Sabato prossimo, 10 ottobre, replico il mio racconto su Sem Benelli. E allora mi viene da dire queste curiosità, fare queste riflessioni.
Per capire la differente attenzione dei contemporanei nei confronti di Sem Benelli e di Curzio Malaparte, entrambi pratesi, basta dare uno sguardo allo stradario di Prato e confrontare via Curzio Malaparte con via Sem Benelli.
La via intitolata al primo è molto più lunga (oltre ad avere a suo nome una collina sopra la città dove è sepolto); quella del secondo, molto più breve. A Benelli sembra (così mi è stato riferito da parenti di Sem) fosse titolato tutto il viale Borgovalsugana, poi chissà perché, gli hanno lasciato solo un pezzettino: viale Sem Benelli ci stava bene, no?
Ma Benelli al momento non fa guadagnare nessuno, tantomeno gli editori, né lustra gli studiosi, men che meno i teatranti. E quindi sarà per questo che gli hanno ridotto la via.
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Che il teatro sia un'arte al maschile, ossia dominata dagli uomini, è cosa nota. In Italia, prima del fascismo invece molto meno, le compagnie erano spesso dirette gestite finanziate eccetera da capocomiche. E' stato il fascismo, come spiego nel mio racconto su Benelli, a cambiare il teatro italiano così come confezionato ora. Ma non si può dire.
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Benelli era notoriamente un antimachista. Notoriamente per chi lo ha letto, ossia pochissimi, nonostante le sue opere teatrali siano ben scritte e ancora godibilissime. Il teatro italiano soffre di asinite, avrebbe detto Carmelo Bene, che mise in scena La cena delle beffe, beffando tutto il teatro italiano.
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A dispetto del suo nome, Sem non era ebreo. Ma la Chiesa di Roma lo additò, per sciocco dispetto sbagliando, come tale. E lui dichiarò che, oltre a non essere ebreo, non era affetto né da antisemitismo né da razzismo. Anche per questo i nazisti lo ricercarono. E solo per un soffio riuscì a scappare dal campo di concentramento.
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Sempre autobiografica è la prosa in Sem Benelli; il libro più scandaloso e per noi quasi illeggibile, è Io in Africa; quello più bello e sorprendente è Schiavitù. Il primo racconta la sua avventura in Etiopia, e sono riuscita a leggerlo solo legandomi alla sedia alla modalità Alfieri; il secondo, bello e sorprendente, con un linguaggio meraviglioso, fu libro odiato da subito, perché racconta verità scomode del fascismo nel primo antifascismo. Fu un libro pubblicato troppo presto, 1945, ma lui ormai non aveva più molto tempo da vivere, e doveva sbrigarsi. Grazie a questo libro gli storici lo hanno riacciuffato e salvato dal completo oblio.
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Stanotte ho letto il dramma Le nozze dei centauri, uno di quelli che la scena italiana non rivedrà mai più rappresentato. Fa parte di quei drammi di quel periodo ante Grande Guerra, quando lui cominciò a fare il poeta-soldato, e scriveva libri politici mascherati da drammi storici, caratterizzati da un forte antigermanesimo in funzione antiaustriaca. Eppure, come riesco a leggere i drammi storici di Shakespeare, non meno questi suoi ammantati non c'è dubbio di a tratti pesante retorica nazionalistica (un nazionalismo però diverso dal nostro), ché sono affascinanti, ben strutturati dal punto di vista drammatico, con donne protagoniste sempre, e non ti mollano fino a che non hai concluso e leggi la parola "fine".
A me Benelli intriga, anche se non piace sempre, come Malaparte d'altronde: entrambi incoerenti, contradditòri, intellettuali che hanno combattuto con le armi e poi sono finiti pacifisti, fascisti e poi antifascisti, si sono dibattuti, coraggiosi e codardi, egocentrici e sanamente folli, come i poeti e tutti gli artisti devono essere per essere veramente tali.
A me gli artisti tutti d'un pezzo non piacciono più.

















