lunedì 18 maggio 2026

La politica di sasso

E' definitivamente tramontato il tempo dei programmi sulla cultura, degli assessori alla cultura che progettavano, che impancavano prospettive.

Infatti a che serve la cultura se non a immaginare, inventare tempo e spazio? Portare futuro e passato nel presente, e viceversa?

E che non si voglia impancare più è dimostrato dal fatto che la cultura è un argomento che i candidati di questa tornata elettorale amministrativa qua e là per l'Italia, non contemplano.

La lasciano ai litigi di partito e stati delle biennali, alle barchette fenicie, ai saloni dei libri, paradiso degli editori che tutti frequentano, ma chi legge?

Al massimo si fanno concioni sul turismo, su cui però si preparano ricette maldestre: o manca il sale, o c'è troppo olio nella pietanza. Ma cosa si vuole cucinare, non si sa.

Gli argomenti di cui si tratta nelle campagne elettorali sono quelli ritenuti urgenti per quanto accade nelle città, ormai vissute come minaccia quando un tempo erano, con le loro vecchie mura che nessuno restaura, difesa:  la "sicurezza" dei cittadini e  le misure contro i vari degradi del centro sono ovunque i temi fondamentali.

Ma il degrado del centro va di pari passo con l'aumento del turismo e con il definitivo abbandono delle questioni ecologiche, dell'artigianato, questioni urbanistiche e del territorio!

Ricordo che quando andai in scena con Turista il barbaro - dramma  che potei rappresentare solo alla Baracca- fui attaccata da diversi spettatori che sbandieravano il turismo come espressione della democrazia. - Vorresti tornare al tempo del turismo d'élite, tu? -

Qualche volta i candidati aggiungono al programma fantasma la ricettina del risveglio della periferia (dopo che sono stati eliminati circoscrizioni e i quartieri in molte città ecc.), e vi si afferma di voler vivacizzare le piazze con una manciata di rose piantate in un'aiuola.

Ma cosa vuol dire "vivacizzare"? Perché lo si deve fare?

Posto, per esempio, che io togliessi il parcheggio da piazza Mercatale di Prato (cosa che nessuno ha osato nominare questa volta!) e quindi le sgombrassi dalle antiestetiche ma comodissime macchine, cosa ne farei? Lascerei ambulettare la gente a suo gusto e piacimento, permetterei il gioco del pallone ai ragazzi, metterei le panchine, o piuttosto monetizzerei gli spazi con mega dehors? O ci metterei la ruotona panoramica - peraltro io le vedo sempre vuote - come fanno gli amministratori al fine di mostrare che esistono in qualche modo, che ci sono e che organizzano ecc.!

C'è, bisogna proprio dirlo, molto pressappochismo, banalità, presunzione, ma anche timore, tant'è che gli incontri fra candidati si organizzano in aree chiuse, e li osserviamo come infilati in un grande uterone protetto da preservativo (ma se siamo in menopausa, che serve?) un profilattico che difende da attacchi da domande a cui non si è in grado o non si vuole rispondere, da idee che possono minimamente fecondare lo status quo e far traballare la "vincita".

Nei confronti di aree dissidenti questioni scottanti figure impertinenti (ma ancora esistono, non li hanno ammazzati tutti?) c'è poi la solita strategia del silenzio, vecchio metodo con cui il potere avanza immoto e si autoconserva sottovuoto.

Si dichiarano la difese dei migranti, che però rimangono confitti nelle attività di cosiddetto basso livello e disprezzati dunque, ma non si difende affatto e si perseguita chi, pur autoctono, è migrante di idee e di fatti.

(Si può solo migrare col corpo e solo con quello, certo sempre con il rischio altissimo di finire in fondo al mare, ma mai è concesso di migrare con altri mezzi, perché migra solo  chi è disposto a pagare con corpo e lavoro la licenza di penetrare nella geografia dei dominatori; coloro che compiono altre qualsivoglia migrazioni sono condannati a non esistere e quindi nemmeno a morire).

Il potere è arroccato, ecco cosa si percepisce chiaro e tondo in questa campagna, e i suoi agenti sottomessi e quasi in-differenti, intercambiabili, nonostante l'illusione della "scelta" nel voto, tanto che l'ormai vecchio motto uno vale uno si è convertito alla definitiva legge dell'uno vale l'altro, insomma siamo dunque arrivati a quella che già è e che sarà ancora per diverso tempo, alla politica del non è-è, ossia dobbiamo smentire Parmenide, anche se lui intendeva in senso ontologico e non politico, certo, ma sia: ormai il non essere è e può essere, e  la politica è di sasso.

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