venerdì 30 novembre 2012

Il sì dell'Italia alla Palestina

Palazzo Chigi dice sì alla risoluzione della Palestina come Stato non membro osservatore permanente.
Ma non c 'è da farsi illusioni; la motivazione non risiede tanto nella mediazione italiana al conflitto israelo-palestinese, nella nostra storica politica estera filo-araba, quanto nei recenti viaggi di Monti fra gli emiri e in terra araba a caccia di soldi, nel petrolio (scusate la banalità), nella possibilità di vendere pezzi dei gioielli di famiglia (Finmeccanica e Snam Reti Gas), possibilità di esportazione della nostra cara Moda (non è stato un emiro che ha comprato la casa di Valentino?), eccetera.
Gli emiri non sono un esempio di rispetto dei diritti umani nei loro rispettivi paesi (vedi Qatar, ma anche Emirati Arabi in che condizione sono gli studenti, le donne eccetera), ma gli affari che stanno mettendo su in Palestina sono un dato di fatto e vengono accolti da grandi applausi dai palestinesi a Gaza. E condizionano la politica internazionale, evidentemente, soprattutto quando si va a caccia di aiuti.
(A ottobre l'emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al Thani, ha portato lui personalmente 250 milioni di dollari di investimenti. In quell'occasione sono state inaugurate 1000 case finanziate da lui appunto in un villaggio del sud della striscia. Bisognava poi ricomporre la rottura fra il partito di Hamas e quello di Fatah, e a quanto sembra lo scopo è  andato a buon fine).

Israele, pure tanto amica e molto piccata per questa risoluzione italiana, non possiede tanto. Almeno non rispetto all'Italia. Lo stesso muove la Francia, storica 'amica' si fa per dire degli arabi, e la Spagna.

Gliel'avrà spiegato, Monti a Netanyahu, detto "Bibi", che stiamo in brache di tela.

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