lunedì 12 febbraio 2018

Tutti i monologhi sono uguali, ma qualcuno è più uguale dell'altro (dedicato a Porchetta Mission)

Non ho visto né ascoltato in diretta tele-visiona il monologo dell'attore Dalvino a San Paolo. Quello che racconta di migranti, stranieri che sono senza lavoro, soli, disperati. Ne ho visto solo la registrazione, un pezzetto.

Meraviglia. Sembrava davvero il mio amico Abdul, che da anni staziona davanti al supermercato Pum-Pum e che tenta invano di vendere una sveglia degli anni Ottanta e dei calzini di fabbrica turca.  Anche lui viene sempre spostato da una parte all'altra, e non sa più dove stare. Tenta di parlare con qualcuno, ma siccome è arabo, siccome è scuro di pelle, non gli si avvicina nessuno,  se non il figlio ogni tanto, ma solo per litigare. E anche se non si capisce quello che si dicono è chiaro che il figlio è incazzato col padre perché è un uomo mite buono, e non è ricco. 
Sembra che il figlio dica al padre: -Siamo venuti qui nel Bel Paese e facciamo una vita di merda. Cazzo, ormai sei quasi vecchio, fai qualcosa! - 

Alla fine, per compassione, il proprietario del supermercato Pum Pum, che naviga in cattive acque a causa della Grande Rete Supermercante costruita lì vicino, dove ormai vanno festanti gli stessi extracomunitari in attesa di poter votare (dicono che lì li trattano umanamente, che non sono razzisti), il proprietario del Pum Pum offre qualche spicciolo al povero Abdul in cambio di un po' di aiuto nel rimettere a posto le casse della frutta.

Mentre Dalvino recitava, e bene come il suo solito, e piangendo da vero attore, noi non lo potevamo guardare, perché eravamo in un piccolo teatro ad ascoltare un altro bello e drammatico monologo.
Dal vivo.
L'attore non aveva nulla da invidiare a Dalvino, se non che lui si trovava  su un palco sconosciuto, non nel Teatro Aoristo in diretta tele-visiona.

Il monologo che seguivamo dal vivo, recitato benissimo,  parlava di un mondo futuro fatto di dominio e di colonizzazione. Dominio sull'uomo e colonizzazione dell'universo. Della scienza messa al servizio del potere; di scienziati ormai privati della loro creatività e messi sotto torchio in cambio di un po' di soldi e di una villa e qualche macchina potente. Insomma, scienziati, schiavi, ma ricchi. Si immaginava un viaggio verso l'uniformità, un destino futuro di schiavitù e spersonalizzazione.

Di quando tutti vivremo, e non soltanto guarderemo, uno stesso canale, un pluricanale monologante per tutti, politico economico sociale.

Di quando ci esalteremo per i monologhi teatrali senza andare mai a teatro. E senza alcun senso di colpa o avviso interiore di incoerenza.

Di quando accetteremo finalmente, felicemente applaudenti nel gran teatro del mondo, che tutti i monologhi sono uguali, ma qualcuno è più uguale dell'altro.

(Dedicato a Gianfelice D'Accolti e al suo Porchetta Mission)

Commento-recensione su Porchetta-Mission:

"Un viaggio a ritroso e avanti nel tempo, lungo 2818 anni per ricominciare a ripartire alla scoperta di una umanità che si perde nell'oblio di una natura mortale. Un viaggio fantastico illuminato da un testo ricchissimo di spunti, verità sottili, che l'interpretazione di Gianfelice rende così vere e tangibili da essere totalmente pervasi da un finalismo al quale tutti noi inevitabilmente arriveremo" (Un abitante del pianeta terra, destinato ad approdare sul Pianeta Porchetta, Prof. G. Centauro).

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