Mi capita di recitare nei teatri importanti, paludati, ma sempre fuori dalla programmazione.
E' così da tanti anni, sono una outsider del teatro italiano. Sì, ne sono fuori, raramente mi accade il contrario. Eppure sono nel teatro da sempre.
E i direttori o altri che si trovano fra le quinte quest'ospite sgradito che sono io così mi trattano, come qualcosa di cui disfarsi presto o trattare come un'artista fastidiosa.
Ma che vecchia storia!
E capita anche che chi ha imparato da me l'arte del teatro, copiandomi anche ampiamente in certe tematiche o modi, e ora si trovi in questi circuiti alti, incontrandomi fra quelle stanze, mi tenga a debita distanza.
Intolleranti ed esclusivi del "giro" si salvano dall'esserne buttati fuori con la mimica dei replicanti.
Sono diversa, sono un relitto del culturame del passato, dell'impegno eccetera, e capisco il loro atteggiamento di spavento.
In realtà io sono molto dentro al teatro, ma anche me ne ritrovo totalmente fuori: senza pedigree, amicizie, amante, politico. Niente. Ho solo un piccolissimo spazio teatrale che però, non ricevendo finanziamenti, non può nemmeno entrare nel giro degli scambisti culturali.
Che pretendo?
Davvero non pretendo più niente; e a tal punto che quando mi trovo in questi teatroni, ecco io mi sento come sperduta, anche se non sono sola, e non vedo l'ora di scappare, e mi dico che ci faccio qui, e a momenti senz'altro me ne andrei - una volta l'ho fatto davvero che son venuti a riprendermi - se non fosse in fondo, oltre che per il pane così difficile da avere con questo mestiere, anche per qualche spettatore che ancora a quest'età ostinato mi raggiunge d'amore.
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