storia dell'intera umanità, unificata e omologata dalla civiltà industriale e tecnologica – tanto per dirla con la massima semplicità. Il Potere da nazionale tende a diventare transnazionale: restando potere, cioè, nella fattispecie, facendo sua la conquista della luna. La conquista della luna è dunque già statisticamente (oltre che col senno del poi del finto postero) una impresa della umanità: ma perché divenga veramente tale occorre che tale umanità sia libera. Parlo da utopista, lo so. Ma o essere utopisti o sparire.

 
Dalla rubrica il CAOS, 10 febbraio 1969

sabato 17 maggio 2025

Debutto de La condizione Weil

 
Il pubblico ieri sera, al termine di LA CONDIZIONE WEIL, è rimasto
per un po' in silenzio, e credo sia stato giusto così.

Sabato 24 maggio replico lo spettacolo, sempre alla Baracca. Non perdetelo, perché poi, dovendo preparare tournée e attività estive, e in aggiunta dovendo anche seguire un po' la mia mamma ormai molto vecchia, mi dovrò occupare di altro.

Sono riconoscente verso tutti coloro che sostengono il Teatro La Baracca in questi difficili, solitari, ma appassionanti viaggi.

Qualcuno, che ringrazio, ha lasciato bellissimi commenti:


Uno spettacolo poetico e potente, un lavoro straordinario. (Erica).

Maila fantastica, come per lo spettacolo su Lonzi. Ogni critica che ricevi è una certezza di fare le cose con passione e straordinarietà. Grazie di cuore. (Livia).

Che Spettacolo! Un lavoro immane! Immensa Maila Ermini. (Cinzia).

 

sabato 10 maggio 2025

La Condizione Weil: motivi per vedere lo spettacolo

 Venerdì 16 maggio 2025 ore 21,15

alla Baracca debutta

LA CONDIZIONE WEIL

tratto da "La condizione operaia" di S. Weil

in un libero disadattamento 
scritto e interpretato da Maila Ermini


Questi sono i motivi per vedere lo spettacolo:
perché Simone Weil è un personaggio irresistibile, esempio unico di forza e determinazione;
perché racconta della violenza che subisce chi ama stare dalla parte del bene e della verità;
perché è un viaggio non solo nella sua esperienza in fabbrica, ma anche nella la sua opera e vita, con canzoni, e poesie della stessa Weil;
perché raramente vedrete la Weil sul palcoscenico; per il contenuto e per lei stessa, mai conciliante;
perché alla fine non si colloca da nessuna parte e in fondo, a parte i saggi critici, nessuno la vuole, nemmeno oggi: di famiglia ebraica, diventa marxista e poi si fa cristiana, ma senza appartenere mai, anzi criticando tutte le chiese e tutti i partiti;
perché voglio credere che il piccolo teatro de La Baracca, indipendente e periferico, sarebbe stato un luogo dove lei sarebbe stata, almeno per un'ora, volentieri; che insomma le sarebbe stato confacente;
perché non è la prima volta che abbiamo parlato di lei alla Baracca: alcuni anni fa abbiamo letto  il Manifesto contro i Partiti Politici.
Perché il costo del biglietto si adegua al pensiero della protagonista, e serve a mantenere vivo un luogo di cultura alternativa.


(Articolo di presentazione dello spettacolo apparso su la Nazione domenica 11 maggio).







martedì 6 maggio 2025

Nonostante



Nonostante fosse un
 lunedì dopo lunghissimo ponte e feste, nonostante la pioggia, l'allerta e i pre-giudizi, lo spettacolo Lettere di tedeschi (ovvero il gelataio di Amburgo e altre grigie storie) è andato in scena al Museo della Deportazione e Resistenza di Prato salutato da un pubblico calorosissimo, che ringrazio.

Commenti.

La testimonianza e la memoria che ci avete proposto sono cose essenziali importante anche e sopratutto ai giorni nostri. Grazie di cuore per il contributo che ci avete orrterto stasera.

Bellissimo, toccante, fa riflettere e non  solo. Un complimento grande. (M.Castellani)

Complimenti per lo spettacolo, e per la bravura. Emozionante aver riportato le vicende familiari nel contesto dello spettacolo. (Firma illeggibile).

Bellissima e toccante serata. (C. Lucera).

Programma di febbraio 2026 alla Baracca

Di seguito il programma di febbraio 2026 alla Baracca: Sabato 7 febbraio, ore 21,15:  NOVELLO BELFAGOR di e con Maila Ermini e con Gianfelic...