martedì 18 novembre 2025

La morte delle Gemelle Kessler è una questione di bio-politica

La morte delle Gemelle Kessler pone alcune riflessioni, e anche non lontane dallo spettacolo su Pasolini che presento in questo mese alla Baracca.

Premetto che nutro rispetto per la scelta della morte di ognuno; a suo tempo consideravo le Kessler simpatiche, adorabili, intelligenti oltreché bellissime. 

Quanto scrivo non è esattamente una critica a loro, ma una considerazione che va al di là del loro gesto, che rispetto assolutamente. Tuttavia ciò non mi impedisce di riflettere e di porre alcune questioni che quello stesso gesto, per me inquietante, ha generato:

1. Come esce di scena, come muore una persona diventata mito nel mondo dello spettacolo televisivo, cinematografico ecc.? Ossia, come può morire un personaggio, perdonatemi l'espressione, un prodotto costruito organizzato?  Esce dalla vita e quindi di scena in modo innaturale, chimico, costruito con una regia, e quindi spettacolare (le due gemelle entravano in scena sempre insieme, devono uscire insieme per non generare distruzione del mito, oltre che per sentimento personale della dualità gemellare o per depressione ecc).

2. Dunque l'uomo-donna diventato mito mondiale nel mondo spettacolo ha questo problema, che la sua morte non resta più intima, ma deve passare per la spettacolarità (sebbene in modo diverso da Pasolini, con le Kessler il politico non c'entra, o se c'entra non è organizzato dal morente ma subito dall'essente spettacolare della società). E allora come organizzare una morte "mitologica"?

3. Il suicidio diventa anch'esso controllato gestito, assimilato; è offerta (al momento solo ai ricchi) la possibilità della "dolce morte", del sonno eterno senza traumi né dolore.

Quindi, il suicidio che da sempre è stato atto di protesta, accusa e rifiuto a vari livelli (intimi sentimentali e politici), ecco che ora, diventato, passatemi il termine, allettante, è proposto come scambio, la dolce morte è concessa in cambio dell'acquiescenza: questo suicidio assistito ci sottrae la possibilità di conoscere la terribile soglia, il passaggio di vita morte.  Di mostrare il coraggio. Di dare significato alla protesta. O semplicemente di farla finita senza scomodare nessuno e niente (come fece il regista Monicelli, tanto per citare un mostro sacro dello spettacolo, che mandò affanculo la vita da vero personaggio di Amici miei).  La valenza politica del suicidio è così annientata. Il suicidio diventa accettabile anche a chi assiste allo"spettacolo".

4. Senza contare la possibilità, il pericolo concreto che da suicidio assistito si possa passare, in un batter di poteri, a suicidio obbligato, alla cicuta morbida offerta dal progresso cosmo-chimico.

Insomma anche l'uscita di scena ci è preclusa, è controllata, è una questione di bio-politica.

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