giovedì 2 marzo 2017

L'umiliazione e lo scarto

Ripubblico qui un post, prima pubblicato e tolto, su un incontro con un direttore di un teatro. L'ho in parte riscritto, dopo aver ripensato a quanto era accaduto e aver 'focalizzato meglio'. In questi incontri con direttori o rappresentanti vari delle cosiddette istituzioni, ho spesso provato la sensazione di essere umiliata, tenuta distante, lontana. La cifra con cui mi hanno trattata è stata ironica, con malcelato disprezzo e diffidenza.
Con la mia sola presenza, franca e diretta, ho causato fastidio, scandalo; con il mio lavoro,  se non trattato con indifferenza, noia o invidia.
Ogni incontro è stato condito con gentilezza, formalità, apparente attenzione sì, anche quando è stato frettoloso,  ma la menzogna ha dominato su tutto.
Ho capito subito, entrando nelle varie stanze, che il mio lavoro sarebbe stato scartato, perché non 'funzionale' non adatto non 'strumentalizzabile', e così è  avvenuto per la maggioranza dei casi, ma ho tentato e ritentato, ché ho nutrito speranze umane, oltre che di lavoro.
Quello che è raccontato qui non è altro che una ripetizione di ciò che, mutatis mutandis, ho vissuto diverse volte: l'umiliazione e lo scarto.
Per questo non è importante capire chi sia il protagonista della vicenda, ma il senso generale della testimonianza.
Con così tanti anni di esperienza, vita di studio e teatro, di varie attività culturali, essere offesa, anche senza utilizzare parole o modi apparentemente offensivi, o umiliata con toni ironici, sarcastici, stupidi inganni o pretesti, da burocrati, organizzatori, cosiddetti politici, giovinastri o vegliardi che siano, non è più tollerabile. E quindi credo che questo, dei diversi incontri, e conseguenti racconti che ho reso al mondo sulle epifanie di 'generali e generalesse' della cultura, sia davvero l'ultimo.

Ho incontrato un direttore artistico di un teatro. E si è ripetuto quello che altre volte ho vissuto.

Mi dico sempre cosa ci vado a fare da questi signori delle istituzioni, che vivono con i nostri soldi per gestire il potere, e poi chiaramente venirne gestiti e utilizzati proprio perché distruggano, deliberatamente o meno che importa, ogni alterità. Sarà l'ultima volta? Sì.

Questo direttore, come altri, non conosce il territorio dove opera il suo teatro, non conosce il suo pubblico, eppure l'hanno messo a decidere le sorti del palcoscenico cittadino.

Durante il nostro incontro squilla più volte il telefono e lui mostra di essere gentile con me, alludendo con fastidio alle persone che lo cercano, e a cui non risponde.

Fa finta di essere lì davvero per ascoltarmi, ma mi guarda come se io fossi di un altro tipo di uomo. E non perché sono donna. Ma davvero ho capito che io sono un altro tipo di uomo.

E in realtà, anche se non lo rivela, sa perfettamente chi sono.

E mi chiede, letteralmente: -Perché è qui?-

Già: perché una donna di teatro, una professionista diciamo, parla con un direttore di un teatro? La domanda!

Sono gentile e tento di parlare come se lui mi potesse capire; e capisce, infatti, ma derubrica. E' indifferente.
Ma incalza, per mettermi in difficoltà. E si contraddice nel cercare scuse assurde per dirmi di no e togliermi di mezzo. Ci riesce.

"Dobbiamo trovare un senso del suo spettacolo all'interno del nostro teatro".
E poi: ho idea che quello dove vorrei andare a recitare ospita il 'teatro-kolossal'? (lui non lo definisce così), con tante scene, con TIR che portano le scene e tanti operai e tanti soldi che girano girano girano...?

Il teatro importante gira su quel palco.  Il teatro finanziato e finanziante calca quelle scene.

Non il mio, che viene allestito su un piccolo palco, con una scenografia semplice, artigianale. E  che per giunta vuole essere artigianale.
Non c'è posto per il teatro artigianale,  autonomo,  senza finanziamenti, lì.

"Viene a veder quello che facciamo, la nostra stagione? Non faccio promozione, però...così capisce cosa facciamo".

"Ma io la sera lavoro, e in particolare il fine settimana...Davvero non ho modo facilmente".

Un incontro fallimentare, dove mi è subito chiaro non ne verrà fuori niente. Tantomeno considerazione per la 'poetica' del teatro...La poetica?!

Mi saluta con la frase burocratica, che ho sentito tante volte quando lavoravo - mille anni fa - con la polizia e i suoi capi: "Dottoressa, ci riaggiorniamo!".

(Ma i poliziotti, vice questori, questori eccetera erano più sinceri, o più curiosi, e chiedevano dove, dopo il lavoro del mattino, andassi a recitare la sera. Anche per controllarmi, magari chi lo sa. Ma, da bravi piedipiatti amavano lo spettacolo, tutto, e qualcuno davvero me lo ritrovavo fra il pubblico la sera).

Capisco  che la fine del teatro, quella vera, non quella annunciata da tanti anni (almeno dalla nascita del cinema), ma la fine assoluta, per cui i teatri dovranno pagare gli spettatori e non viceversa, è dovuta anche alla presenza di questi astuti personaggi.

In molti, troppi teatri solo la recita è vera.

E quindi, al termine della conversazione, mi rispondo che io li incontro perché, ancora una volta, mi renda conto di quanta distanza ci sia fra il mio teatro (e di molti altri, non ne dubito!), che è essenziale in entrambi i sensi,  urgente e politico, e quello che certi direttori amano far circuitare. Di cui, sia fatta chiarezza in merito, a molti di questi non importa nulla.

La prima cosa è fare circuitare sé stessi.

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