Naturalmente io amo tutte le proloco e tutti i circoli, e questo articolo non vuole in nessun modo deprezzare l'ottimo lavoro di certi gruppi di persone sul territorio.
Tuttavia, potendo osservare da vicino il loro comportamento e la gestione, posso affermare che l'uso politico delle Pro Loco, dei circoli e delle associazioni è un fenomeno diffuso in molti comuni italiani.
Per statuto sono associazioni di promozione sociale, private, apolitiche e apartitiche, ma in sostanza, essendo molto addentro nel territorio con la gestioni di fondi e visibilità pubblica, le pro loco sono un terreno di scontro o di consenso per la politica locale.
Queste le dinamiche principali attraverso cui avviene la strumentalizzazione politica:
1. Trampolino di lancio elettorale
La presidenza o la partecipazione al consiglio direttivo di una Pro Loco offre una visibilità pubblica a livello locale. Organizzare sagre, eventi culturali e mostre permette di stringere relazioni dirette con i cittadini. Molti esponenti politici locali iniziano la propria carriera o consolidano il proprio bacino di voti proprio partendo dal direttivo di queste associazioni.
2. Controllo dei fondi e patrocini comunali
Le Pro Loco dipendono fortemente dai finanziamenti pubblici, dai contributi regionali e comunali e dalla concessione di spazi e patrocini. Questo crea un legame di interdipendenza con le amministrazioni: un sindaco tende a favorire una Pro Loco guidata da persone vicine alla propria giunta e garantisce risorse e logistica per eventi che di fatto promuovono l'operato dell'amministrazione stessa. Invece, se il direttivo della Pro Loco è espressione dell'opposizione o non è allineato, possono nascere conflitti che si traducono in tagli ai fondi, revoche delle sedi (sfratti) o richieste di commissariamento. (Quello che accadde, per chi lo ha conosciuto, a Fulvio Silvestrini a Prato, anche se lui non gestiva proprio una pro loco).
3. Gestione del consenso e braccio operativo
Molti piccoli comuni non hanno le risorse economiche o il personale interno per organizzare eventi culturali, come per esempio nei piccoli paesi montani. La Pro Loco diventa così il braccio operativo gratuito della giunta in carica. I politici locali usano le manifestazioni dell'associazione per salire sul palco, tagliare nastri e fare propaganda, o facilitare l'erogazione di fondi, intestandosi indirettamente il merito del lavoro svolto dai volontari. In qualche caso si erogano fondi proprio dopo la riuscita elettorale, come a compenso del sostegno ottenuto.
4. Il tesseramento "pilotato"
In teoria nelle Pro Loco vige il principio democratico e quindi l'assemblea dei soci elegge il presidente e il consiglio. Però in prossimità dei rinnovi delle cariche associative, si assiste a campagne di tesseramento massiccio orchestrate da partiti o liste civiche.
In qualche caso, pur raro, ho osservato che le proloco sono come dei presidi di potere arbitrari che gestiscono concretamente terreni, aree a giardino o simili che invece dovrebbero essere pubblici e non lo sono perché appartengono proprio alle proloco che pure le spacciano come pubbliche. Con le loro attività monopolizzano il territorio.
Nello stesso modo può accadere con circoli o associazioni nelle città, in particolare dove non si hanno più le circoscrizioni o i quartieri. I circoli in questo caso funzionano come delle emanazioni di parte o partito, proprio come ho descritto per le pro loco.
La diretta azione politica sul territorio, sempre più rara, è da preferirsi a tutte le associazioni o gruppi, ché presenta una gestione strutturalmente più "oggettiva" e controllabile, anche se è espressione di maggioranza politica come avviene per esempio con le circoscrizioni, e costituisce una barriera più efficace contro infiltrazioni e storture, finanziamenti, favoritismi o persecuzioni occulte (di cui tratterò presto) e, soprattutto, contro la gestione pilotata del voto e del controllo sul territorio.
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