Caro Malaparte,
è tempo di tornare un po' a malapartare.
Oggi su un giornale chiamato Il Foglio, che spesso si dedica a te a rimarcare che la Destra ti vuole dalla sua parte (ma qui, nell'astuta Prato la Sinistra non perde occasione per lustrarti al fine di lustrarsi, anche se si son fatti sfuggire i tuoi manoscritti), esce una recensione firmata Matteo Mattesini del tuo Uno straniero a Parigi.
L'articolo recensione - ormai si fa cultura sui giornali solo recensendo libri ovvio - inizia così:
"Esteta del concetto alla Papini, D'Annunzio aggiornato al '900 di Hemingway e di Malraux, a quasi settant'anni dalla morte Curzio Malaparte. non ha ancora trovato un suo posto sicuro nel canone della letteratura italiana. Troppe doti? Troppa dispersione?..." .
Ora mi chiedo: artefice massimo del paradosso, straniero ovunque, semmai dovessi trovare una collocazione, sarebbe quella di non trovarla.
Tu lo sai meglio di me: niente può servire di meno per farsi leggere che stare incasellati nelle maglie del conformismo tattico e peloso della Letteratura, che si poi finisce spellati tra gli svogliati banchi.
E poi, anche se ti ci mettono, tu guizzi ancora e sempre in malaparte.
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