In locandina il primo appuntamento teatrale della stagione 2026-2027 al Teatro La Baracca di Prato.
Alla riscoperta di un poeta dimenticato (e vituperato).
- Diario in pubblico di Maila Ermini
In locandina il primo appuntamento teatrale della stagione 2026-2027 al Teatro La Baracca di Prato.
Alla riscoperta di un poeta dimenticato (e vituperato).
Dopo la stimolante serata di sabato scorso al Pereto della Baracca, vi informo che CASA MINESTRA tornerà nella prossima stagione, di cui vi dirò presto.
Per me è stata una serata oltremodo impegnativa, ma ne valeva la pena.
Trascrivo tre commenti: il resto è affidato al ricordo dei presenti.
Un racconto bellissimo, un meraviglioso affresco di quartiere immerso in un giallo personale e sociale. Ma dire giallo scolora quello che invece è colorato. Serata come poche, grazie: mi sono compiaciuta nell'aver scelto di esserci. La coralità del racconto non ha risentito dell'unica interprete, anzi! Buzzati e Gadda, Pasolini e il surrealismo magico sudamericano. E un tocco di Lonzi, nel femminismo antifemminista, che mi è sembrato anche di Argia. (La definizione con cui ha definito Lonzi è sua, Maila). (Rob-Co).
Come sempre uno spettacolo oltre le aspettative, sarcastico, profondo, surreale, filosofico... e un'ottima cena fresca e salutare. (Erica Tedino).
Davvero uno spettacolo. (Patrizia Pacini).
Anche Gatta Silvestra, stasera, ore 18,30 per il debutto di CASA MINESTRA. Interessante il menu, ha miagolato.
Le lucertole invece, lei presente, hanno già dato forfait.
La Silvestra non è la mia gatta, né le ho mai dato da mangiare; eppure quando apro la Baracca lei puntuale si presenta, e sta dentro e va fuori, dove dà appunto la caccia a lucertole e gechi. E merli.
Ama anche sdraiarsi sul palco, a prescindere dalla stagione e dal fatto che non vi trova, a parte come stasera, niente da mangiare, ma solo teatro.
Quando i gatti scelgono un posto, non se ne vanno più.
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P.S.
Alcuni mi chiedono:
Questa mia per ricordare che la prenotazione per Casa Minestra scade venerdì 10 luglio alle ore 14. Questo ci permette di organizzarci non solo per lo spettacolo, ma soprattutto. per quello che segue.
Agli spettatori daremo anche, oltre la minestra estiva, una piccola anticipazione della prossima succosa stagione alla Baracca.
Come riporta la Nazione nell'articolo che copio sotto, in occasione delle Notti dell'Archeologia, alla ex-Gualchiera di Prato è stata organizzata una serata dedicata a Gonfienti dall'associazione l'Offerente.
Peccato non essere stati invitati; ma forse non si volevano ricordare le 10 Camminate per Gonfienti e per il mancato e mancante Museo Etrusco a Prato, che abbiamo negli anni passati organizzato anche con la presenza di alcuni de L'Offerente; non si volevano ricordare gli innumeri incontri e presentazioni; la raccolta di più di 1600 firme proprio per il museo etrusco che non c'è, le tante belle e faticose iniziative, insomma le tante sempre civili proteste che abbiamo organizzato proprio per non far scomparire il sito, che vive assediato dall'Interporto e dal cemento.
L'articolo informa che alla serata ha fatto capolino anche il vice sindaco Diego Blasi, il quale si ricorderà certamente il nostro pranzetto, del 2012 credo, in piazza del Comune a Prato quando lui era ai primi passi della sua carriera e che sollecitò smanioso di ben operare per l'area archeologica. Peccato che dopo non l'abbiamo più visto, e da nessuna parte dove si è trattato di Gonfienti.
Ricordo anche che quando Blasi era presidente di ALP (Assemblea Libertà e Partecipazione) caldeggiò la realizzazione di un incontro spettacolo su Gonfienti, ma poi non se ne fece più nulla.
Comunque chi ha scritto l'articolo pubblicato oggi, e che ringrazio, ha ben pensato di non farci finire in follatura, operazione che com'è noto si realizzava in gualchiera al fine di rendere impermeabile e liscio il tessuto, per meglio lavorarlo. A Prato, com'è noto, di questo son campioni.
Pubblico due fotografie della replica di Scaramànzia a Palazzo Datini ieri sera, 24 giugno, nell'ambito di Pratoestate 2026.
Ringrazio il pubblico, numeroso, per l'applauso e i commenti:
"Spettacolo molto particolare, brava!" (Giusi).
"Esilarante e poetico." (Guarducci)
"Interessante, divertente" (A.Funtanno).
"Delicato, e ci si rispecchia tutti" (Sara).
"Grazie, Maila. Non so se vedere il tuo spettacolo possa portare fortuna, ma sicuramente ci fa star bene, e ci fa pensare e sorridere". (E. Giovannetti).
L’ipocrisia del rispetto
Massimo Recalcati
La Repubblica – 23 giugno 2026
Trovo profondamente ipocrita il dibattito che si è sviluppato intorno alle frasi oggettivamente oltraggiose che Michele Mari ha pronunciato in riferimento a Michela Murgia. Queste frasi non sono state scritte o dichiarate pubblicamente ma sono state pronunciate in una conversazione tra scrittori.
È quello che accade normalmente in qualunque gruppo sociale. Il giudizio tagliente e ingiustamente violento, la diagnosi selvaggia o la condanna spietata su persone che neppure conosciamo personalmente sono una tragica prerogativa dell’essere umano.
Sarebbe del tutto ipocrita non volerlo riconoscere. In qualunque ceto sociale o professionale l’esercizio della denigrazione del proprio simile è un fatto quotidiano.
Alzi la mano, si potrebbe chiedere ai nostri lettori, chi di noi non si è macchiato almeno
una volta di questo genere di cattiveria meschina?
Sappiamo bene che c’è addirittura chi ne ha fatto una vera e propria professione: dire male, parlare male, criticare a prescindere, condannare, diffamare, sentenziare sistematicamente, ecc. Si tratta di un’attitudine umana – indubbiamente non tra le migliori – che si infiamma particolarmente, come già riteneva Aristotele, all’interno di gruppi omogenei. Raramente ho sentito uno scrittore parlare bene dei suoi amici e colleghi. Ma vale, ovviamente, anche per gli psicoanalisti che almeno loro dovrebbero garantire una certa imparzialità e neutralità bonaria nei loro giudizi e che invece si distinguono per una peculiare attitudine all’esercizio della malalingua. Ma vale ovviamente per ogni insieme umano: cantanti, avvocati, commercialisti, idraulici, panettieri, giornalisti, ecc.
Nessun codice deontologico potrà mai sanare questa attitudine a parlare male dei propri simili o dei propri colleghi, all’utilizzo del giudizio sprezzante o della diagnosi selvaggia esercitato con intenzioni malevole. Sarebbe del tutto ipocrita misconoscere questo fatto. Come sarebbe altrettanto ipocrita invocare la dignità di chi è colpito perché anche chi viene colpito non è mai esente – tolto Gesù Cristo – dalla piaga della maliziosa attitudine al parlare male dell’altro. Soprattutto, ripeto, se questo altro fa il nostro stesso mestiere. Allora scatta qualcosa di pressoché irresistibile. Subentra non
solo l’aspetto diabolicamente ludico della passione critica, ma anche una forte dose di robusta invidia.
Lo sappiamo non solo perché la psicoanalisi lo ha spiegato con dovizia di particolari, ma anche per esperienza diretta: l’invidioso colpisce nell’invidiato quello che vorrebbe essere e non è. Può ricorrere volentieri anche alla diffamazione per colpire chi costituisce il proprio Io ideale irraggiungibile. E tutto questo può anche accadere senza che si conosca nulla, letteralmente nulla, della vita dell’invidiato. Quello che conta è solamente la natura maligna del pregiudizio.
Sarebbe necessario un esercizio di ascesi singolare per ciascuno di noi per provare a sottrarsi alla tentazione della condanna sommaria, della demolizione critica, della veemente passione di gettare fango sull’altro. Nella vita privata questo esercizio di ascesi risulta assai più difficile perché si allentano i freni inibitori. «Scrive come un cane e pensa solo al denaro», disse impunemente uno scrittore di una certa fama di un altro scrittore mio amico in mia presenza. Sarebbe stato il caso di dichiarare pubblicamente tale misfatto? Sarebbe come pretendere di svuotare il mare avendo tra
le mani un secchiello d’acqua. La tendenza al giudizio perfido nei confronti dei propri simili è inemendabile. Sono certo che nemmeno i premi Nobel per la letteratura possano dirsi del tutto esenti da questa attitudine che è la stessa che permea la vita delle famiglie, dei gruppi amicali, dei partiti, delle congregazioni religiose e di qualunque dir si voglia formazione umana. Basta girare le proprie spalle che il commento acido è in agguato. Con l’aggiunta che più uno si distingue dagli altri più cattura fatalmente la critica astiosa.
Da questo punto di vista, se non si vuole negare ipocritamente questa verità “umana troppo umana”, la sola cosa possibile è quella di discriminare il piano privato da quello pubblico. Se il privato è una giungla, una gara tra chi colpisce il proprio nemico-amico il più duramente e malignamente possibile, il giudizio, quando invece diventa pubblico, acquista un peso specifico differente. Ma non mi pare il caso di Michele Mari. Il quale resta ai miei occhi innanzitutto un notevole scrittore. Nemmeno sarebbero state necessarie le sue scuse visto che quello che ha fatto è quello che tutti tendiamo
irresistibilmente a fare.
L'articolo che La Nazione dedica a Scaramànzia che replico domani mercoledì 24 giugno a Palazzo Datini nell'ambito di Pratoestate. Grazie per l'attenzione che mi dedicate.
Uffa. Quella che il teatro sarebbe una pacchia. Che vecchia storia. Ora che anche il vecchio attore Giannini si lasci andare a questi sproloqui da intervista corrieresca, e quindi in vendita di libro (vedi il riferimento sotto) , risulta abbastanza fastidioso per chi invece a teatro fatica e tanto, e studia e si applica.
E poi...quanto teatro ha fatto Giancarlo Giannini? All'inizio della sua carriera certo sì, ma poi, soprattutto cinema.
Mi è sembrata una intervista volgare, da persona superficiale e me ne dispiace per lui, senza poesia, senza vigore intellettuale né politico.
Ma non è stato lui a dire che l'attore se ne deve stare zitto e buono e non si deve occupare di politica? E' così che si fa carriera, oltre che per bravura?
Io mi trovo al suo opposto, e non solo perché contrariamente a quanto è successo a lui a teatro faccio molto e mi pagano poco: per me ogni messa in scena è un atto politico, e questo mi salverà dal vedermi premiata con la stellina di cui lui va tanto fiero.
L'Assessore Manetti (vedi l'articolo sotto) annuncia nuovi scavi a Gonfienti; ma dimentica di dire che:
1. i lavori di scavo vengono fatti da volontari, a cui si concede solo vitto e alloggio.
Ma non si è svolto recentemente uno sciopero sulle condizioni di fame in cui devono lavorare i cosiddetti operatori della cultura? Perché non dirlo?
2. Che il risultato dello scavo va a Campi Bisenzio al cosiddetto Museo di Gonfienti, e non a Prato che, nelle condizioni affondate in cui si trova, avrebbe tanto bisogno di un rilancio culturale. La zona di scavo e il museo sono del tutto scollegati e l'uno non beneficia dell'altro.
3. Che non c'è un progetto di ampio respiro sugli scavi. Che ancora a Prato molti non sanno dove si trovano. I cartelli che li indicano non ci sono, e certo non li possono mettere, perché nessuno apre gli scavi se non temporaneamente; insomma non c'è ritorno alcuno sul territorio, nessuna opportunità turistica.
Le solite misure-toppa e propaganda rispetto a errori del passato che difficilmente potranno essere risolti con questi annunci.
L'articolo è di oggi, su la Nazione.
Una foto dell'incontro di ieri sera su Cafiero Lucchesi, rievocando la sua triste vicenda.
Grazie all'Associazione Filippo Buonarroti e al Circolo di Viaccia, La Libertà. Ottima l'organizzione del piccolo spazio nei Giardini di Elisabetta, e anche l'accoglienza.
Nella foto io sul palco con Francesco Innocenti della Filippo Buonarroti e Francesco Venuti di Anrc (Ass.Nazionale Reduci e Combattenti).
Il dramma Cafiero Lucchesi, vita e morte fra Mussolini e Stalin è inserito in Tutto il teatro pubblicato dal "Fondo Nazionale Pittori Scultori Scrittori Musicisti Drammaturghi" nel 2020 e che si può trovare alla Baracca.
Avrò solo 20 minuti circa per parlare all'incontro di stasera su Cafiero Lucchesi a Viaccia (Prato), ma credo che racconterò un bel po' di cosette sulla genesi e struttura del dramma... (E meno male che l'associazione Buonarroti è venuta da Livorno per invitarmi a Prato!).
Sulla storia di Cafiero - come su tanti che ebbero lo stesso inizio e fecero la stessa fine - era stesa la coltre del silenzio. Fu grazie al dramma che se ne ricominciò a parlare.
Molti pratesi e non solo mi telefonarono, anche persone "importanti", e furono scritte recensioni.
Su questo blog trovate (quasi) tutto. Altri aneddoti, se potrò, stasera.
Perché gli spettacoli storici che ho scritto hanno generato forti reazioni, alcune e non poche ostili contro di me.
Ringrazio chi mi ha voluto dedicare (e anche a Cafiero!) questo bell'articolo.
Il dramma "Cafiero Lucchesi (Vita e morte fra Mussolini e Stalin)" debuttò nel 2012 alla Baracca. In realtà, più che un dramma, è una sceneggiatura e fu messo in scena in una forma ibrida, se così si può dire. Poi replicammo a Officina Giovani e al Teatro Magnolfi, sempre a Prato. Fino ad allora nessuno, se non i cosiddetti specialisti, conoscevano la triste ed emblematica vicenda del pratese Cafiero Lucchesi, simile a molti oppositori in Italia, fuggiti dalla dittatura fascista e finiti giustiziati da quella di Stalin. Come a suo tempo fu per la vicenda dei Celestini e dei Concubini di Prato, anche questa ci portò diversi problemi e ostilità. (Perché, se la censura è ufficialmente morta, essa si esplica e dirige ancora in molti modi, molto più subdoli e pelosi, e noi ne sappiamo qualcosa!). Gianfelice D'Accolti interpretò il protagonista, io gli altri personaggi. Questo e più, e insieme ad altri, racconterò giovedì 18 giugno al Giardino di Elisabetta di Viaccia a Prato.
Dopo che la parola "eccellenza" è stata derubricata come titolo onorifico e definitivamente sepolta come appellativo anche per i ministri, ecco che è tornata sulla bocca dei politici qua e là in Italia e non più come appellativo ma indicante qualità, e si ascoltano molti sproloquiare delle eccellenze del territorio, e con questo sostantivo disgustoso vogliono indicare luoghi fatti situazioni culturali di alto livello delle nostre rovinate città e campagne.
In realtà nei territori non si mostrano se non i traffici e il malaffare.
Come fu per Gonfienti, che doveva essere una eccellenza dell'archeologia toscana e poi è passata a emergenza e infine è scomparsa nelle visitine organizzate a spot.
Diffido di tutti coloro che si beano e si sciacquano la bocca con questo fonema-colluttorio, che lascia sempre una patina di servilismo e di accondiscendenza. Usare il filo interdentale.
Giovedì 18 giugno ore 21,30, al Giardino di Elisabetta di Viaccia (Prato) sarò presente a questo incontro su Cafiero Lucchesi, su cui ho scritto e rappresentato il dramma CAFIERO LUCCHESI, Vita e morte fra Mussolini e Stalin e che dà il titolo all'incontro stesso.
L'incontro è organizzato dal Centro Filippo Buonarroti di Livorno, che ringrazio (in particolare Ezio Mecacci) e di cui troverete, in fondo a questo articolo, il comunicato dell'iniziativa.
Pubblico anche l'estratto video del dramma rappresentato con Gianfelice D'Accolti con la locandina. Per l'occasione "smontammo" tutta la Baracca e allestimmo una scena totale. Il dramma fu rappresentato 10 volte, di cui due a Officina Giovani (2013) e al Teatro Magnolfi (2015).
COMUNICATO
Torno sui festival, perché stanno soffocando culturalmente l'Italia.
Ho già scritto più volte qui che i festival sono una congerie di cultura conformista asfissiante, ma voglio specificare meglio o diversamente.
E non c'è bisogno di guardare al Festival di Salerno per confermarlo, il caso più eclatante di Erri de Luca tolto dal programma perché accusato di posizioni sioniste eccetera, ma basta guardare al programma di Seminare idee di Prato, che io puntualizzo non vedo perché sono in montagna (come si vede dalla foto). E che non vedrei nemmeno se fossi a Prato dove si svolge.
Perché i festival sono conformisti?
1. Perché chiamano a raccolta solo nomi di grido, esemplari di case editrici (che spesso finanziano i festival per vendere i libri, il serpente che si mangia saporitamente la coda) e questi nomi di grido sono
2. gli anticonformisti del conformismo.
Capisco che la gente si senta lusingata nell'assistere alle prolusioni di tanti personaggi famosi, che ci fanno sentire anticonformisti da poltrona come sono parecchi di loro, ma la cultura che feconda NON è questa, perché quello che si semina in realtà frutta solo interessi per lo status quo. I personaggi invitati, pur esperti in campi diversi e "tanto bravi", in realtà sono nella sostanza identici, in quanto devono fare da specchio alla conformità.
3. Perché i temi sono scontati, ottimistici, stimolanti ma in realtà sterili. Sono operazioni di marketing!
4. Perché il ritorno di immagine sulla città è lo stesso per tutte: dopo i pochi giorni di "gesta" e "tutto esaurito" si ritorna ad intonare il "de profundis" ecc.
Insomma: ai festival si premia il consenso e il politicamente corretto e si emarginano le voci considerate scomode o divisive, non adatte agli standard organizzativi. In tutti i festival.
Per questo, invece di seminare idee, i festival seminano conformismo e anzi bloccano le energie culturali delle città, le soffocano letteralmente. Creano degli standard anche estetici pericolosi. Dopo tanto festival tanti nomi, organizzare diversamente è difficile, può sembrare ridicolo, ci vogliono soldi, ci vogliono sponsor, ci vuole l'Ente! E quindi, e può sembrare un paradosso, sono anche negativi per l'economia della città perché non creano continuità e non sviluppano vere opportunità e ricchezza. (Ah, lo sviluppo!).
Si potrebbe al limite tollerare l'operazione festival se fosse creato un antidoto, ma ci si guarda bene, e si fa di tutto questa epidemia della stupidità, del divismo, dell'acquiescenza socio-culturale si diffonda.
A Casale di Prato qualcuno non è d'accordo con quanto fanno i sindacati Sudd-Cobas: accipicchia, dopo aver difeso i lavoratori dallo sfruttamento, lasciano le seggiole davanti alle fabbriche! Questi sindacati inquinano, oltre a tutto il resto.
(Non si legge però, sul cartello "arrabbiato", il numero di riferimento per il ritiro...).
Tanto per non dimenticare quello che abbiamo realizzato. E del disprezzo di cui siamo stati vittima per aver messo in scena quest'opera storico-politica sul massacro di Tienanmen, accaduto 37 anni fa.
Vedo ancora i cinesi di Prato che scappavano impauriti quando mettevamo le locandine dello spettacolo in via Pistoiese, che avvicinandosi temevano di essere considerati complici.
Sui cinesi di Prato è stato detto e scritto molto: forse quello che non è stato ancora studiato a fondo è la relazione fra l' "occupazione", lo sfruttamento del lavoro con riduzione in stato di semi-schiavitù dei lavoranti e il regime politico in Cina. Il tema è tabu assoluto.
In locandina il primo appuntamento teatrale della stagione 2026-2027 al Teatro La Baracca di Prato. Alla riscoperta di un poeta dimenticato ...