martedì 28 luglio 2026

Pasolini e la Torre di Chia



Canti di un morto.

Il sole indora Chia 
con le sue querce rosa 
e gli Appennini sanno di sabbia calda.
Io sono un morto di qui, che 
torna, oggi, 5 marzo 1974, in un giorno di festa…” 

(PPP, da La Meglio Gioventù, scritta originariamente in friulano).


In merito alla Torre di Chia, ultima dimora di PPP, copio una lettera della cugina di Graziella Chiarcossi, pubblicata due giorni fa su Il Messaggero, al cui articolo rimando in fondo a questo mio.

"Sono Graziella Chiarcossi, cugina di Pier Paolo Pasolini ed erede della madre Susanna Colussi. Da più di cinquant’anni curo le opere di Pasolini occupandomi della conservazione, edizione, e studio del suo patrimonio culturale.

Nel 2022 l’Università Agraria di Chia (Soriano del Cimino), ente privato che amministra beni di uso civico, ha intentato una causa contro Gabriele Gallinari, che oggi detiene legittimamente la proprietà della Torre di Chia.
Secondo il ricorso giudiziario, l’intero sito farebbe parte dei beni destinati agli usi civici demaniali e risulterebbe che Pasolini ha vissuto da abusivo in quella che è stata la sua ultima dimora. Viene contestata tutta la catena dei passaggi di proprietà: da quando era un rudere e apparteneva alla famiglia Borghese, passando per il 1970, anno dell’acquisto da parte di Pasolini, fino ad arrivare all’attuale proprietario Gabriele Gallinari. 
In sede processuale auspico che si dimostrerà l’inconsistenza di questa rivendicazione, ma come custode della memoria di Pasolini, voglio nel frattempo raccontare la storia della Torre di Chia, suo luogo dell'anima e ispiratrice di molte sue opere, e spiegare perché questo trasferimento di proprietà da un privato a un altro privato non comporterebbe affatto un vantaggio pubblico, ma anzi danneggerebbe gli interessi della comunità locale, degli studiosi e di chi ha a cuore l'opera e la figura del poeta.
Pier Paolo arrivò in questo angolo della Tuscia nel 1964 e si innamorò delle rovine di quello che in epoca medioevale era probabilmente un fortilizio. 
Girò sul fiume Chia il battesimo di Gesù, una delle scene del suo film “Il Vangelo secondo Matteo”. Solo nel 1970 riuscì ad acquistare il rudere denominato Castello di Colle Casale. Pasolini a ridosso della seconda cerchia di mura, avvalendosi anche della consulenza dello scenografo Dante Ferretti, fece costruire ambienti muniti di ampie vetrate che si proiettano su un paesaggio particolarmente suggestivo. Negli anni Settanta lo scrittore condusse una personale battaglia per salvare il viterbese dal degrado e dalla speculazione edilizia. Nel 1974 bandì il concorso “Case di Chia nel verde” rivolto ai privati che «copriranno di verde le pareti nude delle loro case, oppure circonderanno le loro case di piante come lecci, allori, noccioli, ulivi, querce ecc.». 
Dopo il brutale assassinio di Pasolini, la Torre doveva continuare a vivere e l’impegno per non lasciare che questo prezioso bene andasse in rovina ha comportato negli anni, da parte di noi eredi, tanto impegno ed enormi sforzi finanziari. Aiutati anche da realtà della zona abbiamo favorito e organizzato eventi culturali, dato ospitalità a personaggi di rilievo e promosso iniziative che coinvolgessero abitanti e visitatori. 
L’intero compendio è stato dichiarato bene culturale di “interesse particolarmente importante” e sottoposto al relativo vincolo.
Più recentemente, molto a malincuore, ho realizzato che mantenere la Torre era diventato un impegno troppo grosso e ho preso contatti con istituzioni pubbliche per proporne l’acquisto. Ho personalmente incontrato funzionari del Ministero della Cultura e il Sindaco del Comune di Soriano. Naturalmente non bastava che fossero interessati. Era fondamentale che garantissero il futuro della Torre. Io stessa mi rendevo disponibile a proseguire il mio impegno ad aprire la dimora alla comunità, conservando il legame culturale con Pier Paolo e la sua opera. Le soluzioni che mi sono state prospettate sono state purtroppo poco costruttive.
La Torre era stata accreditata alla rete regionale delle dimore storiche e, sulla base di una convenzione con il Comune di Soriano, fin dal 2019, una volta al mese, sono state organizzate visite guidate. Era importante che questa consuetudine proseguisse e anche per questo abbiamo accolto la proposta di acquisto di Gabriele Gallinari. Attraverso interventi restaurativi Gallinari ha ripreso la pianta originale di Pier Paolo, ha ripulito lo spazio circostante, ha creato un orto e degli spazi fioriti, intensificando le aperture al pubblico. Insieme abbiamo ancora molti progetti: concerti, letture, mostre che continuino a ricordare Pier Paolo e il suo rapporto con questo luogo e con gli abitanti della Tuscia. 
Negli anni in cui noi eredi ci siamo presi cura della Torre, la proprietà non ci è mai stata contestata né da parte del demanio né da parte della stessa Università Agraria con cui Pasolini aveva ottimi rapporti. Nel 2022, in concomitanza con l’azione legale contro Gabriele Gallinari, l'Università Agraria ha creato il “Parco delle Cascate di Chia del Fosso Castello”. Il parco con ingresso a pagamento e gestito su terreno demaniale dall'Università si fa lustro del nome di Pier Paolo Pasolini: tutti i riferimenti al poeta e la citazione delle sue opere sono arbitrari, così come l’inserimento dell’immagine della Torre nel logo del Parco e il frequente richiamo alla “Torre di Pasolini” sui dépliant e sulle pagine social dedicate. L’accostamento tra il nome dello scrittore e un’attività con evidenti finalità speculative (sbigliettamento, affitto per servizi fotografici privati e set cinematografici) è del tutto indebito. Se l’Università Agraria dovesse vincere il processo, quale uso potrebbe mai farne visto che non ha nessun diritto su Pasolini e la sua opera?
L’ultima novità, dopo che sono stati accertati vari abusi edilizi, è l’installazione all’interno del Parco di una statua di 6 metri in vetroresina. L’opera sarebbe la prima di ben trenta “Colossi di Chia”, da collocare in mezzo al bosco e in prossimità delle cascate.
Tutto questo farebbe inorridire Pier Paolo che si è battuto più volte a difesa della purità del torrente di Chia. "

venerdì 24 luglio 2026

Il teatro e la pizza vietata

Lo spettatore deve pensare o no alla pizza dopo aver visto uno spettacolo? Secondo la regista Emma Dante, no.

Lo spettatore deve stare male, necessariamente. Se non sta male, significa che il teatro non ha svolto la sua funzione di "far pensare".

Ecco l'impegno in salsa punitiva,  baroccante e controriformista, la tragediuzza che deve essere ingurgitata, che deve far stare male.

Povero spettatore. Perché non concedergli che davanti alla pizza possa invece meglio pensare e riflettere su ciò che ha visto? O che magari non ci pensa subito, o ci pensa il giorno dopo. 

Digerisce dopo.

Emma Dante ce l'ha contro il teatro che non fa pensare. Già. Contro lo spettatore che vive il teatro come una occasione mondana.  Che si diverte.

Come se il divertimento in senso assoluto non portasse con sé dramma o pensiero.

Ma Emma Dante si dimentica degli attori! Perché non racconta il dopo teatro degli attori?

Non ho conosciuto un attore, pur impegnato che fosse, che non pensasse a cosa mangiare dopo teatro, dove andare a mangiare.

Quando avevo una compagnia era una delle mie preoccupazioni principali, più del dormire, più del viaggiare, dover dare e bene da mangiare agli attori.

Tutti mi chiedevano: - Stasera dove si mangia?

Casa mia è stata per anni un ristorante, una "casa minestra". E la Baracca lo è ancora, ed è assolutamente anche per questo un teatro molto impegnato, in tutti i sensi.

Perché dopo la tensione della recita è bello e salutare mangiare, anche per la mente. 

Mangiare dopo il teatro, voler stare a tavola con gli altri non oscura il  senso del teatro. Per me tutto il contrario!

Personalmente a tavola ho sempre riflettuto, e con attori e con amici, su quello che avevamo fatto o visto.

Tutto questo bigottismo intellettualoide d'antan è ipocrita e un po' sprezzante; è engagement sulla carta, è di maniera, come certo teatro  che, per dimenticarlo o digerirlo o smascherarlo, consiglio vivamente di andare al ristorante.


https://www.gamberorosso.it/notizie/attualita/emma-dante-mangiare-prima-dopo-teatro/

martedì 21 luglio 2026

Si inzia con Sem Benelli

In locandina il primo appuntamento teatrale della stagione 2026-2027 al Teatro La Baracca di Prato.

Alla riscoperta di un poeta dimenticato e vituperato, Sem Benelli.

Autore celebratissimo in gioventù, finì perseguitato dal fascismo che pure aveva per certo tempo sostenuto.  Mussolini lo detestava, e alla fine fu contraccambiato.

La sua opera teatrale rimane oggi irrappresentata e lontana, altri testi illeggibili (ma è davvero così?), a  tal punto che nessuna storia della letteratura lo menziona,  nonostante il successo mondiale di alcune sue numerose opere teatrali, prima fra tutte La Cena delle beffe.

La sua parabola discendente è emblematica, propriamente drammatica, e vedremo perché.


lunedì 13 luglio 2026

Casa Minestra, andata e ritorno

Dopo la stimolante serata di sabato scorso al Pereto della Baracca, vi informo che CASA MINESTRA tornerà nella prossima stagione, di cui vi dirò presto.

Per me è stata una serata oltremodo impegnativa, ma ne valeva la pena. 

Trascrivo tre commenti: il resto è affidato al ricordo dei presenti.

Un racconto bellissimo, un meraviglioso affresco di quartiere immerso in un giallo personale e sociale. Ma dire giallo scolora quello che invece è colorato. Serata come poche, grazie: mi sono compiaciuta nell'aver scelto di esserci.  La coralità del racconto non ha risentito dell'unica interprete, anzi! Buzzati e Gadda, Pasolini e il surrealismo magico sudamericano. E un tocco di Lonzi, nel femminismo antifemminista, che mi è sembrato anche di Argia. (La definizione con cui ha definito Lonzi è sua, Maila). (Rob-Co).

Come sempre uno spettacolo oltre le aspettative, sarcastico, profondo, surreale, filosofico... e un'ottima cena fresca e salutare. (Erica Tedino).

Davvero uno spettacolo. (Patrizia Pacini).


sabato 11 luglio 2026

Gatta Silvestra

Anche Gatta Silvestra, stasera, ore 18,30 per il debutto di CASA MINESTRA. Interessante il menu, ha miagolato.

Le lucertole invece, lei presente, hanno già dato forfait.

La Silvestra non è la mia gatta, né le ho mai dato da mangiare; eppure quando apro la Baracca lei puntuale si presenta, e sta dentro e va fuori, dove dà appunto la caccia a lucertole e gechi. E merli.

Ama anche sdraiarsi sul palco, a prescindere dalla stagione e dal fatto che non vi trova, a parte come stasera, niente da mangiare, ma solo teatro. 

Quando i gatti scelgono un posto, non se ne vanno più.

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P.S. 

Alcuni mi chiedono:

cosa c'è da mangiare dopo lo spettacolo di Casa Minestra? Ma cose buone, e anche con prodotti dell'orto-pereto della Baracca. Mica solo la minestra - fredda ovviamente - molto di più.
Chi ci conosce sa che sulla qualità e quantità del mangiare che offriamo non si transige.
E' difficile poter replicare uno spettacolo con queste caratteristiche di teatro e cena, perché la cena la organizziamo noi, cuciniamo noi, serviamo noi, oltre a fare lo spettacolo, e questo può avvenire solo raramente. Non lo si fa per il guadagno - si va fuori per questo, in tournée - ma per far vivere lo spazio e ripagarci di qualche spesuccia che abbiamo per far vivere il teatro. Per far vivere la periferia, una volta era di moda dire. E per il gusto di presentare opere particolari, che altrove non trovano ospitalità. Come quella di stasera. Grazie a chi ci sarà, e qualcuno ci sarà che come sempre ci segue e capisce di cosa trattiamo.
Stasera darò anche qualche anticipazione sulla stagione che riprenderà a settembre. A dopo.


mercoledì 8 luglio 2026

Casa Minestra, memento!

Questa mia per ricordare che la prenotazione per Casa Minestra scade venerdì 10 luglio alle ore 14. Questo ci permette di organizzarci non solo per lo spettacolo, ma soprattutto. per quello che segue.

Agli spettatori daremo anche, oltre la minestra estiva, una piccola anticipazione della prossima succosa stagione alla Baracca.

P.S. Vi assicuro, al Pereto fa meno caldo di quello che mostra questo video del 1959...



giovedì 2 luglio 2026

La follatura di Gonfienti

Come riporta la Nazione nell'articolo che copio sotto, in occasione delle Notti dell'Archeologia, alla ex-Gualchiera di Prato è stata organizzata una serata dedicata a Gonfienti dall'associazione l'Offerente.

Peccato non essere stati invitati; ma forse non si volevano ricordare le 10 Camminate per Gonfienti e per il mancato e mancante Museo Etrusco a Prato, che abbiamo negli anni passati organizzato anche con la presenza di alcuni de L'Offerente; non si volevano ricordare gli innumeri incontri e presentazioni; la raccolta di più di 1600 firme proprio per il museo etrusco che non c'è,  le tante belle e faticose iniziative, insomma le tante sempre civili proteste che abbiamo organizzato proprio per non far scomparire il sito, che vive assediato dall'Interporto e dal cemento.

L'articolo informa che alla serata ha fatto capolino anche il vice sindaco Diego Blasi, il quale si ricorderà certamente il nostro pranzetto, del 2012 credo, in piazza del Comune a Prato quando lui era ai primi passi della sua carriera e che sollecitò smanioso di ben operare per l'area archeologica. Peccato che dopo non l'abbiamo più visto, e da nessuna parte dove si è trattato di Gonfienti. 

Ricordo anche che quando Blasi era presidente di ALP (Assemblea Libertà e Partecipazione) caldeggiò la realizzazione di un incontro spettacolo su Gonfienti, ma poi non se ne fece più nulla.

Comunque chi ha scritto l'articolo pubblicato oggi, e che ringrazio, ha ben pensato di non farci finire in follatura, operazione che com'è noto si realizzava in gualchiera al fine di rendere impermeabile e liscio il tessuto, per meglio lavorarlo. A Prato, com'è noto, di questo son campioni.



lunedì 29 giugno 2026

Casa Minestra


Sabato 11 luglio 2026, alle ore 18,30, nel Pereto del Teatro La Baracca

va in scena
CASA MINESTRA
un giallo psicologico di e con Maila Ermini
Argia, rimasta vedova del marito, decide di inventarsi Casa Minestra e, periodicamente, di invitare a pranzo i suoi coinquilini. La sua specialità è appunto preparare minestre, sia quelle classiche ma anche le insolite e fantasiose.
In un primo momento gli incontri conviviali sono accolti favorevolmente da tutto il palazzo, ma poi ben presto si trasformano in un problema per la protagonista fino ad esiti impensabili.
E' un piccolo giallo psicologico di cui nessuno sembra venire a capo.

Segue minestra fredda nel pereto della Baracca.
Prenotazione obbligatoria entro il venerdì mattina precedente lo spettacolo. Costo del biglietto -comprensivo di minestra- 15 euro.

TEATRO LA BARACCA
via Virginia Frosini, 8
Prato. (Località Casale).
teatrolabaracca@gmail.com; telefono 3487046645. 

giovedì 25 giugno 2026

Scaramànzia per S.Giovanni

Pubblico due fotografie della replica di Scaramànzia a Palazzo Datini ieri sera, 24 giugno, nell'ambito di Pratoestate 2026.

Ringrazio il pubblico, numeroso, per l'applauso e i commenti:

"Spettacolo molto particolare, brava!" (Giusi).

"Esilarante e poetico." (Guarducci)

"Interessante, divertente" (A.Funtanno).

"Delicato, e ci si rispecchia tutti" (Sara).

"Grazie, Maila. Non so se vedere il tuo spettacolo possa portare fortuna, ma sicuramente ci fa star bene, e ci fa pensare e sorridere". (E. Giovannetti). 








mercoledì 24 giugno 2026

Mari-Murgia

Scena: pulmino pieno di scrittori candidati allo Strega. Scrittori in tour come attori. Erano in Puglia. 
Trama: all'interno del pulmino "stregato", e forse per questo motivo, lo scrittore Michele Mari candidato al premio - che deriva il suo nome da una bevanda alcolica, non lo dimentichiamo ! - avrebbe commentato di Michela Murgia:
«Michela Murgia era intransigente e violenta, perché era brutta. E sfogava così la sua rabbia» e «con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza». 
Scandalo, grida contro Mari. Ma la concorrente al premio Ciabatti ha subito comunicato al mondo quella scemenza.

Esito: dello Strega nessuno si interessava. Ora è il grande pettegolezzo culturale.

(Io non conosco Mari, ma ho letto la coraggiosa Murgia, e ve la consiglio).

Ora, che gli uomini snocciolino commenti sul fisico delle donne, che vecchia storia.  E la maggioranza degli uomini sono sempre lì,  sulle offese che lanciano alle donne come coltelli, ma non solo alle Murgia, alle donne nella vita di tutti i giorni. E non solo nei corpi.  Usanza diffusa e condivisa, come si vede anche gli intellettuali scrittori.

La  maggioranza delle donne non rivelano il disprezzo di cui sono spesso oggetto. Non lo vanno a dire al La Repubblica. Se lo tengono dentro. E se lo dicono, La Repubblica non pubblica niente. La casalinga non ha scritto un libro per la casa editrice Pincopallo.

Detto questo, la rivolta delle donne contro lo scrittore Mari, ultimo maschilista scovato della lunga serie (ma sarà infinita?), tuttavia non si dirige nemmeno un po', non intacca punto il sistema culturale che lo Strega rappresenta, tutti lo accettano supinamente, e ancor più le scrittrici - e qui Lonzi insegna - che bramano di farne parte, che lo sostengono paradossalmente con queste diatribe, certamente utili alle case editrici e a tutto quel mondo in cui le donne continuano, e silenziosamente,  a ricevere violenze verbali a casa loro, quasi sempre da mariti e compagni.

Detto questo, copio quello che della diatriba scrive lo psicologo Recalcati, che sposta la questione sulla maldicenza, che riguarda tutti, ma proprio tutti. Anche lui è stato criticato dal popolino dei social, ma a me quello che scrive sembra molto interessante e vero. 

Uh, quante volte  hanno parlato male di me senza nemmeno conoscermi, senza nemmeno avermi visto.  Ancora di più certo perché io sono una femminuccia che ha sconfinato nel mondo maschile del teatro come - orribile dictu- come drammaturga! (Vedi quel santo di Carmelo Bene che sosteneva che nel teatro le donne non significano nulla ecc.).
Non so voi, ma io ho la casa piena di maldicenze che, anche se sono state bisbigliate in mia assenza, lentamente mi hanno seguito tutte e raggiunta.


L’ipocrisia del rispetto

Massimo Recalcati

La Repubblica – 23 giugno 2026

 

Trovo profondamente ipocrita il dibattito che si è sviluppato intorno alle frasi oggettivamente oltraggiose che Michele Mari ha pronunciato in riferimento a Michela Murgia. Queste frasi non sono state scritte o dichiarate pubblicamente ma sono state pronunciate in una conversazione tra scrittori.

È quello che accade normalmente in qualunque gruppo sociale. Il giudizio tagliente e ingiustamente violento, la diagnosi selvaggia o la condanna spietata su persone che neppure conosciamo personalmente sono una tragica prerogativa dell’essere umano.

Sarebbe del tutto ipocrita non volerlo riconoscere. In qualunque ceto sociale o professionale l’esercizio della denigrazione del proprio simile è un fatto quotidiano.

Alzi la mano, si potrebbe chiedere ai nostri lettori, chi di noi non si è macchiato almeno

una volta di questo genere di cattiveria meschina?

Sappiamo bene che c’è addirittura chi ne ha fatto una vera e propria professione: dire male, parlare male, criticare a prescindere, condannare, diffamare, sentenziare sistematicamente, ecc. Si tratta di un’attitudine umana – indubbiamente non tra le migliori – che si infiamma particolarmente, come già riteneva Aristotele, all’interno di gruppi omogenei. Raramente ho sentito uno scrittore parlare bene dei suoi amici e colleghi. Ma vale, ovviamente, anche per gli psicoanalisti che almeno loro dovrebbero garantire una certa imparzialità e neutralità bonaria nei loro giudizi e che invece si distinguono per una peculiare attitudine all’esercizio della malalingua. Ma vale ovviamente per ogni insieme umano: cantanti, avvocati, commercialisti, idraulici, panettieri, giornalisti, ecc.

Nessun codice deontologico potrà mai sanare questa attitudine a parlare male dei propri simili o dei propri colleghi, all’utilizzo del giudizio sprezzante o della diagnosi selvaggia esercitato con intenzioni malevole. Sarebbe del tutto ipocrita misconoscere questo fatto. Come sarebbe altrettanto ipocrita invocare la dignità di chi è colpito perché anche chi viene colpito non è mai esente – tolto Gesù Cristo – dalla piaga della maliziosa attitudine al parlare male dell’altro. Soprattutto, ripeto, se questo altro fa il nostro stesso mestiere. Allora scatta qualcosa di pressoché irresistibile. Subentra non

solo l’aspetto diabolicamente ludico della passione critica, ma anche una forte dose di robusta invidia.

Lo sappiamo non solo perché la psicoanalisi lo ha spiegato con dovizia di particolari, ma anche per esperienza diretta: l’invidioso colpisce nell’invidiato quello che vorrebbe essere e non è. Può ricorrere volentieri anche alla diffamazione per colpire chi costituisce il proprio Io ideale irraggiungibile. E tutto questo può anche accadere senza che si conosca nulla, letteralmente nulla, della vita dell’invidiato. Quello che conta è solamente la natura maligna del pregiudizio.

Sarebbe necessario un esercizio di ascesi singolare per ciascuno di noi per provare a sottrarsi alla tentazione della condanna sommaria, della demolizione critica, della veemente passione di gettare fango sull’altro. Nella vita privata questo esercizio di ascesi risulta assai più difficile perché si allentano i freni inibitori. «Scrive come un cane e pensa solo al denaro», disse impunemente uno scrittore di una certa fama di un altro scrittore mio amico in mia presenza. Sarebbe stato il caso di dichiarare pubblicamente tale misfatto? Sarebbe come pretendere di svuotare il mare avendo tra

le mani un secchiello d’acqua. La tendenza al giudizio perfido nei confronti dei propri simili è inemendabile. Sono certo che nemmeno i premi Nobel per la letteratura possano dirsi del tutto esenti da questa attitudine che è la stessa che permea la vita delle famiglie, dei gruppi amicali, dei partiti, delle congregazioni religiose e di qualunque dir si voglia formazione umana. Basta girare le proprie spalle che il commento acido è in agguato. Con l’aggiunta che più uno si distingue dagli altri più cattura fatalmente la critica astiosa.

Da questo punto di vista, se non si vuole negare ipocritamente questa verità “umana troppo umana”, la sola cosa possibile è quella di discriminare il piano privato da quello pubblico. Se il privato è una giungla, una gara tra chi colpisce il proprio nemico-amico il più duramente e malignamente possibile, il giudizio, quando invece diventa pubblico, acquista un peso specifico differente. Ma non mi pare il caso di Michele Mari. Il quale resta ai miei occhi innanzitutto un notevole scrittore. Nemmeno sarebbero state necessarie le sue scuse visto che quello che ha fatto è quello che tutti tendiamo

irresistibilmente a fare.

martedì 23 giugno 2026

Scaramànzia a Palazzo Datini

L'articolo che La Nazione dedica a Scaramànzia che replico domani mercoledì 24 giugno a Palazzo Datini nell'ambito di Pratoestate. Grazie per l'attenzione che mi dedicate.

domenica 21 giugno 2026

A teatro ti pagano per non far niente!

Uffa. Quella che il teatro sarebbe una pacchia. Che vecchia storia. Ora che anche il vecchio attore Giannini si lasci andare a questi sproloqui da intervista corrieresca, e quindi in vendita di libro (vedi il riferimento sotto) , risulta abbastanza fastidioso per chi invece a teatro fatica e tanto, e studia e si applica. 

E poi...quanto teatro ha fatto Giancarlo Giannini? All'inizio della sua carriera certo sì, ma poi, soprattutto cinema. 

Mi è sembrata una intervista volgare, da persona superficiale e me ne dispiace per lui, senza poesia, senza vigore intellettuale né politico.

Ma non è stato lui a dire che l'attore se ne deve stare zitto e buono e non si deve occupare di politica? E' così che si fa carriera, oltre che per bravura?

Io mi trovo al suo opposto, e non solo perché contrariamente a quanto è successo a lui a teatro faccio molto e mi pagano poco: per me ogni messa in scena è un atto politico, e questo mi salverà dal vedermi premiata con la stellina di cui lui va tanto fiero.

https://www.corriere.it/cronache/26_giugno_21/giancarlo-giannini-intervista-623b7bd1-6b2d-4f7c-8b6f-4456fc7c0xlk.shtml


venerdì 19 giugno 2026

Le toppe di Gonfienti

L'Assessore Manetti (vedi l'articolo sotto) annuncia nuovi scavi a Gonfienti; ma dimentica di dire che:

1. i lavori di scavo vengono fatti da volontari, a cui si concede solo vitto e alloggio.

Ma non si è svolto recentemente uno sciopero sulle condizioni di fame in cui devono lavorare i cosiddetti operatori della cultura? Perché non dirlo?

2. Che il risultato dello scavo va a Campi Bisenzio al cosiddetto Museo di Gonfienti, e non a Prato che, nelle condizioni affondate in cui si trova, avrebbe tanto bisogno di un rilancio culturale.  La zona di scavo e il museo sono del tutto scollegati e l'uno non beneficia dell'altro.

3. Che non c'è un progetto di ampio respiro sugli scavi. Che ancora a Prato molti non sanno dove si trovano. I cartelli che li indicano non ci sono,  e certo non li possono mettere, perché nessuno apre gli scavi se non temporaneamente; insomma non c'è ritorno alcuno sul territorio, nessuna opportunità turistica.

Le solite misure-toppa e propaganda rispetto a errori del passato che difficilmente potranno essere risolti con questi annunci.


L'articolo è di oggi, su la Nazione. 


 

Incontro su Cafiero Lucchesi

Una foto dell'incontro di ieri sera su Cafiero Lucchesi, rievocando la sua triste vicenda. 

Grazie all'Associazione Filippo Buonarroti e al Circolo di Viaccia, La Libertà. Ottima l'organizzione del piccolo spazio nei Giardini di Elisabetta, e anche l'accoglienza.

Nella foto io sul palco con Francesco Innocenti della Filippo Buonarroti e Francesco Venuti di Anrc (Ass.Nazionale Reduci e Combattenti).

Il dramma Cafiero Lucchesi, vita e morte fra Mussolini e Stalin è inserito in Tutto il teatro pubblicato dal "Fondo Nazionale Pittori Scultori Scrittori Musicisti Drammaturghi" nel 2020 e che si può trovare alla Baracca.


giovedì 18 giugno 2026

Un articolo su Cafiero Lucchesi (2026)

Avrò solo 20 minuti circa per parlare all'incontro di stasera su Cafiero Lucchesi a Viaccia (Prato), ma credo che racconterò un bel po' di cosette sulla genesi e struttura del dramma... (E meno male che l'associazione Buonarroti è venuta da Livorno per invitarmi a Prato!).

Sulla storia di Cafiero - come su tanti che ebbero lo stesso inizio e fecero la stessa fine - era stesa la coltre del silenzio. Fu grazie al dramma che se ne ricominciò a parlare.

Molti pratesi e non solo mi telefonarono, anche persone "importanti", e furono scritte recensioni. 

Su questo blog trovate (quasi) tutto. Altri aneddoti, se potrò, stasera.

Perché gli spettacoli storici che ho scritto hanno generato forti reazioni, alcune e non poche ostili contro di me. 

Ringrazio chi mi ha voluto dedicare (e anche a Cafiero!) questo bell'articolo. 


 

martedì 16 giugno 2026

Ancora su Cafiero Lucchesi

 

Il dramma "Cafiero Lucchesi (Vita e morte fra Mussolini e Stalin)" debuttò nel 2012 alla Baracca. In realtà, più che un dramma, è una sceneggiatura e fu messo in scena in una forma ibrida, se così si può dire. Poi replicammo a Officina Giovani e al Teatro Magnolfi, sempre a Prato. Fino ad allora nessuno, se non i cosiddetti specialisti, conoscevano la triste ed emblematica vicenda del pratese Cafiero Lucchesi, simile a molti oppositori in Italia, fuggiti dalla dittatura fascista e finiti giustiziati da quella di Stalin. Come a suo tempo fu per la vicenda dei Celestini e dei Concubini di Prato, anche questa ci portò diversi problemi e ostilità. (Perché, se la censura è ufficialmente morta, essa si esplica e dirige ancora in molti modi, molto più subdoli e pelosi, e noi ne sappiamo qualcosa!). Gianfelice D'Accolti interpretò il protagonista, io gli altri personaggi. Questo e più, e insieme ad altri, racconterò giovedì 18 giugno al Giardino di Elisabetta di Viaccia a Prato.

lunedì 15 giugno 2026

Festa nei boschi


“In certe notti serene, con la luna grande, si fa festa nei boschi. È impossibile stabilire precisamente quando, e non ci sono sintomi appariscenti che ne diano preavviso. Lo si capisce da qualcosa di speciale che in quelle occasioni c’è nell’atmosfera. Molti uomini, la maggioranza anzi, non se ne accorgono mai. Altri invece l’avvertono subito. Non c’è niente da insegnare al proposito. È questione di sensibilità: alcuni la posseggono di natura; altri non l’avranno mai, e passeranno impassibili, in quelle notti fortunate, lungo le tenebrose foreste, senza neppur sospettare ciò che là dentro succede”.  (Dino Buzzati, Il segreto del bosco vecchio).



giovedì 11 giugno 2026

Eccellenza sarà Lei!

Dopo che la parola "eccellenza" è stata derubricata come titolo onorifico  e definitivamente sepolta come appellativo anche per i ministri,  ecco che è tornata sulla bocca dei politici qua e là in Italia e non più come appellativo ma indicante qualità, e si ascoltano molti sproloquiare delle eccellenze del territorio, e con questo sostantivo disgustoso vogliono indicare luoghi fatti situazioni culturali di alto livello delle nostre rovinate città e campagne.

In realtà nei territori non si mostrano se non i traffici e il malaffare.

Come fu per Gonfienti, che doveva essere una eccellenza dell'archeologia toscana e poi è passata a emergenza e infine è scomparsa nelle visitine organizzate a spot.

Diffido di tutti coloro che si beano e si sciacquano la bocca con questo fonema-colluttorio, che lascia sempre una patina di servilismo e di accondiscendenza.  Usare il filo interdentale.

martedì 9 giugno 2026

Torna Cafiero Lucchesi

Giovedì 18 giugno ore 21,30, al Giardino di Elisabetta di Viaccia (Prato) sarò presente a questo incontro su Cafiero Lucchesi, su cui ho scritto e rappresentato il dramma CAFIERO LUCCHESI, Vita e morte fra Mussolini e Stalin e che dà il titolo all'incontro stesso.  

L'incontro è organizzato dal Centro Filippo Buonarroti di Livorno, che ringrazio (in particolare Ezio Mecacci) e di cui troverete, in fondo a questo articolo, il comunicato dell'iniziativa.

Pubblico anche l'estratto video del dramma rappresentato con Gianfelice D'Accolti con la locandina. Per l'occasione "smontammo" tutta la Baracca e allestimmo una scena totale. Il dramma fu rappresentato 10 volte, di cui due a Officina Giovani (2013) e al Teatro Magnolfi (2015).



 

 COMUNICATO

Dal 4 giugno al 13 luglio torna il Viaccia Festival al Giardino di Elisabetta, ex lavatoi di Viaccia (Via Valdingole, Prato). In programma incontri, spettacoli, musica, cineragazzi. La rassegna, curata dal Circolo Arci “La Libertà del 1945” fa parte del cartellone della Prato Estate 2026 promossa dal Comune di Prato. 
Tra le iniziative in programma, ti invitiamo a partecipare 

GIOVEDI' 18 GIUGNO - ore 21.30
all'incontro - dibattito
"CAFIERO LUCCHESI. Vita e morte fra Mussolini e Stalin"

Cafiero Lucchesi nasce a Prato nel 1897. A quindici anni aderisce alla Gioventù socialista. Chiamato alle armi nella Prima Guerra Mondiale, diserta e viene arrestato. Aderisce al Partito Comunista d'Italia nel 1921 ed entra a far parte degli Arditi del Popolo. Nel 1922 si oppone al dilagante squadrismo fascista, uccidendo un caporione locale. Ripara in URSS, dove trova lavoro come operaio e si forma una famiglia. Ben presto si schiera su posizioni internazionaliste fra gli emigrati del PCdI. Per questo viene schedato come bordighista dagli stessi stalinisti italiani e finirà fucilato il 4 giugno 1938 nel poligono di  Butovo, alla periferia di Mosca, seguendo lo stesso destino di migliaia di oppositori al capitalismo di stato russo. Sarà ufficialmente “riabilitato” dalle autorità sovietiche il 31  dicembre 1959. 
Il titolo dell'iniziativa è ripreso da uno spettacolo teatrale scritto e messo in scena da Maila Ermini (direttrice artistica del Teatro La Baracca), andato in scena per la prima volta nel 2012. 

Partecipano:
FRANCESCO VENUTI - Storico ANCR Prato
MAILA ERMINI - Drammaturga e attrice
FRANCESCO INNOCENTI - Centro Filippo Buonarroti Toscana

 

domenica 7 giugno 2026

Seminare conformismo

Torno sui festival, perché stanno soffocando culturalmente l'Italia.

Ho già scritto più volte qui che i festival sono una congerie di cultura conformista asfissiante, ma voglio specificare meglio o diversamente.

E non c'è bisogno di guardare al Festival di Salerno per confermarlo, il caso più eclatante di Erri de Luca tolto dal programma perché accusato di posizioni sioniste eccetera, ma basta guardare al programma di Seminare idee di Prato, che io puntualizzo non vedo perché sono in montagna (come si vede dalla foto). E che non vedrei nemmeno se fossi a Prato dove si svolge.

Perché i festival sono conformisti?

1. Perché chiamano a raccolta solo nomi di grido, esemplari di case editrici (che spesso finanziano i festival per vendere i libri, il serpente che si mangia saporitamente la coda) e questi nomi di grido sono

2. gli anticonformisti del conformismo.

Capisco che la gente si senta lusingata nell'assistere alle prolusioni di tanti personaggi famosi, che ci fanno sentire anticonformisti da poltrona come sono parecchi di loro, ma la cultura che feconda NON è questa, perché  quello che si semina in realtà frutta solo interessi per lo status quo.  I personaggi invitati, pur esperti in campi diversi e "tanto bravi", in realtà sono nella sostanza identici, in quanto devono fare da specchio alla conformità.

3. Perché i temi sono scontati, ottimistici, stimolanti ma in realtà sterili. Sono operazioni di marketing!

4. Perché il ritorno di immagine sulla città è lo stesso per tutte: dopo i pochi giorni di "gesta" e "tutto esaurito" si ritorna ad intonare il "de profundis" ecc.

Insomma: ai festival si premia il consenso e il politicamente corretto e si emarginano le voci considerate scomode o divisive, non adatte agli standard organizzativi. In tutti i festival.

Per questo, invece di seminare idee, i festival seminano conformismo e anzi bloccano le energie culturali delle città, le soffocano letteralmente. Creano degli standard anche estetici pericolosi. Dopo tanto festival tanti nomi, organizzare diversamente è difficile, può sembrare ridicolo, ci vogliono soldi, ci vogliono sponsor, ci vuole l'Ente! E quindi, e può sembrare un paradosso, sono anche negativi per l'economia della città perché non creano continuità e non sviluppano vere opportunità e ricchezza. (Ah, lo sviluppo!).

Si potrebbe al limite tollerare l'operazione festival se fosse creato un antidoto, ma ci si guarda bene, e si fa di tutto questa epidemia della stupidità, del divismo, dell'acquiescenza socio-culturale si diffonda.

Pasolini e la Torre di Chia

Canti di un morto. Il sole indora Chia  con le sue querce rosa  e gli Appennini  sanno di sabbia calda. Io sono un morto di qui, che  torna,...