sabato 16 dicembre 2017

"Un nuovo palinsensto per gli Etruschi di Gonfienti": una anticipazione

Copio di seguito una anticipazione del Prof. Preti per la conferenza che terrà domenica 17 dicembre ( ore 16 con ingresso libero) al Teatro La Baracca dal titolo "Un nuovo palinsensto per gli Etruschi di Gonfienti".
Ricordo che l'ingresso è libero. La conferenza inizierà alle ore 16.

"Gli Etruschi nella piana dell’Arno fra Fiesole e Gonfienti
Abstract della comunicazione al teatro della Baracca, Casale di Prato, 17 Dicembre 2017 Il caso della strada Kaunia/Marzabotto - Gonfienti  e quello della divisione spaziale della piana Vipsul/Fiesole-Gonfienti di Mario Preti.
Gli Etruschi della piana dell’Arno fra Vipsul/Fiesole e Gonfienti e quelli di Velza/Felsina/Bologna si sono insediati già nell’VIII sac. Non dovevano avere in comune gli stessi riti mortuari, perché di là dall’Appennino non troviamo tumuli, come, del resto, nella Campania etrusca di Vulturnum. Tuttavia si sentivano interamente Etruschi e condividevano attività economiche che li hanno spinti a strutturare con una strada il più importante valico appenninico di allora. Infatti il percorso fra la piana dell’Arno con la valle del Bisenzio e la valle del Reno fra Marzabotto e Sasso Marconi, di circa 50 km in linea d’aria, è il più corto fra i monti dell’Appennino Centro Settentrionale e con il passo più basso, a circa 700 mt slm. Certamente il più strategico che unisce importanti areali etruschi. La sua particolarità è di essere stato tracciato con una linea retta che unisce Kaunia-Marzabotto a Gonfienti.
Il sito urbano di Gonfienti, posto all’imbocco della valle del Bisenzio, è un abitato etrusco diviso geometricamente. Esso viene datato dalla fine del VII alla fine del V sac, quando è stata abbandonato “per cause ignote”. Esso presenta (secondo le prospezioni attuali) una superficie di circa 16 ha, cioè l’equivalente di un quadrato di 400x400 mt, in po’ meno di Marzabotto, 25 ha, la cui fondazione viene fatta risalire alla fine del VI sac, con una vita etrusca bisecolare: infatti la città è caduta nelle mani dei Galli alla metà del IV sac. La scoperta di Gonfienti ha valorizzato l’abitato etrusco di Misa-Kaunia rendendolo meno isolato e più partecipe di un sistema infrastrutturale etrusco che presentava una via commerciale/militare transappenninica che univa i porti del tirreno, come Vetulonia-Populonia-Pisa con la Val Padana e l’Adriatico. Una via che arrivava da un lato al Nord dell’Ambra e dall’altra al Mar Tirreno e da qui al Medioriente e l’Egitto (via Corsica, Sardegna, Cartagine).
Mentre la via è complessivamente logica, a ben guardare non è comprensibile secondo i principi della logistica dei trasporti proprio la scelta della posizione di Kaunia-Marzabotto. Infatti, da questo punto di vista il vicino sito di Sasso Marconi posto alla confluenza del Reno e del Setta avrebbe avuto maggior senso. Provenendo da Sud, il percorso devia dalla valle del Setta presso Pian di Setta dirigendosi verso la valle del Reno con un percorso tortuoso che aggira il Monte Sole fino a Sperticano per passare il Reno prima di entrare in città. Oggi la ss 325, che ricalca il percorso etrusco, prosegue lungo la valle del Setta direttamente fino a Sasso Marconi. Mettiamola così: la deviazione della via etrusca è una forzatura evidente. Dobbiamo proprio pensare che vi fosse una motivazione molto più importante della logistica dei trasporti, che io colloco necessariamente nella sfera religiosa, come un santuario particolarmente importante, formato da quei templi e altri edifici che si trovano nell’acropoli della città.
Di Kaunia ho ricostruito la sua struttura matematica basata su due triangoli pitagorici che si trasformano in
un grande rettangolo, con la geometria dell’abitato basata sull’uso del rettangolo Iugerum di 36x72 mt e quella dell’acropoli basata sul rettangolo di 22,5x45 mt, ripetendo le geometrie della Pompei etrusca. Non vi sono dubbi sul fatto che la città nascesse da un Progetto urbanistico strutturato matematicamente e che la sua forma fosse meridionale. Questo fatto non significa necessariamente che gli architetti venissero dall’Etruria Marittima. Io penso che la il progetto della città sia stato generato dalla presenza di un santuario preesistente e che fosse molto importante, a giudicare dalle forme geometriche adoperate per articolare la sua struttura matematica.
Torniamo alla linea virtuale diritta che congiunge Kaunia a Gonfienti per 50 km di colline: essa comincia e finisce in due città e necessariamente le caratterizza: anche nell’area di Gonfienti doveva esistere un santuario, e mi sembra che i reperti archeologici trovati intorno possano avallare il fatto. Altro fatto: si parla sempre in letteratura di una via appenninica fra Marzabotto e Gonfienti, semplicemente perché si è scoperto prima l’uno dell’altra. In realtà l’archeologia sembrerebbe indicare invece prima l’altra dell’uno, cioè una costruzione che è iniziata dalla piana dell’Arno.
Sta di fatto che la lunghissima linea esiste, si conforma alla valle del Bisanzio, scavalca l’Appennino fra Montepiano e Castiglion dei Pepoli, rimane dritta fra il Brasiamone e il Setta e poi scavalca d’un balzo il Monte Sole per trovare nella valle del Reno Marzabotto-Kaunia. Un progetto realizzato con i soli strumenti ottici come le grome. Che si trattasse di un progetto meditato e scelto dopo un processo di ricerca è dimostrato dalle stesse caratteristiche orografiche di questa via. Infatti, dei i possibili transiti appenninici fra l’Etruria e l’Emilia Romagna da Bologna e Rimini questo è il più corto e il più basso. Per questo è stato infrastrutturato e, ovviamente, messo sotto la protezione di un dio o due dei, visibile nella presenza dei santuari e in quella linea originaria di ben 50 km che la strada vera cercava di ricalcare il più possibile. Come? per me con uno strumento semplicissimo come quello che nell’Egitto faraonico era utilizzato durante la costruzione delle piramidi per controllare continuamente, concio sopra concio, l’inclinazione delle facce. Un compasso (qui usato in orizzontale) che funzionava come un triangolo rettangolo. In questo caso un’asta
(cateto) del compasso veniva fatta combaciare col Nord (con uno gnomone o con la stella polare) e l’altra (ipotenusa) veniva regolata come ampiezza secondo la lunghezza dell’altro cateto regolando l’angolo misurato come N5:1E, che è proprio l’orientamento della strada. 
È interessante notare il rapporto che c’è fra tre direzioni spaziali presenti nella piana dell’Arno:
N5:3E è l’inclinazione della divisione spaziale del territorio della Piana;
N5:2E è l’inclinazione del Palazzo di Gonfianti chiamato Domus, e probabilmente dell’intero abitato; N5:1E l’inclinazione della via appenninica.
È possibile che vi fosse stato un progetto unitario partendo dalla divisione della piana.   
Della strada dovremmo trovare dei resti come quelli rinvenuti vicino a Porcari e anche delle strutture edilizie che potevano essere guarnigioni e ripari per i viaggiatori, Proprio come le strade micenee da cui derivano. Dell’abitato di Gonfienti non possiamo dire molto sul suo assetto urbano, dato che gli scavi ci presentano aree parziali. La dimensione che gli studiosi ci rivelano è di circa 400x400 mt, ma io non la ritengo definitiva, prima perché la città etrusca quadrata è improbabile dopo le mie esperienze di analisi dei più importanti siti etruschi; secondo, perché  sono misure non significative e al di fuori delle regole della divisione spaziale. Non sappiamo poi se l’abitato fosse una città oppure un agglomerato di sosta per i viaggiatori transappenninici, come un caravanserraglio. Io propendo per la città, per via di Kaunia dall’altra parte.  Per evitare ridicoli campanilismi che dalle parti dell’Arno e dintorni sono forti, dobbiamo dire che l’intera valle inferiore dell’Arno doveva essere abitata da un unico gruppo etrusco, a giudicare dalla divisione spaziale del territorio che va da oltre Fiesole ad Est fino a Empoli a Sud e a Ovest una buona parte della piana se non arrivava a Pistoia. Il nucleo abitato più importante era Fiesole, per come tutti gli autori romani ci tramandano. i limiti fiesolani avanzavano ad Est comprendendo una parte del Valdarno superiore confinando con Arezzo; nell’arco Sud confinava con Volterra. Molti nuclei abitati più piccoli punteggiavano il territorio. Il rapporto fra Gonfianti e Fiesole va visto come quello fra Kaunia e Felsina al di là dell’Appennino. Se non posso approfondire i caratteri dell’abitato di Gonfienti per mancanza di dati, posso invece dire che l’orientamento della domus che ho già dichiarato suggerisce una rotazione del nucleo urbano rispetto alla divisione spaziale della piana che è un fatto canonico nel rapporto fra città etrusche e romane, quasi una regola, come ci riportano i testi Gromatici Veteres.
Questa direzione spaziale riesce a giustificare meglio la presenza di una struttura urbana tipo acropoli alla sommità di Poggio Castiglioni, che potrebbe essere sia un santuario sia una fortezza per il perfetto controllo militare della via appenninica (o ambedue). Dalla lettura delle mie carte potrebbe essere anche parte della città se ipotizziamo un bosco sacro sul fianco Sud del poggio, dove oggi si trova la Cementizia. Questo elemento si giustifica anche con la mancanza di necropoli da questo lato, che invece presentano una grande quantità di tumuli sugli altri fianchi. Non mi sembra che i grandi tumuli di Quinto e Comeana possano riferirsi a Gonfienti.
Le impronte planimetriche delle strutture murarie esistenti possono essere generate dalla medesima divisione spaziale territoriale della piana, ma inclinate NS (come Firenze). Mi pare anche dai segni sulla mappa che si possa parlare di una sub divisione interna di 90x90 cubiti, che è tipica delle acropoli etrusche (come ad esempio quelle di Marzabotto e Pompei).
Ci sono quindi molti promettenti indicatori che meritano approfondimenti.  
Soprattutto c’è una presenza a Gonfienti di un elemento architettonico eccezionale, che per  non è stato percepito dagli studiosi a causa della persistenza di luoghi comuni nella disciplina archeologica. L’analisi che ho fatto sulla cosiddetta domus, purtroppo senza poter usare i rilievi metrici in scala, mi ha fornito risultati inaspettati. Ho utilizzato la chiara foto satellitare di Google Earth su cui si possono effettuare misurazioni (approssimate) e verificare l’orientamento (molto meglio delle carte archeologiche che troppo spesso ho verificato errate); ho sovrapposto varie mie griglie geometriche secondo una metodologia che ho sperimentato e affinato con successo in una ventina di templi e tumuli etruschi, e per avvicinamenti successivi ho determinato le misure in cubiti etruschi secondo le geometrie. 
In tal modo quella “domus di un’agiata famiglia etrusca" si è trasformata in un Palazzo Etrusco simile a quello di Murlo, probabilmente coetaneo, che i numeri dimostrano in maniera netta come un edificio sacro, un tempio. Infatti le misure interne ci mostrano un rettangolo di 60x72 cubiti (30x36 mt) diviso in una scacchiera base di 5x6 quadrati di 12x12. Il Palazzo di Murlo è molto più grande, un quadrato di 120x120 cubiti (60x60 mt) diviso in una scacchiera principale di 8x8 quadrati di 15x15 cubiti, ma il riferimento è certo. Ora spiego perché i numeri sono letteralmente sensazionali: il rettangolo di 5x6 corrisponde alla planimetria del tempio etrusco descritto da Vitruvio diviso in due parti, postica e antica, di 5x3. Poiché io credo che Vitruvio non si sia messo a misurare i templi etruschi ma abbia attinto a fonti scritte, probabilmente gli stessi Libri Rituales, questa planimetria deve essere paradigmatica. La figura geometrica del rettangolo 5x6 si ritrova ancora una volta fra quelle mesopotamiche fino alle sumere nello Shar che troviamo anche come divisione spaziale etrusca nella piana dell’Arno e quindi anche a Gonfienti. È un elemento carico di sacro. Un edificio etrusco con le proporzioni di 5x6 non pu  che essere un edificio sacro.
Potremmo definire il Palazzo Etrusco di Gonfienti un “ante-tempio” arcaico, anche se rimane una tipologia di Palazzo. In questi edifici, così anche a Murlo, il cortile era il luogo di culto, aperto al cielo; o il luogo di culto di riti solari, mentre in altri ambienti si praticavano riti ctoni. 
Il cortile ci mostra un’altra divisione spaziale: un rettangolo di 16x20 cubiti, cioè di 5x4 con una griglia minore di quadrati di 4x4 cubiti. Questo cortile è stato progettato espressamente con queste geometrie e numeri senza tener conto della scacchiera di base di 12x12; per questo deve anche esprimere un concetto legato al culto: i numeri 5 e 4 sono ricorrenti e simboleggiano il 5 la natura, il mondo degli uomini; e il 4 il mondo divino del cielo. È un rapporto duale che indica da una parte la terra e dall’altra il cielo, cioè culti solari. Così i numeri del tempio vitruviano 5,6, indicano invece palesemente il rapporto Terra-Sottoterra, cioè un culto ctonio. Il Palazzo di Gonfienti mantiene questo carattere nell’insieme dell’edificio ma destina un cortile ad un culto legato al cielo. Così tutte quelle bellissime teste di donna in terracotta non sono solo belle immagini, ma immagini divine.

Mi sembra che oggi proprio il Palazzo ex domus debba essere considerato il maggior indicatore di importanza dell’abitato arcaico di Gonfienti, un edificio di cui non esiste uguale in Etruria." (Prof. Mario Preti).

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